venerdì 10 novembre 2017

Toniella Lamartina Giacalone, "Le briciole della storia"

di Maria Patrizia Allotta

“Le briciole non provocano rumore e vengono disperse facilmente da un fiato di vento e dalla ramazza del tempo. È gran fortuna se talune di esse riescono a conseguire il privilegio di una pur breve sopravvivenza tornando a rotare nel sistema solare nel quale e per il quale ebbero la loro parte e la loro luce”.
   Così si legge nel libro di Toniella Lamartina Giacalone intitolato Le briciole della storia.
   La logica filosofica dell’Autrice - che sembrerebbe allieva tanto di Anassimandro di Mileto quanto di Eraclito - è convincente, infatti, le briciole appartenenti a qualsiasi ente sono taciturne, riservate, mobili, minuscole. Spesso non reggono al ritmo del tempo, a volte si disperdono, in taluni casi svaniscono per sempre, in altri, invece, ritornano - magari in un momento successivo - per far parte nuovamente di quell’Universo grazie, probabilmente, a quel movimento incessante, a quella indicile forza, a quell’infinito vigore che anima eternamente il mondo.
   Il sinolo di materia e forma della briciola, dunque, potrebbe diviene, trasformarsi, cambiare, ma certamente la sua essenza rimane intatta nel tempo se determinata da quella legge assoluta governata dal logós.
    E sicuramente dal logós sono governate le schegge di quei ricordi, le scaglie di quella memoria, le squame di quella reminiscenza che - se pur trascurate, obliate e omesse - riaffiorano improvvisamente nella mente di chi le ha vissute intimamente per essere poi altrettanto intimamente rievocate o magari donate al prossimo semplicemente per il gusto di esserci.   
   E di ápeiron, di pneuma vitale, appunto di logós, sono le briciole di Toniella, ritrovate - non per caso ma per destino - in quello studio “pieno di ricordi e vita” del suo amato Manlio, dove in uno “scrigno”, recupera alcuni essenziali frammenti memoriali capaci non solo di ricostruire le sue vicende personali fatte di gioie e affanni, ma anche di rigenerare la storia comunitaria fatta ora di felicità ora di dolore, ora di odio ora di amore, ora di vita ora di morte, in una visione totalizzante fortemente suggestiva.   
    Non granuli preziosi, né perle rare, neppure pepite insolite, allora, quelle che troviamo nel libro della Lamartina Giacalone, ma umilissimi pezzetti, minuzzoli, semi - presentati al lettore attraverso un linguaggio chiaro, scorrevole, quasi confidenziale e per questo infinitamente vero - che riconducono alla magia delle tessere di un mosaico, le quali prese singolarmente potrebbero risultare insignificanti ma unite insieme, nella meraviglia del tappeto musivo, risultano indispensabili, necessarie, fondanti per le manifestazioni transeunti. 
     Un mosaico di storie, si diceva, raccontate - in un’anomala stazione ricavata, tra la fantasia e la disperazione, nei meandri di un ospedale palermitano - da malati dimessi ma rispettosi, trascurati e ignoranti eppure saggi e virtuosi, stanchi tuttavia ancora vivi, che insieme riescono a intessere un intreccio insolito di soggettività e oggettività, concretezza e fantasia, realtà e mito, secondo quel modello letterario altamente intellettuale tanto caro al Boccaccio secondo il quale “cortesia par che consista negli atti civili, cioè nel viver insieme liberamente e lietamente, e fare onore a tutti secondo la possibilità”.
   E in effetti, le novelle raccontate liberamente secondo le possibilità di ciascun infermo-narratore, non solo fanno “cortesia” perché propongono un ideale di vita fondato sulla nobiltà e sulla dignità dei modi e dello spirito e su una onestà che è signorile decoro, compostezza e misura intima, ma rappresentano, anche, lo spettacolo vario e multiforme della storia umana che in quanto tale si unisce a quella visione mitica e mistica certamente eterna.   
   Nelle pagine scritte da Toniella Lamartina Giacalone, infatti, pur essendo sottese, le analisi culturali, morali e teologiche e pur non apparendo evidenti le trattazioni sociologiche e psicologiche di fatto, in realtà, l’atteggiamento è quello di chi osserva lo scibile con lucida intelligenza e insieme con intima complicità soffermandosi con maggiore interesse sui modi dell’umano agire, sullo spettacolo sempre nuovo e avvincente della vita, sul destino che si ripete, sulle tradizioni e sul mito, insomma, su quelle briciole della storia raccontate sia attraverso un tono commosso, sia attraverso un tono ironico, tanto attraverso un tono nostalgico, quanto un tono maliziosamente divertito.    
    E certamente ciò che resta al centro dell’esperienza vitale della lettura di questo libro è l’amore incondizionato: quello narrato più o meno consapevolmente dai protagonisti delle novelle, l’amore del “popolo vestito di bianco” nei confronti dei malati, l’amore dei parenti e degli amici a favore dei sofferenti, l’amore coniugale e filiale che spinge l’Autrice a pubblicare il testo in memoria dell’insostituibile Manlio e dell’impareggiabile padre Mariano, valido uomo di cultura, l’amore nei confronti dei più bisognosi tanto da offrire la metà dei ricavi della vendita del testo in parte per l’acquisto di attrezzature per il teatro dell’Istituto Penale Minore “Malaspina” di Palermo ed in parte per l’Unione Italiana Lotta alla distrofia Muscolare sez. di Palermo-Onlus e, infine, l’amore che Toniella dona ai suoi lettori i quali magicamente si ritrovano - tra miti e leggende - in compagnia di muse e ninfe in un onirico mondo greco calato in una realtà tutta autoctona e di autentica dimensione umana. 

giovedì 9 novembre 2017

Marcello Veneziani, “Imperdonabili. Cento ritratti di maestri sconvenienti” (Ed. Marsilio)

VENEZIANI E I SUOI IMPERDONABILI MAESTRI SCONVENIENTI

di Tommaso Romano

Contemporaneamente vengono alla luce due nuovi e robusti volumi di Marcello Veneziani: Tramonti (Giubilei Regnani, Roma, 2017) e Imperdonabili. Cento ritratti di maestri sconvenienti (Marsilio, Venezia, 2017), cinquecento pagine, quest'ultimo, che si delibano con voracità ammirata e magari con un “Porto”, a distillare questa sorta di autobiografia intellettuale attraverso una ricognizione - anche memoriale e fatta di incontri personali nodali - su un pianeta di molti alieni ignoti o semisconosciuti alla cultura ufficiale e a quella che gioca all'anticonformismo e che è in realtà solo guardona del mondo come va, dalle trasgressioni modaiole, dalla decadenza dei clown da tragedia de no antri tecnolocratico e totalitario, che ci controlla dalla culla alla bara. In quale potere cancella le intelligenze scomode (come le chiamò per un ciclo RAI, pezzo unico, Giano Accame, fra i giustamente non dimenticati di questo libro), soprattutto del Novecento, anche se Veneziani fonda correttamente la sua genealogia a partire dai Giganti: Dante, Petrarca, Machiavelli, Vico, Leopardi, Schopenauer, Hegel, Dostoevskij, Strirner, Nietzsche, Marx, senza la ridondanza dell’acritico omaggio e senza la filologia dei pedanti, con richiami essenziali e conflittuali rispetto alla sua visione del pensiero e dell’Assoluto, con le chiare ascendenze plotiniane, un Maestro venerato e richiamato da Veneziani, che non poco ha scritto del filosofo eccelso.
Fare l'elenco dei profili inseriti, essenziali e calibrati, è esercizio che non serve all'invito a leggere con lievità e contestuale rigore, tutto il libro, di quelle Ammirate biografie (questo il titolo di un mio libro simile, nell'impostazione a quello di Veneziani, edito nel 2010 da Arianna e in cui sono compresi alcuni fra i pensatori, poeti e figure che ci hanno accompagnato e fatto incontrare con Marcello, che esordì con le mie Edizioni Thule, nel 1977 con La ricerca dell'assoluto in Evola, comune maestro di formazione).
Il libro, non è un catalogo di soli reprobi e introvabili Autori, non è un visto da destra per non dimenticare i fondamenti di una ideale destra, che forse è solo Centodestre (altro titolo di profili biografici edito dall’ISSPE e da me curato nel 2012) o forse un arcipelago di opposti, che ancora ricercano una sintesi per rispondere alla modernità come ideologia e al nulla come prassi esistenziale vigente e che, come dice Antonio Carioti, potrebbero intanto trovarla nella difesa della libertà individuale.
Nel ricco volume di Veneziani, sempre punteggiato e sostenuto da una prosa che ondeggia vitalmente fra il filosofico e il lirico, troviamo infatti Autori che sono certo imprescindibili e non sempre ritenuti "sconvenienti": da Croce a Gramsci e Adorno, da Mounier a Ortega, Gadamer, da Pasolini a Debord, da Wilde a Pavese, Sciascia, Pirandello, Bobbio, Emanuele Severino, Camus, Proust, Borges. Per alcuni di questi è calato l'oblio, si pensi un pontefice come Croce, oltre il manierismo sterile dell'omaggio dovuto, senza però fare i conti con la loro proposta di cultura, con le loro provocazioni, libere e spesso urticanti. Perché questi Autori servono, ha ben ragione Veneziani, come servirebbero ai progressisti dei miei stivali, in realtà ripetitori modesti e monotoni di un sessantottismo che non passa, come il fascismo e l'antifascismo, che De Felice tentò di storicizzare da storico immenso quale fu e che, come tale è ricordato in punta di penna da Veneziani nel libro. La differenza che, infatti, continua con qualche eccezione, a sussistere nella cultura italiana da salotto mediatico, è appunto la rimozione per ignoranza, per partito preso e chiusura mentale.
Quando non se ne può fare a meno, questi Autori si citano, trovando sempre però una tessera di partito o un discorso da demonizzare e da non contestualizzare e soprattutto senza discernere il contingente che passa dal permanente delle idee che rimane, da Heidegger a Schmitt, da Bergson  a Sorel, Pessoa, D’Annunzio, Giovanni Gentile, Kraus, Cioran, Pound, Jouvenel, Rensi, Noventa, Benjamin, Cèline, Mishima, Spengler, tutti al fuoco della controversia, direbbe Luzi, e usciti dalla penna di Veneziani con rinnovato vigore interpretativo.
Non mancano i riferimenti segnavia, quelli che, forgiando, consentono la traversata nel deserto di altri territori, anche se in diaspora è un po' apolidi lo siamo tutti, ormai, per la morte della Patria (Galli della Loggia) e perché esuli nella stessa terra in cui viviamo e di cui ci sentiamo eticamente ed esteticamente estranei, sempre di più.
Pagine di rara intensità concentrate in schizzi d'Autore (penso, sul versante della pittura, ai disegni di Mino Maccari) che ci restituiscono pensieri, parole e opere di autentici esiliati che Veneziani tiene nella sua biblioteca - che ha avuto traversie, in passato - non solo ideale ma sostanziale, esperienziale, sapendo trattenere ciò che conta davvero dei libri, e che i più ritengono invece stantio, pericoloso, reazionario, da imbavagliare e da mettere (se potessero farlo, ma hanno paura di passare per nazisti e inquisitori) al rogo.
Sì, perché Veneziani ci restituisce a tutto tondo filosofi e giornalisti, pensatori postumi nei loro libri, e in quelli voluti mai pubblicare in vita, insieme ad agitatori geniali e appartati conservatori, identitari e anarchici, spiritualisti simbolici, demolitori di luoghi comuni, spesso frequentati, visti o conosciuti dallo stesso autore: Andrea Emo, Rodolfo Quadrelli, Pierre Pascal, Montanelli, Flaiano, Campanile, Panfilo Gentile, Prezzolini, Malaparte, Oriana Fallaci, Papini, Marinetti, Guareschi e Volpe.
Non mancano in questo Almanacco, che in fondo ricapitola la vita di Veneziani, come avventura intellettuale, esperienza, formazione, con incanti e disincanti, l'album dei cari, imprescindibili estinti, dal citato Evola a Jünger, Eliade e Zolla, Guènon e Gomèz Dàvila, Michele Federico Sciacca, Spirito e Del Noce, Thibon, Berto Ricci, insieme a indefinibili e mistici ed esteti veri come Cristina Campo, Pavel Florenskij, Weil, Zambrano, Solgenicyn, Tolkien.
Non manca la spoon river della sponda sbagliata, con nomi e storie cari a un’intera generazione, della quale Veneziani è geniale alfiere come pochissimi, fra questi generosamente tratteggiati con il rasoio di Marcello: Giano Accame e Fausto Gianfranceschi, Enzo Erra, Claudio Quarantotto, Giovanni Volpe e Alfredo Cattabiani, Piero Buscaroli e tante altre ricordate figure, sotto forma di citazioni sparse per tutto il libro. Pochi, e fa bene Veneziani, i lavori in corso che egli esamina di Autori che non svaniranno nel nulla, seppur non sempre condivisibili come ad esempio de Benoist (la cui componente italiana di estimatori, per antiche vicende, non è ricordata nei nomi dei protagonisti).
Lo spessore umano e intellettuale di Veneziani, anche in questo libro, si coglie per intero, come mettendo insieme i frammenti sparsi o le tessere di un mosaico anzitutto della memoria, lui che ha lasciato la Puglia per la capitale, non autoesiliandosi per forza o per ragione, alla periferia dell’impero, come tanti, fra cui chi scrive, modestamente.
Il mosaico, l'affresco di Veneziani è così ampio e variegato perfino nel calarsi dall'universale al particolare, ma va raccolto come una unità sollecitante l'intelligenza, anche nelle esclusioni, che ne avrebbero però appesantito la già non debole mole. Ma è anche un invito a ripensarsi, a partire da se stessi, a comprendere che non tutto è stato vano e che la memoria può affiorare come a irrorare lo scenario nichilistico e che fa il paio con l'indifferenza dei più.
Condivido, infine, quanto su "Libero" (3 novembre 2017) ha scritto Vittorio Feltri di Veneziani: "Ottimo prosatore, uno dei pochi intellettuali che si possono definire tali malgrado sia di destra, per cui detestato dai tromboni di sinistra. Con lui ho lavorato molti anni, lo conosco come le mie tasche. Scrive da Dio cose che non condivido e leggendole spesso cambio idea. D'altronde sono consapevole di non essere d'accordo sempre con le mie opinioni mutevoli".
Le opinioni variano, restano i capisaldi, i riferimenti non effimeri, la fede ai valori per chi ha il dono e la volontà di possederli.
Veneziani merita di essere annoverato fra i nostri maggiori, con la sua ormai assai larga produzione (che aspetta un esegeta all'altezza), di essere ascoltato e con i suoi libri adagiati con cura nelle biblioteche, da consultare spesso. A cominciare, come in realtà avviene, dalla mia che è il mio unico e vero forziere, che mi garantisce la vita che ancora si vive leggendo e scrivendo, avendo già non poco dato, facendo almeno il proprio compito, frutto di una vocazione che ancora, comunque, non tramonta.

martedì 31 ottobre 2017

La chiesa di fronte all'”inutile strage” della guerra del 15-18.

di Domenico Bonvegna

L'”Ottobre rosso”, un Ottobre di sangue che non vale solo per la rivoluzione bolscevica, ma anche per quella ungherese del 1956, e poi soprattutto, per noi italiani, per la disfatta di Caporetto. La ricorrenza del centenario della “disfatta” di Caporetto del 24 ottobre 1917 nella 1 guerra mondiale, ha suscitato diverse manifestazioni e celebrazioni, ma anche molte riflessioni sui media. La letteratura sulla 1 guerra mondiale è abbastanza vasta, ma su un argomento si trova poco, mi riferisco alla posizione della Chiesa, della Santa Sede, nei confronti del conflitto mondiale.
In quel tempo essere cattolici più o meno militanti, ma soprattutto religiosi non era facile. Da un lato c'era la difesa della Patria, dell'Italia, dall'altro, c'erano gli Imperi centrali, l'Austria. Infine, c'era soprattutto il volto crudele della guerra da combattere, l”inutile strage”, come l'ha ben definita il Santo padre Benedetto XV. Governare la Chiesa non fu facile per il Papa e per i vescovi. Benedetto XV, fu abbastanza chiaro, emise direttive chiare, mantenere sempre una posizione neutrale, al di sopra delle parti.
Nell'approssimarsi del centenario di Caporetto, ho preso visione dei 3 volumi: “I Vescovi Veneti e la Santa Sede nella guerra 1915-1918”, a cura del sacerdote Antonio Scottà, Edizioni di Storia e Letteratura, (Roma 1991). Complessivamente 1.507 pagine con diverse tavole illustrate. Si potrebbe obiettare che si tratta di un tema specifico, sostanzialmente di interessare per gli specialisti. Non è così, i vescovi veneti, proprio perché presenti sul territorio, furono diretti testimoni,“per 41 mesi di una delle più terribili guerre della storia”. Scrive nell'introduzione don Antonio Scottà:“La possibilità, quindi, di rivedere quella tragedia, sulla base di una documentazione immediata, viva, ha una notevole rilevanza storica, perché da nessun'altra fonte sinora conosciuta come quella che qui viene riprodotta si ha modo di comprendere che cosa abbia significato quella guerra per le popolazioni del Veneto”.
Don Scottà ha fatto un gran lavoro di ricerca, beneficiando dell'apertura nel 1985, degli Archivi Vaticani, ha pubblicato le numerose lettere tra i vescovi veneti e la Santa Sede, proprio nel periodo della guerra. L'antologia, copre un vuoto storiografico. L'opera del sacerdote veneto,“è di grande spessore storico e culturale”, scrive nella presentazione Gabriele De Rosa. Infatti per lo storico del movimento cattolico,“Queste lettere costituiscono, anzitutto,  una documentazione viva sulle vicende delle terre venete più esposte nella guerra: una documentazione di prima mano del ruolo primario, importantissimo svolto dal clero, dai parroci, dai cappellani, dai vescovi, in aiuto delle popolazioni[...]”. All'inizio della guerra il Veneto italiano copre 11 diocesi e risale più o meno al tempo della Repubblica di Venezia. In questa raccolta di missive occupa un posto primario, il vescovo di Padova, monsignor Luigi Pellizzo. In questo numero rilevante di lettere, il vescovo rivela una straordinaria conoscenza degli avvenimenti bellici e politici, e per l'influenza da lui esercitata sul clero e sui fedeli durante il conflitto, in una delle diocesi più vaste e più devastanti della guerra. In particolare sono utili dopo la disfatta di Caporetto,“sembrano quasi un 'reportage' giornalistico per la loro immediatezza e concretezza”. Ecco perché il Papa“era perfettamente informato sull'accadere tumultuoso e catastrofico degli avvenimenti, meglio e più tempestivamente dello stesso comando supremo italiano”. E proprio “in quel momento l'espressione “inutile strage” - scrive Scottà - era quanto di più realistico si poteva dire della guerra, perchè il continuarla comportava, per tutte le parti, un rischio maggiore che quello di finirla in qualsiasi modo”.
Le lettere di monsignor Pellizzo, occupano gran parte del 1° volume, nel 2° e 3°,  in ordine di pubblicazione, si prendono in esame le lettere di monsignor Pietro La Fontaine, vescovo di Venezia. Ferdinando Rodolfi, vescovo di Vicenza, Sante Bartolomeo Bacilieri, vescovo di Verona, Andrea Giacinto Longhi, vescovo di Treviso, monsignor Francesco Isola, vescovo di Concordia, Giosuè Cattarossi, vescovo di Feltre e Belluno. Poi monsignor Rodolfo Caroli, Eugenio Beccegato, Anastasio Rossi, vescovo di Udine. Infine Celestino Endrici, arcivescovo di Trento, dove era particolarmente difficile mantenere imparzialità e neutralità, e monsignor Francesco Borgia Sedej. Arcivescovo di Gorizia. Occorre precisare che la maggior parte di loro essendo vescovi di confine, operanti nel territorio dove si svolgeva il conflitto armato, si rivelavano patriottici e decisamente prudenti. Tranne monsignor Isola che fu accusato di austricantismo, per questo nel 1918, subì una violenta aggressione da parte dei soldati italiani, che spogliarono la curia di ogni cosa.
Praticamente“dalle lettere dei vescovi si ricava che la chiesa in Veneto abbia costituito una specie di struttura parallela a quella dello Stato, robusta ed efficiente tanto da assumere funzioni di supplenza sul piano amministrativo e in certa misura anche politico, nei momenti cruciali della guerra”. Non è una esagerazione, basta leggere le lettere, per constatare come il clero, ma anche i cattolici stessi, non possono essere tacciati di non avere il senso dello Stato.
Praticamente la guerra ha messo a nudo“la fragilità del sistema amministrativo italiano ed in particolare l'inadeguatezza dei pubblici funzionari, sia sotto il profilo tecnico e professionale che, sopratutto, sotto quello delle responsabilità civili e morali”. Sono notorie le gravi carenze di coordinamento fra gli enti locali ed il governo centrale; le divergenze fra il decisionismo dei militari e la lentezza del parlamento. A tutto questo Scottà aggiunge anche l'acuirsi delle differenze sociali a causa della guerra. Pare che nei momenti più gravi, “sia in occasione degli sgomberi delle popolazioni, che nell'imminenza del pericolo dell'invasione, la maggioranza ed in certi casi la totalità dei cittadini di condizione agiata e degli impiegati dello stato, come anche sindaci e consiglieri comunali, o non si curò affatto della popolazione o fuggì verso posti più sicuri, con la pretesa di dare a quella fuga un'attestazione di patriottismo”. Attenzione, la Chiesa cattolica,“con la sua capillare organizzazione locale e con la dedizione incondizionata del clero”,  è stata l'unica ad essere sempre presente sul territorio. “Il referente locale, rispetto all'autorità civile e militare, divenne il parroco od il vescovo”. Pertanto, è proprio a lui che “ci si rivolge per quelle esigenze organizzative attinenti alla protezione, alla sicurezza, all'assistenza, all'informazione e così via”. Non sono rari i casi in cui i parroci, nominati o costretti a fungere da commissari prefettizi, sia dai comandi militari italiani, sia da quelli austro-tedeschi durante l'anno di occupazione.
Sono i vescovi che fanno conoscere alle autorità militari le preoccupazioni delle popolazioni, sono essi che protestano per le insensate requisizioni e per gli atti di saccheggio e devastazione perpetrati dalle truppe sbandate dopo Caporetto, dimostrando, ancora una volta, di essere l'unica autorità pubblica affidabile. Sono sempre i vescovi che si sono impegnati nella salvaguardia delle opere e dei monumenti artistici e culturali, mettendo in salvo diverse opere e beni. Inoltre dalle lettere dei vescovi emerge un grande impegno della Chiesa nei confronti del dramma del profugato. Sia nello sgombero che nell'accoglienza, ci sono sempre gli uomini di Chiesa in prima fila. Forti sono le critiche dei vescovi nei confronti delle autorità sia militari che civili, per l'approssimazione e la disorganizzazione con cui attuano tali operazioni. A quanto sembra non è cambiato nulla ai nostri giorni.
Nonostante tutto questo impegno della Chiesa, ci sono sempre le accuse di disfattismo, di spionaggio, di collaborazione con il nemico o, vagamente, di austriacantismo. Certo la Chiesa, la Santa Sede, all'inizio del conflitto, assunse una posizione decisamente neutrale, ha raccomandato sia ai vescovi che ai parroci“la massima cautela e prudenza nel parlare in pubblico ed in privato delle questioni attinenti la vita politica e la guerra”.
Sono numerosi i casi di singoli preti, religiosi incriminati, mandati in esilio perché ritenuti anti patriottici. In materia di pubblica sicurezza ci sono provvedimenti straordinari con divieti di pubbliche riunioni, processioni civili e religiose. Il divieto anche di accompagnamento del viatico ed il trasporto funebre. La stampa censurata completamente. La diffusione di notizie durante la guerra, era attinenza soltanto del comando supremo militare.
Secondo Scottà,“vi sono documentazioni che attestano l'intenzione di colpire sistematicamente il clero”, sin dall'inizio della guerra,“pervengono alla Segreteria di Stato informazioni su una premeditata offensiva promossa dalla massoneria contro il clero ed in particolare contro i cappellani militari”. Esistono circolari ministeriali inviati ai comandi militari “sulla sorveglianza nei confronti del clero e dei religiosi per l'azione pacifista che,  a giudizio del governo e dei comandi, tendeva ad rallentare lo spirito di resistenza dei soldati e della popolazione; ma dietro a detta azione si intravedeva una strumentalizzazione politica del governo asburgico per le sue supposte aderenze presso la chiesa cattolica”.
Con il decreto Sacchi dell'inizio Ottobre 1917, vari sacerdoti vennero incriminati. Nei mesi susseguenti Caporetto,“si avverte chiaramente nelle lettere dei vescovi il montare di quella 'insidiosa e raffinata campagna di calunnie e di odio' orchestrata contro Benedetto XV ed in pari tempo l'inasprirsi della 'persecuzione' contro il clero ed i vescovi, allo scopo di 'coglierli in fallo, di diffamarli, di trascinarli in giudizio'”.
Ritornando a prima dell'inizio della sanguinosa guerra, il Papa si è sempre prodigato per non farla scoppiare. A meno di un mese dell'entrata in guerra dell'Italia, nell'intervista rilasciata da Benedetto XV al giornalista francese Louis Latapie, pubblicata sul giornale“Liberté”, ed il giorno dopo, 22 giugno, in Italia sul “Corriere della Sera”, il papa illustra le ragioni della neutralità della Santa Sede e di quella, vanamente auspicata, della stessa Italia. L'intervista secondo Scottà, per il papa rappresenta la“necessità di prendere le distanze dallo stato italiano e dissipare eventuali sospetti di collusione morale o politica; l'esigenza di trovare nell'attenzione dell'opinione pubblica europea un fattore di maggiore sicurezza; la possibilità di muoversi con una propria libertà d'iniziativa che l'imparzialità o neutralità legittimava”.
Anche se l'atteggiamento della Santa Sede nei confronti dell'Impero Austro-Ungarico,  non era ostile, soprattutto sotto il pontificato di San Pio X, anzi non era un segreto che Papa Sarto nutriva simpatie nei confronti dell'Austria, che praticamente era rimasta l'unico grande Stato cattolico in Europa. Tuttavia,“Giacomo Della Chiesa – ovvero Benedetto XV – eredita dal suo predecessore una Santa Sede indiscutibilmente inclinata verso la pace e la più assoluta e doverosa imparzialità. Lo stesso non si poteva dire riguardo alla condotta di molti suoi membri, che palesemente si schieravano, con esasperato patriottismo e senso nazionalistico, a favore di un intervento italiano nel conflitto mondiale, per non parlare di veri e propri interventi di «guerriglia» da parte del clero di alcune nazioni in guerra”. (Caterina Ciriello, “Benedetto XV, la guerra e le posizioni dei vescovi italiani”, Anuario de Historia de la Iglesia, Vol.23 enero-diciembre 2014, Universidad de Navarra, Pamplona, Espana)
La Ciriello tra i religiosi che inneggiano al patriottismo ricorda padre Agostino Gemelli, allora medico e cappellano militare,“il quale manifestava in suoi diversi scritti la sua profonda indole patriottica e la sua inclinazione all’intervento italiano in guerra. Essa era tale da contraddire il suo sincero spirito francescano e da attirarsi le ire del p. Generale dell’Ordine, Serafino Cimino, il quale in una lettera molto confidenziale, lo rimproverò per un articolo da lui pubblicato il 25 agosto 1915, cioè pochissimi mesi dopo l’entrata in guerra italiana, facendogli presente non solo «la penosissima impressione fatta a molte persone di altissima autorità e rettissimo sentire», ma pure il suo personale sconcerto pregandolo in futuro di «essere molto più cauto nello scrivere ed anche nel parlare” (Ibidem)
Inoltre da ricordare,“Giovanni Semeria, barnabita, le cui prediche, più che di sapore evangelico, rigurgitavano di acceso nazionalismo con grande piacere dei politici italiani, ma con grave disappunto di Benedetto XV convinto del danno causato da Semeria alla politica neutralista della Santa Sede”.(Ibidem)
Il 4 agosto poi il segretario di Stato cardinale Pietro Gasparri, indirizza ai nunzi apostolici, una lettera dove si tutela la Santa Sede la propria identità spirituale e politica. In pratica,“l'imparzialità della Santa Sede, - scrive Scottà - è un'esigenza che scaturisce dall'essenza stessa del messaggio cristiano, incarnato nella figura di Gesù, principe della pace, salvatore degli uomini. A ciò si aggiunga la convinzione che la guerra non costituisse uno strumento valido per la risoluzione dei problemi degli stati e della comunità internazionale: non sul piano degli ordinamenti interni dei singoli paesi, non per la salvaguardia dei principi del diritto, non per le aspirazioni nazionali e neppure per le istanze sociali rivendicate dal nuovo protagonismo politico e civile delle masse operaie. Infine perché la guerra avrebbe prodotto solo danni incalcolabili, e fra questi anche l'illusione dell'eliminazione dell'avversario”.
Pertanto il Papa poteva dichiarare senza tema di smentita, essendo lui Padre comune a tutti, “una perfetta imparzialità verso tutti i belligeranti”, “uno sforzo continuo di fare a tutti il maggior bene che da noi si potesse,[...] senza distinzione di nazionalità o di religione[...]”. Infine fare di tutto per affrettare la “fine di questa calamità”, per arrivare a “una pace giusta e duratura”.
La vigilanza della Santa Sede sui vescovi e sul clero e costante, già prima della guerra, e specialmente durante.“Mostra una certa tolleranza nei confronti di attestazioni patriottiche, ma insofferenza per espressioni o discorsi dai toni nazionalistici”.
Il 26 maggio 1915 la Segreteria di Stato inviava a tutti i vescovi delle direttive precise:“Allo scopo che tutti i Rev.mi Vescovi italiani seguano una stessa linea di condotta nella situazione creata dall’intervento dell’Italia nell’attuale conflitto, si indicano qui appresso alcune norme, alle quali i vescovi medesimi, nelle presenti difficili circostanze, avranno cura di uniformarsi: 1. Non devono pronunciarsi discorsi in occasione della partenza o dell’arrivo di truppe, dei funerali per i caduti in guerra o di simili avvenimenti e cerimonie pubbliche. 2. I Vescovi eviteranno in ogni eventualità di farsi iniziatori di pubbliche manifestazioni.
Per ciò, poi, che concerne l’esporre la bandiera nazionale, l’illuminare gli edifici
episcopali ecc... (nel caso che simili manifestazioni divenissero generali in tutta la città) non è loro vietato di farlo, ma si regoleranno secondo le circostanze, tenuto conto specialmente delle ubicazioni degli edifici stessi, i quali in alcune città trovansi molto in vista, in altre non lo sono. 3. Parimenti i Vescovi, ed in genere gli ecclesiastici non si faranno promotori di funerali per i caduti, di funzioni per rendimento di grazie ecc; ma se ne vengano richiesti, non si oppongano. Abbiano, tuttavia, presente che i Te Deum solenni debbono riservarsi per le vittorie decisive; come pure che a queste e simili funzioni non è opportuno che intervenga il vescovo, se può astenersene senza serio pericolo di gravi inconvenienti. 4. Quanto alla scelta della colletta pro=pace, che sinora è stata recitata, è l’altra Tempore belli, da alcuni ora proposta, è lasciato ai vescovi il determinarla per la rispettiva Diocesi”. Comunque sia, secondo lo storico Giampaolo Romanato,“è stato molto difficile per i vescovi e per la struttura ecclesiastica di base sottrarsi alle sirene nazionalistiche senza venir meno all'obbligo della solidarietà verso i combattenti, davanti alle continue richieste di benedizione delle truppe in partenza, di funerali solenni, che portavano a un coinvolgimento sempre maggiore della chiesa nel clima della guerra”.
Mentre per quanto riguarda l'atteggiamento della Santa Sede nei confronti delle organizzazioni cattoliche, in particolare nei confronti dell'”Unione Popolare fra i cattolici italiani”, che si era fatta contagiare dall'interventismo e dalla “frenesia del maggio radioso”. A questo proposito, il Papa interviene personalmente, è categoricamente sconfessa la posizione dell'associazione. Non ci può essere nessuna approvazione della “guerra che il popolo non vuole ad ogni costo”.
Concludo utilizzando ancora il bel documentato studio su Benedetto XV, i vescovi e la guerra della studiosa Caterina Ciriello, della Pontificia Università Urbaniana di Roma.
“La crudezza dell’evento bellico cambiò molte vite, insinuò sospetti, spaccò in due le comunità, la società intera. L’intento del papa fu quello di limitare il più possibile i danni della guerra ed assicurare ai fedeli la maggiore assistenza possibile. Molti vescovi furono solo pastori impegnati a curare il proprio gregge mettendo da parte i sentimenti patriottici; altri furono malvisti per la loro ostinazione ed inflessibilità nella celebrazione delle esequie ai soldati morti in guerra, causando non pochi problemi alla Santa Sede. Benedetto xv ebbe a che fare con pastori spesso ingenui e con altri fin troppo scaltri; a tutti però, da autentico padre – come si può vedere annotato nelle numerose lettere inviate ai prelati – consigliava prudenza e saggezza, rinuncia e sacrificio per il bene del popolo, dell’Italia e della Chiesa specialmente[...]”.


venerdì 27 ottobre 2017

Maria Favarò, "Visione tra le ombre" (Ed. Thule)

di Ciro Spataro

Leggendo la raccolta “ VISIONE TRA LE OMBRE” di Maria Favarò ho subito compreso che per lei la poesia non è solo astrazione artistica, non è un momento passivo dell’esistenza, ma uno scavo psicologico, una ricerca continua in cui vediamo, poesia dopo poesia, come ogni parola è concreta ed al tempo stesso rivelatrice del pathos e della solitudine dell’io della poetessa. Maria Favarò si muove sicuramente sulle orme del filone della poesia postmontaliana e man mano che mi immergevo nel libro non ho potuto fare a meno di pensare alla lirica di Eugenio Montale “ Portami il girasole ch’io lo trapianti” e soprattutto i versi: “ tendono alla chiarità le cose oscure, si esauriscono i corpi in un fluire di tinte; queste in musiche. Svanire è dunque la ventura delle venture “. ( tratta da Ossi di Seppia).
L’originalità della raccolta di Maria Favarò sta proprio nel linguaggio asciutto, sintetico che mira all’essenziale. Quello che preme alla poetessa non è tanto l’effetto da raggiungere quanto la pregnanza di un significato per dire quel che ha dentro e comunicarlo, per manifestare uno stato d’animo certamente sofferto. Eppure c’è da ritenere, come dice Agostino d’Ippona, che la verità è dentro di noi, in interiore homine abitat veritas. È una poesia scevra di orpelli in cui conta soltanto l’essere e non l’apparire, basti pensare alla lirica” Diva” dove la prima donna ha soltanto la voglia di primeggiare, non comprende la vanità delle cose e la precarietà dell’esistenza: “la luce si affievolisce nella morte incombente, pallido sole, visione tra le ombre”.
Alla base di questa poesia c’è un vissuto di notevoli traumi a livello interiore in cui “ solitudini s’ infrangono”. Ma attenzione lo stesso pessimismo ha una caratura culturale e la lirica ” Lacrima” ne è un esempio meraviglioso: “ Impregnata dei tuoi umori scivoli, calda, salmastra sulle rughe della pelle. Cauterizzi nel dolore, segnando nel tempo, questo attimo già passato”.
Solo nel mare del silenzio si può sentire viva la verità che è in noi,  la Favarò lo afferma in modo deciso, e proprio nel silenzio ci si accorge del valore dell’amore come categoria essenziale della vita: “ Lascia che Eros ti riporti nel tuo ventre ad amore tornando”.
Nella lirica “Risurrezione” l’autrice vede consumare piano piano l’esistenza, ma invita a non autocommiserarsi, “in questo mio tramonto non piangere, lascio la vita nelle tue mani nell’attimo del suo fiorire”.
Appare evidente dalla raccolta come Maria Favarò nella sua poetica, senta l’antinomia vita morte e la fa sua sviluppandola in maniera davvero originale, perfettamente consapevole che “ inesorabile il tempo segna le strade”  ed è proprio per questa amara dimensione del tempo che Maria Favarò nella poesia “Identità” con versi bellissimi afferma come “ Vivendo sto già morendo”.
Il  lettore scorrendo il libro rimane colpito dalle liriche della Favarò, vive gli stati d’animo della poestessa che quasi disperatamente cerca una via che appaghi il suo essere e la sua umanità.
La conclusione è che bisogna aggrapparsi con forza alle illusioni perché ci aiutano sicuramente a vivere anche se spesso si corre il rischio che si trasformino in disillusioni, ma vale la pena di provare.
Diceva il grande scrittore americano Mark Twain: “ Non separarti dalle illusioni quando se ne saranno andate può darsi che tu ci sia ancora, ma avrai cessato di vivere”. Personalmente sono convinto che le piccole grandi illusioni ci fanno veramente vivere, sperare fino alla fine soprattutto quelle che ci fanno sognare ad occhi aperti tutti i giorni. Proprio come affermava Gaston Bachelard nella poetica della “reverie” . Il poeta è un sognatore di particolare sensibilità che crea giorno per giorno ad occhi aperti in quanto questa capacità immaginativa della “ reverie” anima il nostro futuro.