mercoledì 29 marzo 2017

Giuseppina Rando, "Geometria della rosa" (Ed. Aletti)

di Guglielmo Peralta    


 Il tema dominante di questa silloge annunciato fin dal titolo: Geometria della rosa, è "la parola" che, metaforicamente, assume il nome del fiore, e con questo quell’idea della perfezione e dell’infinito, che è uno dei significati della rosa nella simbologia medievale. Questa parola che s'inciela in virtù della metafora, somiglia tanto al Verbo quanto alla Poesia perché, a sua volta, è segno tangibile e vero della creazione, mediante il quale l'uomo tenta di dare un ordine al mondo. Questa parola è un concetto primitivo, comprensibile, come lo sono in geometria il punto, la retta, il piano; ed è un principio generale evidente, un assioma che, con le sue forme e figure diverse cerca di tracciare le linee di composizione e rappresentazione simbolica della realtà fisica, ma anche e soprattutto di quella realtà altra, ineffabile, che va oltre la misura o dimensione dello spazio letterario; oltre le forme del testo e del linguaggio poetico che Giuseppina Rando pone in parallelo con la geometria.
        Questa parola, questo segno senza spessore, che la scrittura creativa carica di significati e che perciò si fa corpo e anima; che si fa verso: che si volge come girasole alla sua sorgente nascosta  sembra essere, tuttavia, in contraddizione con la Poesia che resta un puro nome, un universale che, per dirla con i nominalisti, è privo di realtà ontologica riducendosi a un mero nome, a un fatto linguistico, a un linguaggio che non lo parla, non lo esprime. Ne deriva che la parola stessa, con la sua "architettura geometrica", in quanto non riesce a cogliere la rosa e la nomina soltanto, è solo un significante che rimanda eternamente a un "oggetto" che non ha un'esistenza assiomatica; che resta inafferrabile, fuori dal "piano geometrico" e dallo spazio fisico che contiene le cose materiali, come accade con gli oggetti della vita reale che c'illudiamo di possedere nominandoli. Se, dunque, la parola è solo un flatus vocis, la sua "geometria", invalidata dalla natura ineffabile della rosa, è relativa, non vera, come non sono più considerati veri i principi della geometria dopo Euclide. Eppure questa rosa ha la magica virtù di rendere possibile la parola, il linguaggio poetico, che, anche se non le è proprio, tende a comporla disponendo le parole come petali e assumendone in qualche modo il profumo. Se, come dice Miguel de Unamuno, citato in epigrafe nell'ultimo testo della raccolta, «ciò che non è eterno / non è reale», la Poesia che ha il crisma dell'eternità è assolutamente reale e totipotente nella sua unità indifferenziata. Infatti, essa si evolve, dà origine alle "cellule" delle parole, che, coltivate nel giardino del sogno, imitano i frutti celesti e aspirano ad acquistare la forma della rosa, ad essere esse stesse questo fiore, simbolicamente presente nel paradiso di Dante e che qui, in questa silloge, è "forma geometrica" disegnata e cresciuta nel tessuto del sogno; essenza odorosa, invisibile agli occhi e tuttavia percepita come forma organica e reale. Perché "Il sogno", che fa parte della "geometria della rosa" è intuito dalla Rando «come proiezione della realtà. La realtà come proiezione del sogno». Se sogno e realtà sono interscambiabili, se «non ci sono fratture incolmabili tra il reale e l'immaginario, tra la vita e il sogno», allora deve esserci un'identità, o quanto meno, una somiglianza o corrispondenza tra la parola e il suo fiore, tra l'immagine della rosa sognata dalla parola e la rosa stessa. Se è così, « "Non" stat rosa pristina nomine, nomina nuda "non" tenemus»[1] (la rosa primigenia «non» esiste solo come nome, noi «non» possediamo nomi nudi). Allora, la parola che nomina ha un senso e ha il potere di fare essere le «cose», di dare loro un senso, a sua volta e di operare il cambiamento. E così la vita, che si affida alla parola poetica, acquista senso e verità, può conquistarsi il suo spazio sacro nella geometria delle forme e oltre il loro spazio, e può aspirare ad essere essa stessa la rosa se non cessa di aspirarne il profumo, di berne l'essenza dal suo calice. «Come un pendolo la vita oscilla tra la veglia e il sonno, tra il detto e il 'non detto', il comprensibile e l'incomprensibile, l'orrido e il sublime». La "geometria" è questa duplice polarità: positiva e negativa, che descrive le linee, i percorsi, gli aspetti, i casi opposti della vita; ed è la matassa da dipanare, il labirinto, dove c'è sempre qualcosa da sacrificare, un filo da seguire per un cammino più sicuro, per navigare migliori acque sognando approdi felici qui sulla terra, piuttosto che inseguire esistenze fantasma dietro gli «echi segreti di cosmi lontani». Perché è stando con i piedi sulla terra che possiamo «incielarci». E il mezzo per spiccare il volo è la parola, il «verbo» che si fa custode del sogno e «accende abbatte / il muro dell'esilio / per inseguire ancora... / forse... una promessa / una speranza».
       La vita oscilla, soprattutto, tra due forze distinte e contrapposte: il Logos e il Pathos. Esse regolano l'animo umano e corrispondono, rispettivamente, alla parte razionale e irrazionale. Nella sezione intitolata "I corpi dell'ombra", queste due forze non sono del tutto in antitesi perché la ricerca dell'equilibrio tende ad eliminare il loro contrasto, a "pacificarle" indirizzandole a produrre forme armoniose contro «limiti, linee di separazione, caos». È la poesia a conciliare ragione e sentimento, luce ed ombra, spirito e materia, vita e morte. E lo fa con la natura, che esplode in un tripudio di luci, suoni, colori, profumi, forme, a compensare la fragilità umana, l'«ombra di un cuore muto»; a portare la gioia, la «promessa d'infinito / parola inestimabile» che rompe il silenzio con «lampi" di parole, con «voce di accecante mistero», dove l'anima si accampa e attende nuovi «orizzonti». Ma sempre disattesa è la promessa in questa silloge in cui le sezioni, le parti che la compongono costituiscono un corpo unico, in un crescendo d'immagini, di pensieri, di stati emotivi, di illusioni, di dubbi, di contrasti, di chiaroscuri: di ombre rischiarate dalla luce, di luce determinata dall'oscurità. Sono le «umane cose» spesso ad animarsi, a respirare dentro le parole con le quali ci vengono incontro, quasi a chiedere o a rivelare «il messaggio non colto»; è la natura inanimata: la dura «roccia» a destare «i giorni pallidi e stanchi» che, col concorso del vento, acquistano «ali dorate», e la «pietra» che espelle il «silenzio (...) / dal grembo verginale» come se volesse farsi gravida e leggera di parole. Risvegliate dalla parola poetica, le cose rivelano la loro natura di ombre, per la quale acquistano uno spessore più vero. Perché "in principio" è l'ombra. Essa è all'origine di tutte le cose ed è la loro vera natura. Prima della luce accecante. Riconoscere la natura ontologica dell'ombra è lasciarsi "ingannare" dal mito della caverna platonica, cioè comprendere che non c'è inganno nel mito; significa vedere «nel solco dell'ombra» l'essere delle cose e (non) restare prigionieri della verità, dove prigione e libertà si equivalgono. Così ritrovare l'infanzia in un ritratto è lasciare fluire e rifluire i sogni dall'ombra in cui si sono ritirati e racchiusi. E l'ombra è la luce che abbiamo vissuto e che il tempo ha dissipato. Il passato è la caverna che abbiamo abitato ed è la casa dove fare ritorno. Perché è lì che siamo nati e cresciuti: nella notte, nel buio, nell'inconsapevolezza del giorno. È lì che «gli anni bianchi» ci sono stati «rapinati / dal sole, dall'aria / dall'acqua / dal fuoco», dagli elementi essenziali che compongono e fanno festosa la nostra natura umbratile, mutata in miraggio, in «barlumi». Nella luce accecante abbiamo smarrito la Parola, che si è fatta silenzio e ombra, «oscurità raggrumata». Componiamo con la rosa petali di luce. Ma la rosa non sboccia nel canto della parola. Il silenzio è «notte bianca», senza sogni, eppure «cinge qualcosa d'altro / intorno all'ombra di una gioia / che vuole sopravvivere / al dolore del niente». Più grande è lo smarrimento quando il dolore si fa quotidiano e reale e gronda «sangue d'innocenti», quando irrompe nella vita dell'umanità tutta e la sprofonda in un abisso, dal quale le sarà difficile risalire. Qui la "rosa" è recisa dalla sua "geometria" che solo può descrivere il vuoto e il caos del mondo, dove la Parola è esiliata e perduta, ogni sua orma cancellata. «Orfana d'infinito», smarrito l'umbratile orizzonte, la sua mappa celeste, la parola poetica declina nel silenzio che la sovrasta e copre la sua voce implorante, la quale resta senza risposta: «arcane parole dislocano / (...) stanchi giocolieri / in sillabe si sgretolano / e scolorando la terra / invano cercano / mappe in cielo». E anche se «nell'anima umida» di pianto attecchiscono e «gemmano» parole di conforto sussurrate dalla divina oscurità, la vita si trascina nel suo «tacito dolere», e più non l'abita l'ombra o il sogno in fuga dall'insopportabile luce dell'alba. Perché nella luce si accampa il nulla e «muore la parola». Solo «non muore il silenzio». Resta, «senza eco», in ascolto «all'ombra delle rose»: delle parole che re-spirano «tra profumi e veleni». Fuori dalla caverna, dalla «franta dimora», esiliato nel caos esistenziale e nel labirinto delle parole, nella cui assoluta incomprensione e relatività collassa la "geometria della rosa", l'essere cerca una chiarità nella quale oltrepassarsi per ricreare intorno a sé un cosmo: un nuovo «ordine dell'esistere», «in sogno e in veglia», nell'agognata condizione di oscurità rischiarata e di luce determinata dall'oscurità, per dimorare, cioè, nella luce dell'ombra. Ma dura è la lotta tra la vita e «la morte» che «cresce a dismisura» e non risparmia il pianto agli uccelli e alle stelle, sì che la natura partecipa a tanto dolore in questo nostro tempo disumano. In un mondo alla deriva, che ha dissipato tutti i sogni, la rosa è il sogno da coltivare per il godimento degli occhi e dell'anima; affinché con la rosa, simbolo del mistero della fioritura, fioriscano la Bellezza, l'Amore, la Vita. Essa è la Parola ed è la Poesia. È l'essere che si oppone al nulla che avanza. È luce ed ombra. È l'ordine del cosmo e il mistero mistico. Soprattutto, è il dono che a noi si offre nella  sua spontaneità pur restando ineffabile. Il suo sbocciare è un semplice "schiudersi da sé" senza la consapevolezza di esistere e di essere vista. Così è la poesia, la parola poetica. Essa accade semplicemente. Come «la rosa è senza perché, fiorisce poiché fiorisce, di sé non gliene cale, non chiede d'esser vista». In questi versi di Angelus Silesius, posti in epigrafe nella parte quarta, si coglie lo spirito dell'intera silloge della Rando, dove il fiore è lo spazio della creazione e la sua scrittura: il "giardino" dove, all'ombra dell'invisibile rosa, fioriscono le parole, le belle rose spontanee e ignare di esistere. Tuttavia, desiderose del loro fondamento, «le rose cessano di essere le rose e vogliono essere la Rosa» [2]. Perché la Poesia è «l'essenziale invisibile agli occhi» [3], ma non al cuore e, in quanto tale, degna di avere la sua residenza nel mondo e di abitare il cuore dell'uomo.




[1] La locuzione latina è stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus ("la rosa primigenia esiste solo nel nome, possediamo soltanto nudi nomi"). Essa è una variazione di un verso del De contemptu mundi di Bernardo Cluniacense, monaco benedettino del XII secolo e deve la sua fortuna a Umberto Eco che ne ha fatto l'ultima frase del suo romanzo Il nome della rosa.
[2] J. L. Borges
[3] Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe

martedì 28 marzo 2017

Stefano Vilardo, "Le nevi di una volta" (Ed. Thule)

di Francesco Virga

Stefano Vilardo è noto, soprattutto, per Tutti dicono Germania Germania. Poesie dell’emigrazione (Garzanti 1975, Sellerio 2007). Un capolavoro che, malgrado la fortuna che ha avuto, non ha finito di dire tutto quello che, ancora, ha da dire.
In tutti i libri che Vilardo ha scritto, anche in quelli più lirici e, apparentemente, lontani dalle sue più concrete esperienze, il maestro di Delia ha sempre finito per parlare della sua vita, delle persone che ha incontrato lungo il suo cammino, del suo amore per i libri, la cultura e la cucina popolare siciliana, della sua intatta capacità di meravigliarsi ed indignarsi.
Ne Le nevi di una volta . Racconti, Thule, Palermo 2016,  sono stati raccolti, con l’attenta cura di Giuseppe Saja, dieci brevi racconti del maestro di Delia (CL). La maggior parte di essi, per la verità, erano già stati pubblicati in luoghi diversi. L’idea di raccoglierli in un unico volume, con qualche piccola variante, ci è sembrata felice perché questi racconti si tengono per mano tra loro e ognuno non è altro che una tessera dello straordinario mosaico della sua vita e della sua opera.
Particolarmente bello ci è apparso il primo, forse l’unico vero inedito, - intitolato Oh, sì, che mi ricordo!- che descrive con giovanile vivacità il viaggio in automobile, compiuto nel 1963, da Caltanissetta a Bagheria, insieme all’inseparabile Leonardo Sciascia (Nanà e Stestè si sono chiamati reciprocamente, fin dall’adolescenza e poi per sempre, i due inseparabili amici), per andare a vedere una delle prime mostre fotografiche del giovane Ferdinando Scianna che, allo scrittore di Racalmuto, offrì più di uno spunto per scrivere, due anni dopo, uno dei suoi testi più dirompenti sulla visione materialistica della vita del popolo siciliano (Le feste religiose in Sicilia,1965).
Il racconto di Vilardo si snoda tra ricordi che oscillano continuamente tra passato e presente, con punte di autentico lirismo quando descrive il paesaggio naturale di quegli anni:  « Eravamo in piena primavera […]. Il cielo era un celeste prato macchiato appena da qualche cirro. Le Madonie rilucevano di ramati bagliori che si sprigionavano dai martoriati calanchi che la furia di vecchie e nuove intemperie avevano scavato.» (pag. 17)
Particolarmente efficace e puntuale la descrizione dell’incontro con il poeta Ignazio Buttitta: « come una tromba d’aria, come un ciclone, ci investì il Poeta, u pueta ,come affettuosamente era chiamato dai suoi compaesani, che ci trascinò, gesticolante e vociante, nella sua putia di esperto salumiere: pile traballanti di stuzzicanti canestrati, rosari di salsicce stagionate, salumi, pancette, tocchi di profumatissimo lardo, e cacciatorini, cacicavalli, prosciutti, mortadelle, pendevano come stalattiti dalla concava volta della salumeria. Poeta e salumiere? Sì, e che c’è di strano! Voltaire, letterato, filosofo, storico…era anche un fortunato e avveduto capitalista.[…] E Rimbaud poeta in gioventù – e che poeta! – poi divenne commerciante di armi e, si dice, di schiavi. » (pp. 18-19) . Il ritratto che in queste righe Vilardo fa del poeta di Bagheria è davvero uno dei più corrispondenti alla realtà che siano mai stati fatti. Indimenticabile la descrizione dei tradizionali scambi di saluti con la gente del paese che incrociavano: «Ossa binidica, Pueta» […] E u pueta, con la sua solita allegria, maliziosamente rispondeva: Santu figliu e fatti arrassu. Oppure con un pizzico di maligno piacere: Lu Signuri ti sbiddica!- (pag. 19).

Da questi splendidi racconti autobiografici emergono i mille volti di Vilardo, il suo faticoso processo di formazione, dai tempi in cui si sentiva solo un saccu di vastuni, al decisivo suo primo incontro con Leonardo Sciascia ( favorito da una provvidenziale bocciatura che lo fece diventare compagno di banco di Nanà alle Magistrali di Caltanissetta, prima, e amico fino al suo ultimo giorno di vita descritto in modo toccante in uno di questi racconti Settembre), la sua giovanile gioia di vivere accompagnata sempre da un pessimismo quasi leopardiano. 

lunedì 27 marzo 2017

AVVISO URGENTE - Cambio sede della Presentazione del libro di Elio Corrao

Per ragioni non dipendenti dalla Nostra volontà, preghiamo di prendere buona nota che la Presentazione del libro di Elio Corrao, HEL e altri racconti e successivo concerto, non si svolgeranno alla Libreria Mondadori di via Ruggero Settimo, bensì nella Sala Convegni dell'Hotel Mediterraneo, via Rosolino Pilo 43, a 50 metri dalla precedente sede, invariato l'orario, ore 17:00 e i Relatori.


domenica 26 marzo 2017

Marcello Veneziani, "Alla luce del mito" (Ed. Marsilio)

di Tommaso Romano 

Se ci fosse uno Stato serio in una Patria colta, partecipata e orgogliosa della sua identità, fucina di idee e di valori condivisi e autorevoli, riconosceremmo a Marcello Veneziani ciò che è stato tributato, da latitudini ideali diverse almeno nell’ultimo secolo, ad esempio ad un Benedetto Croce, un Giovanni Gentile, un Antonio Gramsci, a volte durante la loro vita stessa.
Ma siamo nella bella Italia del dolore ostello, come direbbe il Padre Dante, e ingnoriamo o cancelliamo la intelligenze vive, scintillanti, preziose.
Si marginalizza nelle frange, si legge poco e si studia meno, si affibiano cliches di zinco sempiterni e scontati, si odiano le passioni nette, forti, le scritture eleganti e incisive, il buon senso e il culto della icone della bellezza e della tradizione. Una iconoclastica infame e miserabile.
Perfino coloro che dovrebbero cercare l’Arca smarrita nella riva libera e in quella destra, impegnati come sono nel loro “particulare” vuoto pneumatico, come chiusi in un fortino di cartapesta, al massimo concedono qualche cenno, una labile recensione, un dibattito sul come eravamo. Vili e nani nel cervello, bisce nella vita.
Non troveremo Veneziani neppure paludato, in onore, ai Lincei e non sappiamo peraltro se sarebbe stato accolto alla Reale Accademia d’Italia.
Destino dei grandi. Sì, perché Marcello – classe 1955 di Bisceglie, vivente tra Roma e Talamone - è un grande scrittore, un pensatore eccellente, uno studioso attento, un pensatore autonomo e profondo, un saggista verace e commentatore televisivo, opinionista e giornalista mordace. E questo non va certamente a genio ai minuscoli camaleonti, agli scrittori e soprattutto ai critici gonfiati artificialmente nella greppia di laboratorio, ai protetti delle mafie saccenti delle egemonie culturali, agli accademici laureati di Metastasio e ai copisti imbelli di tesi di laurea altrui.
Che fare? Almeno dichiarare la verità.
Ho letto tutti i libri di Marcello Veneziani, avendo avuto anche l’onore – che vale l’intera avventura editoriale di Thule (si è tanto originali nell’ambiente, che hanno perfino tentato di copiarne l’etichetta viva ,vegeta e operosa sin dal 1971, pensate l’originalità e l’immaginazione a quale potere possano aspirare!). di pubblicarlo per primo nella periferia del decadente impero, qui a Palermo, nel 1976 con la sua Ricerca dell’Assoluto in Julius Evola.
Da allora, Veneziani ci ha consegnato un intero, raffinato scaffale, ricco di meditazioni, riflessioni costanti, memorie, narrazioni, interventi. Ha diretto settimanali, periodici, animando cenacoli, fondazioni e imprese nobilmente donchisciottesche e quindi autentiche.
Un riferimento, anche di stile umano e letterario, è stato ed è Veneziani.
Testi memorabili i suoi, che si incrociano con gratitudine nella memoria, quali architravi possibili e disponibili per avviare, almeno, una rinascenza delle idee che si fanno azione (Jean Ousset) che, a parole, tutti  auspicano e a cui pochi mettono mano in realtà con sudore, fatica e costanza.
Ne ricordo solo alcuni, di questi volumi di Marcello Veneziani, per me paradigmatici a cui peraltro ricorro spesso, ricordando inoltre le molte occasioni di presentazioni, dibattiti, incontri in tanti angoli e anfratti dell’isola e della penisola: Processo all’Occidente, La rivoluzione conservatrice in Italia, Comunitari o liberal, Di padre in figlio, USA e costumi, Elogio della Tradizione, La cultura della Destra, La sconfitta delle idee, Contro i barbari. Il secolo sterminato, Sud, I vinti, Rovesciare il ’68, Dio, Patria e Famiglia, Dopo il declino, Lettera agli italiani e, ancora, dopo questi saggi di filosofia politica e analisi metapolitica, non meno importanti i volumi curati e quelli antologici, fino ai nodali dedicati a temi esistenziali, con saggi filosofici e preziose scritture letterarie, come: Vita natural durante, La sposa invisibile, Il segreto del viandante, Amor fati, Un’ora d’aria, Vivere non basta, Anima e corpo, Ritorno a Sud.
Adesso, dopo aver letto e assaporato Alla luce del mito. Guardare il mondo con altri occhi (Marsilio, 2017), si può confessare di restare francamente incantati dalle straordinarie capacità  di Veneziani di condensare, con rara efficacia, ciò che altri studiosi hanno invece consegnato in tomi e volumi, a volte illegibili o mal digeribili, tronfi di petulante specialismo.
La prosa aforistica di Veneziani è invece sempre persuasiva nella profondità, in grado di avvincere con stile letterario e linguaggio personalissimi, seppur debitori, fortunatamente, di una lirica classicità. All’uomo di oggi, scrive Veneziani, “il mito non offre profitti ma fondamenti, non assicura vantaggi ma significati. Dona bellezza, irraggia gli eventi e illumina i volti”.
Il mito è ordine nella bellezza e tutta l’umana avventura ha come origine e come perpetuità il mito: l’amore, l’infanzia, la storia, la politica, ma anche il cinema e la pubblicità, gli atti significati della nostra vita. Nel triste oblio del pensiero filosofico e delle certezze una volta sostenuti dalla religione, davanti a scienza e tecnica egemoni non ci resta, dice Veneziani, che il mitopensiero, come orizzonte e bisogno, odierno e non antiquario, che comunque sopravvive, nel disastro della modernità, nel “deserto del sistema globalitario”. Il mito non è ipotesi, è una trascendenza possibile e non incapacitante, un bisogno di bellezza oltre il naturalismo, per un racconto profetico che unisce ieri, oggi e domani e serve  per elevare l’umano oltre l’economicismo, le oligarchie finanziarie, l’utilitarismo e la povertà dei contenuti specie nella politica odierna, che vivacchia senza grandi idee e motivazioni e con progetti debolissimi, mortiferi di delocalizzazione mentale, come uso dire.
Dai Greci ad Enea, a Dante a Petrarca, dalla grande musica all’arte possiamo ripercorrere le vie che evocano, non solo per conservare ma per riscoprire lo spirito, il sogno, per una “pedagogia di massa per educare agli esempi”, ai modelli da riscoprire e valorizzare di ciò che è “attiguo alla realtà”, diventando visione del mondo, di contro alle mitizzazioni negative, alle mitomanie imperanti, del subumano, al falso buonismo elevato ad assoluto, obliando il senso dell’equità e della giustizia.
Il mito non è la verità ma aiuta a scoprila, e non è un’invenzione o, peggio, una finzione è, dice ancora Veneziani, “la vista ulteriore che trasforma il nostro sguardo e apre altri orizzonti”, e ancora, “il mito è illuminazione. Non si basa su fatti, esperienze e giudizi, ma li illumina e li dota di senso, visione e destino. Oscurantismo è pendere dalle sole labbra della ragione”, dopo “i dubbi della ragione critica”, È, in sostanza, il “narrare e il pensare il mondo con altri occhi, sotto altra  luce”, e al contempo, seguendo Vico, è l’universale che investe ogni civiltà, ed “è cosmico, non è geo-storico”, si tramanda, può “fondare un nuovo sapere” sulle rovine.
Ed ecco perché, aggiunge profeticamente Veneziani, “Occorre un pensiero possente per affrontare la tecnica sconfinata e la mega-macchina. Il pensiero logico- matematico, al pari di ogni filosofia della  Praxis, conduce alla tecnica. Il pensiero da solo non riesce a competere se non si apre all’universalità dei miti, preparandone l’avvento. Solo un pensiero mitico potrà sfidare il potere sovrano della tecnica (e della finanza). La potenza autonoma di un’altra origine, di un’altra sovranità con un’altra destinazione”.
Quando i lavoratori fanno finta di fare gli insegnanti e ricusano il ruolo di educatori perché incapaci, cominciano ad impartire agli alunni da motivare eventualmente, luoghi comuni e discettano che l’avvento della filosofia fu, finalmente, “il superamento del mito, delle narrazioni fantastiche, dell’epica” che avrebbero oscurato l’avvento, finalmente, della ragione liberatrice dalla caverna, appunto, del mito, in tal pessimo modo il tragico si sposa con il grottesco, per terminare nel delirio dell’ombra della ragione, che infatti così produce mostri. “La perdita del mito genera ectoplasmi depressi o almeno annoiati. Senza mito la vita gira a fari spenti nella notte”, nel “buio del pensiero negativo”. Per questo Platone induce a ricordare, perché ogni conoscenza è reminiscenza, della baconiana sapienza degli antichi, e così che si dota una comunità di un “autobiografia ideale”, facendo coincidere, con Schlegel e i Romantici, la mitologia con la poesia che universalizzano l’esperienza oltre l’individualismo egoistico. È, in sostanza, lo stato aurorale che pervade. Dice ancora Veneziani, e noi lo sosteniamo dal nostro punto visuale mosaicosmico: “Il mito a noi appare il ritorno all’armonia del Kosmos, una forma ideale di ordine dell’universo, tutto meno che un caos: ogni cosa trova il suo rango e la sua spiegazione e si colloca come epifania ricorrente nell’ordine perenne del mondo. Non confusio ma connectio”.
Il mito è quindi extratemporale, supera il tempo e le strettoie dell’io, gli altri sono futili surrogati temporanei propri del sistema della menzogna e della degradazione del piacere, come diceva Fausto Gianfranceschi, che drogano l’esistenza anche con la peste chimica e con quella che si spinge all’indifferenza impotente.
L’incalzante e  affascinante scrittura sapienziale di Veneziani non si limita a percorre sentieri che possono sembrare solo astratti o ideali, indaga e propone di rimeditare, nella pratica del divenire, una sorta di risacralizzazione di tutto ciò che può rendere armoniosa la città di vita: la musica, la poesia, il gioco, la pittura e la scultura, l’eros, lo sport, il grande stile nell’architettura e nell’urbanistica, l’atto gratuito del pensare oltre le proprie condizioni o frustrazioni, che non deve essere separato però “dal desiderio puro e gratuito di farlo, di cimentarsi”. Una purificazione possibile, che trova nel rito battesimale la liberazione dal peccato originale per redimere “la creatura dalla sua impurità nativa e restituirla al candore”, anche se “la purezza è fugace come la vita dei gigli”. Ma, attenzione, non bisogna confondersi con il naturalismo storico di un Rousseau, infatti il mito della natura è un mito moderno, non arcaico e per giunta artificiale. La natura non è pura ma va purificata, come tutto ciò che nasce al mondo. In origine è impura e feroce, come gli animali che la popolano e gli elementi che si scatenano; la natura è anche escrementi e lordure, è tutto ciò che è ancora grezzo, crudo e incolto; è l’opera umana, è il fuoco che cuoce e purifica, è l’acqua con il sapore che la deterge, sono la società, la storia, il rito, il processo chimico a redimerlo, detergerla, purificarla”.
Falsi miti accompagnano le nostre pene quotidiane, costruite a tavolino con scientifica precisione dagli strateghi perversi del villaggio globale, dagli illusionisti di falsi paradisi perduti e ritrovabili nell’illusione alimentata nella corruzione, nel vizio e nella trasmutazione antropologica e genetica (si pensi soltanto alla diminuita potenza procreativa del maschio e ad una generalizzata femminilizzazione che si propone con crescenti campagne mediatiche o quasi terroristiche nel nome dell’indistinto, della liberazione  sessuale assoluta e del progresso senza limiti, che fanno pure arrivare a registrare punte record di violenza a tutti i livelli, spesso senza alcune o risibili).
Non è quindi la luce del mito da riconquistare, una pretesa di purezza assoluta, aggiunge Veneziani, la quale invece si “accompagna di solito al fanatismo e all’utopia del paradiso in terra, cioè della perfezione nella vita e nel mondo. Talvolta la contaminazione, l’incrocio, è una ricchezza per le persone, i popoli, le cose rispetto la persistenza inerte nella purezza. (…). La vita  stessa sorge dalla combinazione delle differenze, dall’incrocio tra due corpi e due vite; la fecondazione è un’ibridazione tra un seme e un ovulo. Vivere è mescolarsi, la vita stessa sorge dall’incontro fra diversi. Parole chiave, assai chiare, contro ogni razzismo, ogni teoria aprioristica, a favore della vita. La pretesa di ridurre nel numero l’umanità, porta alla crescita sottozero, voluta da tempo immemore dallo gnosticismo laicista e libertario di falsi e scienziati che, invece, applaudono allo svuotamento “umanitario” di interi continenti onde sovvertire le feconde identità e costruire  una pseudo e sradicata cittadinanza mondiale con un governo dei “puri”, mondialista a guida tecnocratica.
La società perfetta è solo possibile nella mente di utopisti e futurologi senza realismo rispetto all’umano e sfocia o nell’impotenza a migliorare l’esistente o, peggio, nelle ghigliottine giacobine degli “illuminati”, degli “incorruttibili”, senza inoltre dimenticare che il perfettissimo è pure considerato dalla Chiesa stessa – almeno fino ad oggi, perché la mutazione investe radicalmente anche l’Ecclesia tutta – un peccato. Ascendere, aspirare alle vette, purificarsi, contemplare, ricercare e godere la luce sono, invece, vettori possibili di orientamento, necessari all’umano che, con la pratica della virtù, vuole sinceramente migliorarsi ed elevarsi nell’ambito di un consorzio civile.
L’esortazione evangelica vale, a tal guisa, ancora: “essere come serpenti e candidi come colombe”.
Tuttavia, nessuno può pretendere di possedere il monopolio della verità, pur sussistendo la Verità e il suo Principio, e Marcello Veneziani non manca di riferirsi, nel suo libro, anche e giustamente a San Tommaso d’Aquino e a Vico.
Certo “il pensiero mitico non offe soluzioni né affronta problemi ma cerca vie d’uscita, una volta compresa l’essenza tragica della vita, che non ha scampo. È la religione a prospettare soluzioni, è il pensiero critico a sollevare obiezioni. Il mito non pone obiezioni è una via d’uscita dal mondo, dal tempo, della condizione umana. Non fa della vita il valore supremo e il paradigma assoluto, perché è destinata a finire, come tutte. Se la vita decade e infine cessa, il mito invece continua. La vita si proietta nel mito. È, in sostanza, il costante riferimento di Veneziani che si coniuga con l’amor fati, con un destino che ci trascende. Il mito è, quindi, in tale ottica “visione dell’invisibile”. Per questo bisogna, oltre e contro il nichilismo, poetizzare la vita, con mente eroica, interrogare il Mistero e nutrire fiducia nel Ritorno che, per il cristiano, è la Parusia, il rimanifestarsi in terra di Gesù Cristo.
Per queste e molte altre ragioni Veneziani, con il tono solenne che si addice alle grandi e decisive opere, scrive: “Il mito attualizza l’eterno, eternizza l’attuale. Esporta la terra in cielo. È un ponte e consente passaggi di sponda altrimenti impossibili”.
Quante suggestioni, spunti, suggerimenti, confronti, non banalmente intellettualistici, suggerisce Veneziani con questa e con l’opera sua intera fino ad oggi e che, ne siamo certi, si arricchirà, magari rileggendo da par suo, la forza anagogica che è pro­pria pure del simbolo. Senza, sia ben chiaro, oltre l’indiscutibile ammirazione, far diventare imperativo il suo pen­siero come ideologia totalizzante, insieme alle sue fervide ricerche, ai suoi studi, alle sue interrogazioni, alle sue splendide proposte e visioni. Non per amore di relativismo, né per riserve sorprendenti e dirimenti. Solo perché la lucentezza può meglio rivelarsi all’anima con apporti plurali, come nel collaudato metodo seguito dallo stesso Veneziani, perché non antitetici.
Ed è questo- fuori dagli schermi dell’ovvio o del fanatismo che non ci riguardano - che Marcello Veneziani ci propone costantemente di fare, per conservare almeno il senso e la verità della Bellezza.

Una lezione, insomma.

martedì 21 marzo 2017

Maria Patrizia Allotta, "Il giglio e l'ortica" (Ed. Thule)

di Franco Trifuoggi

Con questa pregevole raccolta (Il giglio e l’ortica, Thule Ed., Palermo 2016) Maria Patrizia Allotta ritorna all'appuntamento con la poesia. Docente nel prestigioso liceo “Regina Margherita” di Palermo, collaboratrice del periodico “Spiritualità e Letteratura”, curatrice dei volumi Luce del pensiero, l’autrice, saggista e componente delle Giurie di molti premi letterari, ha curato, tra l’altro, il volume Essere nel mosaicismo, dialoghi con Tommaso Romano ed è Accademica di prestigiose Istituzioni.
Nelle trenta liriche di questa silloge, distribuite in due sezioni, Zolla dell’anima e Incontri sul campo, risuonano le note di una poesia “alta e solenne, intima e dolente, forte e umile nel contempo” - come scrive Tommaso Romano nella lucida postfazione -, racchiusa nella “metafora del campo di ortiche, spesso aspre e pungenti, e del giglio del vero bene e, quindi, dell’armonia da non obliare al vento delle  contingenze”. Anche qui, come nella precedente silloge Anima all’alba, l’autrice rivela “un’acuta virtù introspettiva, attenta ad analizzare i moti più reconditi del fitto tramaglio del suo animo oltremodo sensibile”, e al dettato poetico “affida il compito di esprimere l’ansia e di tradurre la materialità del contingente in purezza di spiritualità”.
Già nella lirica eponima traluce, vivida, la presenza delle ortiche in “campi vuoti”, come la ricerca di “gigli essenziali”, fautori di lievi riposi: vi aleggia la mestizia del sentore di “albe che non sorridono più”, del vanire delle “possibili speranze” sotto l’incalzare dei turbini. E in Nient’altro una “strana / orchestra di emozioni” fa da “sottofondo delicato” all’invocazione del silenzio. E sormonta (Dipanare allora) la deplorazione della rovinosa assenza dell’ “orizzonte metafisico” nel trionfo della decadenza che connota la palude della modernità. Ma ecco che (Fiato all’alba) in un contesto scintillante di pensieri, dubbi, tensioni , alfine “fiato d’alba / apre luce al sole”, suscitando il fervore di un “nuovo entusiasmo” che alimenta il coraggio di “ogni sfida”, mentre (Aspra in marina) la solitudine in Aspra marina affranca dai veleni e dalle spine del male, e al “nero / di certe lingue”subentra lo splendore di tremule stelle, così come riaffiora il “pensiero assoluto / verso invisibile luce”. Un sentore di malinconia e di sconforto si diffonde, tuttavia, su un trittico di lacerti poetici (Sole d’agosto; L’ultimo mare; Dieci agosto): è triste il sole di agosto che più “non sfavilla / fino a tardo meriggio”; non sorridono più come prima “le acque settembrine”, sono “reminiscenze i sogni”, mentre l’ombra avvolge il mare e il silenzio angoscioso “prende l’anima”; “sempre più distanti”, le stelle cadenti “neanche per San Lorenzo” donano speranza, ai papaveri rossi subentrano “crisantemi in nero prato”. Sentimenti diversi esprime il trittico consacrato a festività religiose (Insolito Natale; Epifania; Ognisanto): un dicembre gelido, spoglio di doni e di decori, ove prevale lo sgomento nell’attesa della guarigione; l’avvento di “nuova stella Cometa” con purificante dono di incenso, e “balsamico profumo…tra i corpi insanguinati” nel segno dell’attesa di una “redenzione umana / forse ancora possibile”; nel tiepido Novembre la preghiera tacita consolida “i ricordi / dei cari andati” nell’estasi di un incontro che dissipa “le beffe demoniache” e disperde il dolore. E con Maia la prima sezione si chiude nel lucore di una nuova alba e nel tepore del sole con il rifiorire della speranza e il trionfo del vivere e della poesia: nonostante tutto, “gli intelletti sperano ancora, /poetando”.
La seconda sezione vede l’intenso respiro di alta spiritualità dell’autrice animare non soltanto la riflessione sulla propria interiorità, ma anche la dipintura della sensibilità delle persone amate come in un tacito, sottinteso dialogo, e anche la partecipazione all’angoscia di un “drammaturgo eterno” e al dramma di una donna uccisa: un panorama cangiante, illuminato tuttavia dalla meditazione esistenziale dolente e insieme anelante con vigore al superamento del buio dell’incomprensibile destino, all’infinito e all’eterno, all’incontro vivificatore e pacificatore con la Verità. Come in Respiro (A Fabio mio) il corpo resiste ai “patimenti” nell’intravedere “il nettare dell’impalpabile senso / che desta Verità”, e l’angoscia viene dissipata dal chiarore di una melodia; così in Primavera attesa (A me stessa) si celebra l’attesa fiduciosa di un tepore foriero dell’avvento di nuove primavere. E in Nobiltà (A mio padre) rivive il vigore dell’attesa nella connotazione di una nobiltà persistente “secondo il verbo / dei padri” e ravvisata nella condotta di colui il quale, nonostante la propria “odissea esistenziale”, riesce, comunque, a contemplare “la luce fioca / di ogni Tramonto”, attendendo, “sempre con lo stesso coraggio, determinazione e volontà”, i bagliori di un’ “Alba” che ancora una volta “desteranno in Lui meraviglia, stupore, commozione per il Cosmo tutto”. Un ardire, un coraggio che sostengono l’autrice rinfrancata dagli “obblighi  / che costringono” (Il treno ha fischiato). La nobile figura del suo Maestro “senza meta”, Gonzalo Alvarez Garcia, ispira, poi, i versi di Errantia. La rinascita dell’alba conclude un’ appassionata consolatoria (Silenzio), tenera esortazione a una Dirigente perché cerchi la pace “eliminando ogni falsa speranza”. E il dramma del vivere, la crisi di un io consapevole che “l’esserci / teatro già è°, riflesso nel dipinto di “un flusso vitale / che travolge anche la forma” trova accenti ammirati in Pirandello. Chiude la silloge, nel segno dell’attualità, La durlindana del dolore, con una amara, suggestiva sequenza impressionistica che scolpisce in successione assorta di visioni, riflessioni e accenti gnomici, il ritmo tragico di un femminicidio in cui “si specchiano / nuovi labirinti”.
Il dipanarsi della “nitida spola” della sua esistenza, ove le pene sono costellare da “indicibili gioie”, del tutto aliena dall’indulgere a quello che Luca Caniato definisce “autocapestro metrico”, si manifesta in un ductus lirico che ne asseconda con docile duttilità il vario articolarsi: fluisce spesso entro un periodare limpido e disteso, o si compiace talora dell’ariosa misura di un adagio descrittivo, e raramente si rapprende, caricandosi di ellissi e di analogie, in una tensione verso l’essenzialità, che rischia di comprometterne la pervietà semantica, ma non mai smarrisce il suo timbro personale. Anche in questa, come nella precedente silloge, il susseguirsi delle inquietudini, delle emozioni e degli stupori si rispecchia nella suggestione dello spettacolo iridescente della natura. Donde l’incanto di questa poesia nasce spesso dall’osmosi pacata tra l’intensità degli affetti e la variegata autenticità delle parvenze naturali, ma trova momenti di grazia anche quando la parola accarezza con la soavità tutta femminile la trepida vicenda di attese e delusioni, di commozione e “rinnovata speranza”. E questo sormontare – pur nell’ “odissea esistenziale” – della luce di albe e del fervore di speranze trova una parola chiave che ne sintetizza il faticoso emergere: “nonostante”. Accanto ad essa, significativamente rivelatori dell’oscillante vicenda psicologica  appaiono stilemi come “labirinto di dubbi fatali”, “inedia spirituale”, “l’estasi dei momenti d’oro”, “rigenerante futuro”, “madreperlati ardenti cieli”, “l’amara diaspora dialettica”: esempi felici di una oraziana virtù di incisivi accostamenti lessicali; mentre qua e là pare balenare, discreta, una nostalgia di canto nella suggestione di qualche assonanza (“prevale…andare”; “cedere…cenere”; “esistenziale…contemplare”) o di cadenze litaniche e di clausole monosillabiche.
Una silloge, dunque, questa, che rivela nell’autrice – come scrive nella dotta prefazione Gonzalo Alvarez Garcia – “la signora del suo stile”: essa, infatti, mentre conferma la scaltrita perizia letteraria e il profondo spessore culturale di Maria Patrizia Allotta, è segno inequivocabile di una singolare purezza spirituale e tensione metafisica che sanno tradursi in originalità di accenti lirici.

lunedì 20 marzo 2017

Tommaso Romano, "Elogio della Distinzione" (Ed. Thule)

di Franco Trifuoggi

La consacrazione di un saggio ampio ed analitico al tema della distinzione può apparire, al lettore avvezzo alla quotidiana celebrazione massmediatica della sagra del politicamente corretto, del luogo comune e del conformismo consumistico, fuori luogo, sconcertante, o addirittura materia di scandalo, massime se susciterà in lui l’impressione di trovarsi di fronte ad una aprioristica glorificazione della nobiltà di sangue, e a maggior ragione se avrà scoperto che l’autore discende da una famiglia gentilizia, di Tramonti, Positano e Sicilia. In chi, tuttavia, si inoltrerà nella lettura delle pagine di questo volume (Elogio della Distinzione, Fondazione Thule Cultura, Palermo 2016), si andrà attenuando, se non scomparirà del tutto, ogni pregiudiziale diffidenza. D’altronde lo stesso sottotitolo, nell’ampiezza del suo arco semantico (Aristocrazia, Cavalleria, Nobiltà, Stile in tempo di barbarie), ammonisce contro ogni interpretazione riduttiva o arbitrariamente semplificatrice. Parimenti l’autore, Tommaso Romano, docente e Direttore del Dipartimento di Scienza della Biografia dell’ISCA di Roma, presidente della Fondazione Thule Cultura, direttore della rivista Spiritualità e Letteratura, saggista, estetologo, poeta originale, non si limita ad esporre compiutamente la propria concezione in merito, ma la suffraga efficacemente con un amplissimo florilegio di autori di ogni tempo e nazionalità, e di difforme estrazione ideologica, culturale e sociale.
Opportunamente, e significativamente, egli chiarisce il suo intento, cioè “indicare ciò che è considerato inattuale e scorretto rispetto ai tempi che viviamo, propriamente per sottolineare la sempre permanente concezione di Aristocrazia, Cavalleria, Nobiltà, intese come segno e consapevolezza di Stile, per una risvegliata coscienza d’affinamento e qualificazione del soggetto, di Distinzione appunto, rispetto a tutto ciò che è, invece, conforme, standardizzato, massificato nel singolo e nel processo abbrutente informe come drammaticamente avviene nella società del nostro tempo”; e precisa che recuperare tale concetto “non significa certo proporre il disprezzo degli altri o la separatezza aprioristica e irreale”, in quanto la Distinzione  “può essere perseguita da tutti, volendolo… riscoprendo l’unicità e l’irreversibilità che contraddistinguono da sempre ogni donna e uomo apparsi sulla terra, frutto di una Creazione e non di una ideologica e indimostrata “fede” evoluzionistica”. E’, dunque, evidenziare “ciò che distingue spiritualmente”  rispetto alla “babele della volgarità”, rivendicando il valore dell’educazione e dell’etica tradizionale, della cortesia e della disponibilità, “attitudine alla delicatezza e  rispetto per tutti a cominciare dall’aiuto possibile…per i più sfortunati, emarginati, deboli, anziani, indifesi”, nel segno dello spirito della più classica e nobile Cavalleria.
La Distinzione, intrinsecamente aristocratica, rivela di ognuno “lo stile, la raffinatezza, l’eleganza, la sobrietà, la finezza, il garbo” in una con la “discrezione, fermezza, signorilità e gentilezza…”; essa è necessaria per “distinguere ciò che è bene da ciò che è male”, al di là del relativismo e del minimalismo correnti, per “uscire dal coro”, indicare una via “per ritornare liberi, padroni di sé”, riconoscendo la selettività e il merito quali valori aristocratici, da conquistare mediante una vita coerente con l’altezza dei principi professati e improntata alla dignità e all’onore.
Sarebbe impresa ardua racchiudere nel breve giro di un articolo una sintesi esaustiva della fitta illustrazione di tali concetti, ricca di storia, etica, teologia, araldica, antropologia, e di innumerevoli riferimenti a grandi pensatori, artisti, mistici, sovrani, saggisti. E’, però, più agevole enuclearne alcuni spunti e rilievi particolarmente significativi e suasivi. Anzitutto il concetto di tradizione, ricondotto etimologicamente al latino tradere, ovvero trasmettere una “consegna verticale proveniente dall’alto, da Dio o dagli Dei”, o comunque da un Assoluto “che trascende e  lega ogni soggetto all’idea del cielo, del cosmo, del sacro, oltre che alla terra”, nell’attesa e speranza di vita eterna; o laicamente ritenuta “prolungamento vivificante” che dal passato “porta al presente e propone l’avvenire (concezione diffusa nei paesi anglosassoni con la figura del gentleman e che gli ricorda Prezzolini). E la sottolineatura della frattura determinata dalla fine del Medio Evo con l’accelerazione dell’egemonia della tecnica e della tecnocrazia a svantaggio della vocazione verso la trascendenza e il senso della dipendenza da Dio: un processo rivoluzionario in cui Liberismo, Marxismo, Positivismo e Storicismo sono “facce di una medesima medaglia sovvertitrice”. Al riguardo si propone l’ipotesi di una reversibilità di esso con la resistenza individuale e/o “il riunirsi comunitariamente in piccoli gruppi e famiglie“, comunque mantenendo “uno stile, un asse interiore” mediante l’autodisciplina e l’ascesi.
Ed ecco una necessaria precisazione: la reiezione delle “sole rivendicazioni dovute al tempo delle investiture e delle legittime nobilitazioni di sovrani e papi”, in quanto, in genere, non sono queste le élites a cui riferirsi: blasonati degni ve ne sono ancora, ma la nobiltà, in parte, non è – anche per l’alterigia e la supponenza -, all’altezza del titolo (come si rileva in vari Ordini e Confraternite cavalleresche). Ad essa fa riscontro la decisa e categorica asserzione per cui nobiltà oggi può essere solo “quella dello Spirito degno del passato o pronto a generare una novella Tradizione”, all’insegna del brocardo dantesco “fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e conoscenza”, della consapevolezza che l’aristocrazia autentica è “il connotato del meglio rispetto all’usuale, al volgare”, secondo l’insegnamento di Platone, e che il fine ultimo non va riposto nel contingente. Donde ad ognuno è possibile essere aristocratico, degno dell’antica nobiltà, vivendo senza superbia, nella perseveranza, nella temperanza, nella rettitudine, oltre che nel servizio dei più deboli, sia materialmente sia moralmente. E’ rilevante, peraltro, l’opportunità che i sovrani ancora in carica riconoscano e concedano onori  e meriti: comunque non sono “il denaro, la potenza sociale o le “cordate” amicali e/o clientelari” a dover decidere circa un riconoscimento di aristocrazia. Illuminanti sono i  richiami ai classici: a Seneca, con l’ammonimento a “sapersi ritirare in se stessi” ma anche a “saper alternare la solitudine e lo stare con gli altri”; come a Marco Aurelio (e a S.Agostino) circa la norma dell’agire che può solo essere ispirata all’universalità dei valori; e insieme la sentenza per cui “chi gode di un animo nobile non sopravviverà inebetito nel nichilismo e nella sciatteria”.
Inequivocabile e severa è la deplorazione del corrente “dogma del non discutibile”, della diffusa liceità della licenza assoluta e della tendenza verso il livellamento sessuale, l’azzeramento della polarizzazione fra i sessi; della progressiva scomparsa della “autorevole e necessaria figura del padre e di ogni principio di tradizionale convivenza”. E al contrario vivida l’esaltazione dell’onore, della fedeltà, quale virtù fondamentale, che trova un’efficace esemplificazione in figure eroiche come Salvo D’Acquisto, S.Massimiliano Kolbe, i martiri monarchici napoletani di via Medina nel 1946, Jan Palach, Paolo Borsellino, Don Puglisi, “aristocratici cavalieri” del  nostro tempo. Particolarmente opportuno, poi, il richiamo a Franz Ebhardt, autore ottocentesco de L’arte di vivere, a sostegno del giudizio secondo cui la propria casa è oggi “più che mai da considerare come un luogo necessario di elezione, uno spazio di ammutinamento rispetto alla volgarità montante, irriguardosa, livellata e servile del mondo circostante”: una dimora che può tuttavia aprirsi accogliendo “pochi e scelti interlocutori per goethiane affinità elettive”, e di cui va curata l’armonia, la bellezza nella custodia (e nel rinnovamento) di memorie, affetti, ed eventuali collezioni, alla luce dell’affermazione di Borges, per il quale dureranno più in là oblio le cose, pure le cose minime ci cui discorre Pessoa, e nella scia di Vitruvio e Plinio il Vecchio: una casa che in un’epoca di “diaspora spirituale”diviene un rifugio all’inclemenza del tempo, come scriveva Gómez Dávila.
Considerazioni, queste, a cui si affianca la deplorazione della profanazione dei monumenti o dell’indifferenza di fronte ad essi, a cui fa riscontro il riconoscimento della possibilità di “costruire dimore, borghi e cattedrali” (ne è uno straordinario esempio Gaudì) e di “restaurare”, purificare, intanto, il nostro paesaggio interiore con l’arte, la cultura, senza dimenticare il buongusto, la convivialità domestica, magari anche scegliendo la campagna con le sue risorse e bellezze. Opportuno, poi, il ricordo dei precetti contemplati dal Codice cavalleresco, che si tramanda da secoli: “Presterai fede in ciò che insegna la Chiesa; Rispetterai i deboli e ti costituirai loro difensore; Amerai il paese in cui sei nato; Non indietreggerai mai davanti al nemico; Combatterai gli infedeli senza tregua e pietà… Non mentirai e terrai fede alla parola data; Sarai sempre il campione del bene contro l’ingiustizia e il male”. Donde il paradosso di quanti rivendicano “titoli e onori del passato promanati da autorità cristiane” e contemporaneamente si professano appartenenti ad altre fedi o addirittura agnostici o panteisti. E infine una vena nostalgica pervade la costatazione dell’ improbabilità della restaurazione di “troni e altari, corone e tiare” a meno di un intervento soprannaturale. Perfettamente in chiave con l’afflato religioso del discorso la conclusione, con l’esortazione ai “cavalieri erranti alla ricerca del Graal”, perché preghino e avanzino “in prossimità d’incontro con i loro pari” per meritare l’Eterno incontro con Dio e riconquistare, con purezza di cuore e limpidezza di sguardo, “la Gerusalemme celeste”.
Di queste pagine mi pare denominatore comune un illuminato conservatorismo che, pur potendo ispirare o condizionare opzioni politiche, non configura un disegno politico, e quindi, sia per la prevalente angolazione etica sia per la dimensione élitaria, non è tale da turbare i sonni dei maggiorenti del nostro panorama partitico. Al fervore e all’impegno intellettuale di questa lucida disamina segue un centinaio di pagine di antologia, popolate, in ordine alfabetico, da autori di epoche, nazionalità, lingue diverse; antichi, medievali, moderni ed anche contemporanei: poeti, filosofi, Papi, Santi, moralisti, Sovrani, storici, politici, statisti, mistici, romanzieri, musicisti, giornalisti. Sono brevi sentenze, aforismi, sobri brani o ampie dissertazioni. Si va, così, dalle pronunce incisive di Aristotele (“Chi è degno di grandi cose, è uomo nobile”), di Confucio, di Giovenale, di Dante (“E’ nobilitade ovunque è virtude, e non virtude ovunque è nobilitade”), di Carlyle (“Tra gli uomini c’è una naturale aristocrazia i cui fondatori sono la virtù e il talento”), di Baldassarre Castiglione (teorizzatore della “sprezzatura”), di Tommaso Campanella, di Francesco I Re delle Due Sicilie (“I contrassegni di onore e di distinzione sono il più potente eccitamento alle virtuose e lodevoli azioni”), di Fausto Gianfranceschi (“La confraternita degli spiriti nobili esiste”), di Salvator Gotta (“L’anima a Dio, la vita al Re, il cuore alle Donne, l’Onore a me…”), di Hirohito Imperatore del Giapone, di Jean Rostand (“Non c’è nobiltà senza generosità…”), di Marcello Veneziani, di Stefano Zecchi; alle articolate disamine di Louis de Bonald, di Plinio Corrêa de Oliveira, di Meister Eckhart, di Romano Guardini, di José Ortega y Gasset, di Régine Pernoud, di Pio XII, di Gustave  Thibon, di Diego de Vargas Machuca. E tra i due poli, numerosi brevi pensieri, come quello di Maria Patrizia Allotta, Nicolas Boileau. Giovanni Botero, Franco Cardini, Benedetto Croce, San Francesco di Sales, Vincenzo Gioberti, Guido Guinizelli, Emmanuel Lévinas, Joseph de Maistre, Gennaro Malgieri, Jean de Meun, Alfredo Oriani, Riccardo Scarpa, Arthur Schopenhauer, Seneca, San Tommaso d’Aquino, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Gian Battista Vico.
Diverse voci, queste, che alimentano la mirabile armonia di questo suggestivo panorama. Se, infatti, molte sottolineano la necessità imprescindibile della virtù, altre insistono sulla genesi religiosa della nobiltà; qualcuna pone l’accento sul valore dell’ereditarietà, qualche altra sulla generosità e, in genere, “sulla differenziazione del comportamento e dell’interiorità, della qualità e del merito”; c’è chi privilegia l’aristocrazia del pensiero e  della cultura, mentre deplora lo scadimento etico dell’aristocrazia di sangue; chi si sofferma ad additare i limiti dello spirito borghese e l’uso distorto degli “immortali principi dell’ ’89”; chi auspica la formazione di una nuova aristocrazia nella scia dello spirito della cavalleria. Voci, dunque, diverse ma sostanzialmente concordi sui processi dissolutivi, “perniciosi aspetti della secolarizzazione e della tecnolatria”; e quindi nel rivendicare l’esigenza di esorcizzare l’odierna barbarie, massificatrice e ofelimitarista.
Fanno degna corona alle due sezioni precedenti del libro le raffinate pagine del Congedo al Café de Maistre, che si ispirano ai due aristocratici savoiardi, alfieri della tradizione, Joseph e Xavier de Maistre; e quelle del saggio, “di cristallina chiarezza”, dI Don Amadeo-Martín Rey y Cabieses Tres conceptos de Excelencia: Nobleza, Caballería, Aristocracia: un testo di cui Tommaso Romano evidenzia “lo stile, il rigore storico e dottrinale, l’uso accorto delle fonti, nonché il panoramico diorama organicamente tracciato dallo scrittore che, incardinato a partire giustamente dalla Tradizione spagnola, si arricchisce con validi approfondimenti indicati anche in quelle di varie altre nazionalità e culture, con rilievo riguardo pure alla realtà storica italiana…”.
Un saggio che si conclude additando gli elementi fondanti della “mejor aristocrazia” nel “respeto  a la palabra data”, nella “bontad y la generosidad, la valentia y el coraje, la sinceridad y el respeto a la verdad” congiunti alla “modestia y umildad de corazón”. Una conclusione che mi pare atta a fugare ogni diffidenza (quasi un sentore di egocentrismo o di superbia o di scarsa solidarietà  o di mera galanteria) o incomprensione circa l’intento di questo bel libro; che può, ovviamente, non piacere ai conformisti o ai dissacratori della tradizione, ai demagoghi, ma indubbiamente interpreta un’istanza spesso dissimulata ma particolarmente avvertita dalle persone restìe ad unóiformarsi alla decadenza etica corrente. Un libro coraggioso, certamente, nel vigore della sua denuncia e nel fervore (non acritico) della sua rivendicazione della tradizione. Donde il “panormita inattuale” (come si definisce l’autore) appare più che mai attuale, nella luce dell’esigenza di esaltare ciò che leva l’uomo al disopra della palude della grossolanità, del conformismo, della barbarie.