domenica 19 febbraio 2017

Presentazione del libro di Elena La Verde, "Abbracciare il tempo", Martedì 21 Febbraio


Napoli: presentato l’Elogio della Distinzione di Tommaso Romano

Presso la Galleria d’Arte moderna PRAC, in Napoli, sabato 11 febbraio, organizzato dall’Unione Monarchica, Italiana è stato presentato il volume del Prof. Tommaso Romano, “Elogio della Distinzione”.
In un’età di approssimazione ed appiattimento, il volume, edito da Fondazione Thule Cultura, e presentato dal Prof. Mario Anzisi e dal Presidente nazionale U.M.I. Alessandro Sacchi, si manifesta come un’idea editoriale fresca e gradevole.
Assente l’Autore, per un’improvvisa ed imprevedibile indisposizione, il pomeriggio letterario ha visto la partecipazione di folto ed interessato pubblico.





sabato 18 febbraio 2017

Anna Maria Guidi, "E-marginati" (Ed. Book Editore)

di Guglielmo Peralta

       
Quando la poesia dipinge nascono "ritratti" che nulla hanno da invidiare alla pittura. Questa silloge di Anna Maria Guidi è una "galleria d'arte", ma al posto dei "quadri" ci sono esseri in carne ed ossa che percepiamo con tutti i sensi. E ci sentiamo invasi dalla loro sorte, dal loro essere fuori, "E-marginati", ridotti a scampoli di vita, sì che ne proviamo com-passione. La descrizione dei loro tratti psico-somatici è così precisa, incisiva, concreta da restituirci di ognuno l'intera persona in corpo e anima, con un accentuato realismo da trompe l'oeil, che li ri-trae, fuori dal non-luogo in cui sono confinati, nel versante poetico, dove essi sono un'umanità grondante di abbandono e di solitudine, stretti in un grido di dolore taciuto, nella loro silenziosa richiesta d'amore e di aiuto. Questi umiliati e offesi, crocifissi dal silenzio e dall'indifferenza, hanno la consolazione dello sguardo pietoso della Guidi, che li restituisce all'esistenza traendoli dall'oblio e consegnandoli alla poesia, la quale li riscatta in testi che li nominano uno per uno e sono la loro denuncia e testimonianza. Perché essi vi parlano con la voce dell'Autrice. E il lettore, che conosce questa condizione dis-umana, non può che lasciarsi coinvolgere emotivamente da tanto amara rappresentazione, resa con linguaggio tanto figurato quanto concreto, scultoreo e inventivo, intriso di pathos e di sanguigno furore.
        Non manca in questa silloge l'invettiva contro la società globalizzata, in cui viene meno la comunicazione interpersonale a vantaggio di quella mediata dai mezzi tecnologici sempre più sofisticati e dove l'uomo finisce per restare ingabbiato nel labirinto virtuale. Ed ecco che di fronte al pericolo rappresentato dalla tecnica che consente all'uomo di estendere e imporre la propria egemonia sulle cose manipolandole, asservendole, stravolgendone la natura e il fine originario per cui sono state create, l'accenno, alla fine della silloge, alla Gelassenheit heideggeriana, è l'indicazione della via da seguire per evitare di con-cedersi "al varco senza scampo / del limite postremo"; è l' atteggiamento speculativo di fronte alla realtà: «l'abbandono» e il raccoglimento che lascia-essere gli enti, le cose così come sono, senza trasgredire e modificare l'ordine in cui sono state costituite e collocate. E qui, il riferimento va oltre gli enti materiali, nella direzione dello spirito, la cui assenza a causa della meccanizzazione del nostro intimo ci fa pendere sull'abisso confinandoci tutti al "margine" della vita, in prossimità di quel "varco senza scampo", ossia della morte, che tuttavia, per Heidegger, può liberare l'uomo se egli si abbandona agli enti e rinunciando al boomerang del "progresso" tecnologico si apre al mistero della verità dell'Essere e alla possibilità di approdare, attraverso il progetto dell'essere-per-la morte, a una vita più autentica, che, per la Guidi, significa sottrarsi al destino di E-marginati, rendere l'uomo "innamorato d'eterno".  

venerdì 17 febbraio 2017

Il dramma delle foibe

di Domenico Bonvegna

Mentre imperversa sulle nostre teste la crisi economica e quella politica del nostro Paese, chissà se abbiamo tempo e voglia di ricordare la grande tragedia che hanno subito migliaia di italiani tra il 1943 e il 1945 nelle terre giuliane, istriane e dalmate. Dopo l'istituzione nel 2004 della “Giornata del Ricordo”, dovremmo essere tutti al corrente del massacro di italiani che è stato compiuto dalle forze partigiane comuniste guidate dal maresciallo Josip Broz Tito (i titini).
Il mio contributo al ricordo delle vittime delle foibe è la presentazione di un libro che ho trovato recentemente nei miei consueti raid presso il solito outlet librario milanese. Il saggio è scritto da Giuseppina Mellace,“Una grande tragedia dimenticata. La vera storia delle foibe”, Newton Compton (2015), riproposto dalla Biblioteca Storica de Il Giornale.
L'autrice, avvalendosi di diversi studi, soprattutto quelli di Raul Pupo, di Roberto Spazzali, ma anche di testimonianze scritte di intellettuali triestini, ha realizzato un buon testo documentato che ci offre una sintesi sui fatti che coinvolsero le popolazioni italiane dei confini orientali.
Le foibe rappresentano una storia dimenticata, negata, volutamente rimossa per decenni. La scrittrice romana è andata alla ricerca delle cause del fenomeno foibe, rivolgendo l'attenzione in particolare alla condizione delle donne, “da sempre testimoni silenziose e vittime mute della violenza della guerra”. Infatti alla fine del libro, nelle appendici, la Mellace, con un lavoro certosino, di ricerca, di confronto paziente di elenchi, dedica molte pagine a loro:“le donne infoibate, deportate, scomparse o condannate dai tribunali speciali”.
Un elenco dettagliato di nomi in ordine alfabetico, vittime degli slavi, vittime dei nazifascisti. Seguono poi una serie di documenti o stralci che illustrano meglio gli avvenimenti esposti nel libro.
“Le prime a sparire, proprio come accadeva per gli uomini, furono le donne legate alle istituzioni: non a caso le insegnanti furono particolarmente perseguitate e i loro cadaveri offesi e martoriati. Infatti era prassi ucciderle e poi impiccarle a un albero, talvolta per i capelli”.
Purtroppo capita spesso che siano proprio le donne a pagare un caro prezzo in tutte le guerre. Loro oltre a perdere la vita, spesso vengono irrimediabilmente ferite e violate nella loro intimità, così è capitato alla povera Norma Cossetto, o alle tre sorelle Radecchi. Albina, Caterina e Fosca.
Per affrontare il tema degli infoibamenti e delle deportazioni, la Mellace, tratteggia, a grandi linee, la fase storica in cui tale fenomeno è avvenuto. Siamo nella II guerra mondiale, con la lotta degli Alleati e la Russia contrapposti al nazifascismo, poi alla fine del conflitto, inizia un'altra battaglia, quella della “guerra fredda”. In questo contesto c'è il Partito comunista italiano di Togliatti che appoggia la linea politica del maresciallo Tito. Inoltre accenna alla questione economica, a quella immobiliare, e poi all'espansione slava della zona, che ha influito sull'esodo degli italiani, oltre 350 mila italiani fuggirono dall'Istria, dalla Dalmazia e il Friuli Venezia Giulia.
Interessante il capitolo che affronta l'esodo, un dramma dove intere comunità strappate alla proprie radici, per la Mellace, non fu “una migrazione, bensì una frattura, un punto di non ritorno, scelta politica e fu, per molte zone, plebiscitario, sebbene manchi, ancora oggi, una storia complessiva di tale fenomeno”. I numeri degli italiani che abbandonarono le terre dalmate giuliane e d'Istria sono impressionanti, a Fiume su 60.000 abitanti, 54.000 scappano. Pola su 34.000 abitanti, abbandonano in 32.000. Zara su 21.000, lasciano 20.000. Capodistria su 15.000 abitanti lasciano, 14.000 e via di questo passo per gli altri centri.
La Mellace, avendo ripreso lo studio di Pupo, racconta come il fascismo cercò in tutti i modi di “fascistizzare” quei territori, attraverso le scuole. In queste zone, il fascismo cercò di plasmare la società secondo il proprio modello culturale, introducendo tutte quelle opere che aveva fatto nel resto d'Italia. S'interessò soprattutto dell'istruzione dei giovani, con la riforma Gentile contribuì all'italianizzazione e quindi all'eliminazione delle lingue salve dalla scuola. Nel terzo capitolo, la Mellace, accenna anche ai campi di internamento e di concentramento italiani. In questo frangente mentre infuriava la guerriglia partigiana e quindi le varie rappresaglie, in Slovenia, si distinsero due generali italiani, Mario Roatta e Mario Robotti, quest'ultimo ordinava sempre più rigore e più fucilazioni. Ci furono deportazioni, anche qui è impossibile quantificare l'esatta cifra, il numero oscillerebbe tra i 25.000 e i 100.000 mila, tutto questo per stroncare la guerriglia partigiana. Poi arrivò la pesante invasione tedesca, con l'armistizio dell'8 settembre 1943, e così la popolazione italiana, si trovò presa tra due fuochi, da una parte i tedeschi, dall'altra il Movimento di liberazione del partito comunista jugoslavo.
Il maresciallo Tito richiedeva ai suoi uomini un'incrollabile fede comunista, che doveva essere comprovata, in territori come l'Istria e la Dalmazia che già si sentivano jugoslavi prima del crollo dell'Italia fascista, prefigurando una bolscevizzazione della zona. Pertanto chi non dimostrava una fede comunista sarebbe stato passato per le armi nel più totale silenzio.“La propaganda – scrive Mellace - fomentava il forte spirito nazionalista slavo che il fascismo aveva tentato di annientare. I partigiani, conquistato un territorio, ponevano come condizione alla classe dirigente locale, per la maggior parte dei casi italiana, la totale collaborazione, abbracciando la causa slava, oppure la sparizione o l'eliminazione fisica come 'nemici del popolo': una categoria che, non avendo una caratterizzazione definita, era applicabile a chiunque, e creava un diffuso senso di paura e di incertezza per il domani”.
Nel libro la Mellace parla di tre stagioni di violenze in una catena di furore popolare e di resa dei conti, sempre all'interno degli anni della seconda guerra mondiale. La prima all'indomani dell'8 settembre '43, le vittime oscilleranno tra le 500 e le 700, tutti concentrati sull'Istria,“caratterizzate da una ferocia disumana in special modo sulle donne, quasi a voler colpire gli uomini, gli italiani e quindi i fascisti, nei loro affetti più cari”. La seconda stagione, va dal 1 maggio 1945, con l'arrivo delle truppe di Tito a Trieste e l'ultima dopo la fine del conflitto mondiale.
Il 19 capitolo è dedicato ai “luoghi dell'orrore”, si comincia con la foiba di Basovizza e poi via via con tutte le altre. "Le foibe - scrive l'autrice - fornivano l'opportunità di uccidere in maniera celere senza grande dispendio di denaro per le munizioni", diventando in pratica delle "fosse comuni".
“La maggior parte delle vittime tra gli italiani apparteneva alla borghesia, gli oppositori più ferrei del partito comunista”.
In questi grandi “inghiottitoi naturali, propri dei terreni carsici, poco visibili poiché spesso la vegetazione copre le stesse voragini”, venivano scaraventati uomini e donne spesso legati l'uni agli altri da un fil di ferro. Nella maggior parte dei casi, bastava sparare al primo della fila che, cadendo, avrebbe trascinato con sé il resto dei prigionieri con lui legati. Per certi versi, scrive la Mellace: “ la celerità della sepoltura ne sviliva tutta la ritualità a essa legata, compresa l'elaborazione del lutto, e cancellava il diritto alla memoria del defunto”. Poi con la “spoliazione, prima dell'esecuzione, aggiungeva un ulteriore oltraggio alla vittima”. Questi morti non rappresentano un conflitto di razze, ma piuttosto ideologico, che si stava disputando per il controllo del territorio. Per la Mellace,“l'obiettivo non era eliminare i fascisti ma la classe dirigente italiana, in modo di creare il vuoto di potere che gli slavi si apprestavano a colmare”. E' interessante a questo proposito, l'intervista al professore Guido Rumici, che considera gli eccidi delle foibe sicuramente diversi dagli altri, ma non propende per una “pulizia etnica”. Infatti secondo lui in questa tragedia, ci sono anche “fattori nazionali, politici ed ideologici che si mescolano tra loro in un intreccio molto complesso che andrebbe visto in una prospettiva più ampia [...]”.
Quante furono le vittime?”. La Mellace non sa rispondere a questa domanda, per la verità, nessuno degli storici ancora ha risposto. In realtà, non sapremo mai con precisione quante furono le vittime delle foibe. Nessuno ha potuto quantificarle. I motivi sono tanti, innanzitutto perchè hanno distrutto i catasti, la documentazione, in pratica i titini hanno fatto tabula rasa per ricostruire un futuro diverso. Si creò una snazionalizzazione al contrario di quello che aveva tentato di fare il fascismo.  Molti archivi sono andati distrutti durante e nell'immediato dopoguerra. Inoltre le fonti slave sono state disponibili da poco tempo, dopo la fine della federazione jugoslava. Comunque sia il numero delle vittime oscilla tra un minimo di 5.000 e un massimo di 16.000.
Tuttavia si può scrivere, che“anche se rilevante, il numero degli infoibati è certamente inferiore a quello delle numerose stragi e sistematici stermini che si sono avuti nel corso della seconda guerra mondiale, ma la loro morte rimane pur sempre un crimine esecrabile e particolarmente sentito dai giuliani ancor oggi”.

giovedì 16 febbraio 2017

Mr Belloc racconta la Rivoluzione francese

di Luca Fumagalli

La caratteristica principale che rende ogni saggio storico di Hilaire Belloc un’emozionante avventura nel passato è l’imprevedibilità. Belloc, al pari del suo sodale G. K. Chesterton, ogni volta che tratta un argomento lo fa con arguzia, prendendo le distanze dalla banalità. Per lui il paradosso, il desiderio di fronteggiare l’errata opinione comune, non è una provocazione letteraria – come era per l’amico – ma si concretizza in una rilettura ingegnosa della storia. Anche il libro La rivoluzione francese (1915), da poco ripubblicato in Italia dalla casa editrice veronese Fede & Cultura, non sfugge a questa regola.
Per ammissione dello stesso autore, il saggio si configura più come una storia delle idee piuttosto che un racconto degli eventi. Il principale obiettivo di Belloc, infatti, è quello di dimostrare come sia possibile essere cattolici e allo stesso tempo ammirare la Rivoluzione francese. Un’impresa pericolosa, si dirà, ancor più se si considera che la Chiesa condannò in più occasioni l’ideologia del 1789. Ma lo scrittore anglo-francese non è certo tipo facilmente impressionabile, e il risultato del suo lavoro è un piccolo grande gioiello, un volumetto godibile nella lettura e coraggioso nelle asserzioni, dove i luoghi comuni di tanta storiografia vengono rimasticati e rigettati, smontati e brillantemente ricostruiti con credibile tridimensionalità.
Da parte paterna nelle vene di Belloc scorreva sangue francese, il repubblicanesimo per lui era qualcosa di naturale, da doversi accettare senza troppe obiezioni; e se questo lo distingueva dai principali autori cattolici inglesi di inizio XX secolo, tutti invariabilmente monarchici, non gli impedì tuttavia di cogliere con una certa genialità limiti e potenzialità di una forma di governo che all’epoca, agli inizi della Grande guerra, intuì quasi profeticamente essere il futuro che attendeva l’Europa.
La teoria politica della Rivoluzione, diretta debitrice delle carte di Rousseau e della “Dichiarazione d’indipendenza americana”, secondo Belloc contiene diversi spunti interessanti che, nel complesso, la possono rendere accettabile anche agli occhi di un cattolico. Certamente tale teoria pecca del grave limite di non riconoscere Dio come fonte di ogni potere, ma alcuni propositi fondamentali, quali l’uguaglianza innanzi alla legge e un ripensamento globale del concetto di giustizia, appaiono ai suoi occhi tutt’altro che disprezzabili. D’altronde i dissensi con il clero francese iniziarono solo in un secondo momento, quando le guerre con le potenze europee costrinsero i rivoluzionari a sfogare le frustrazioni contro uno spauracchio di comodo: venne scelta la Chiesa solo perché quest’ultima era così mondanizzata e preda dei fumi del gallicanesimo da risultare agli occhi dei più ormai indistinguibile dall’odiata aristocrazia.
Belloc non tace dei massacri di Vandea compiuti in nome di un falso concetto di libertà, dei numerosi martiri trucidati in odio alla fede e di quanti si opposero, compreso il Papa, alla barbarie rivoluzionaria. Ma, come ricordato, il suo scopo è un altro, e lo persegue ripercorrendo anche i fatti principali della storia militare della Rivoluzione – colpevolmente trascurata dagli storici – e studiando il carattere dei protagonisti del periodo, dal debole Luigi XVI al fumantino Robespierre.
La rivoluzione francese è dunque un’opera intelligente, condotta secondo un disegno didascalico che non annoia il lettore, costringendolo anzi a fare i conti con un episodio storico per troppo tempo privato della giusta complessità. Un libro ottimo per chiunque mal digerisce verità di comodo, banali e preconfezionate; ennesima perla prodotta dalla penna di uno dei polemisti più talentuosi dell’ultimo secolo.

da: www.radiospada.org

mercoledì 15 febbraio 2017

Presentazione del libro di Salvatore Lo Bue, "Un amore bellissimo. Leopardi e la felicità", Giovedì 16 Febbraio


Francesco Maria Cannella, "Non saltare giù dal letto prima di mezzogiorno" (Ed. Thule)

di Aldo Gerbino

Leggere Non saltare dal letto prima di mezzogiorno, che Francesco Maria Cannella ha pubblicato per le Edizioni Thule, mi ha fatto pensare alle parole usate da Giuseppe Baretti, il temibile Aristarco Scannabue, quando, nella sua settecentesca «Frusta letteraria», asserisce, - scagliandosi contro la ‘piatta’ e noiosa “Vita del Cellini” scritta dell’anatomista Antonio Cocchi, - d’essere questa, in modo assoluto, tutto il contrario della viva autobiografia celliniana. «Già ho detto», asserisce, «che Benvenuto Cellini ha scritto un meglio stile che non alcun altro italiano; uno stile più schietto e più chiaro, perché più secondo l'ordine naturale delle idee, le quali non ne presentano mai il verbo prima del nominativo, e non ce lo collocano mai in punta a' periodi e a una gran distanza da quello». E soprattutto – va ricordato –  come questo poliedrico artista del Cinquecento abbia fatto un uso ‘pre-moderno’della lingua quotidiana, ricca di verve, fuor dalla gabbia d’uno stile. Una scrittura, quella accolta nella sua “Vita”, affidata e confezionata con un linguaggio personale, da “boschereccio”, come amava definirsi lo stesso Cellini, in virtù di quella sua abilità a offrirsi in una sorta di impavido manufatto a tutto tondo, e ancora per quel suo valore intrinseco, già messo con forza in evidenza da Bruno Maier (per il quale la ‘Vita’ del Cellini è, paradossalmente, “un capolavoro di stile”), e, dove i termini appaiono composti là dove debbono stare, fuori da particolari ambiguità letterarie, con climax di cuspidi oscillanti tra celebrazione e denigrazione. E di climax narra la giovane lingua di questo contemporaneo outsider, mescolata nella anomalia spastica di un polimetro gergale e ostentatamente beffardo, alimentato da dolori giovanili, da eccessi tradotti in iperboli e metafore. Si ricalcano vie già percorse dai nostri sperimentalismi: dal futurismo alla stessa esperienza siciliana dell’Antigruppo, dove la lingua, pur non depurata, vive, – in quella misura amata da Céline, – dell’orrore della quotidianità, e di una certa ansia che Bárberi Squarotti, nel suo autografo per Cannella, rintraccia come scrittura intensa e “vitalissima”.Céline