mercoledì 18 gennaio 2017

Marzio Vittorio Barcellona, "La via del dragone" (Ed. Europa edizioni)

di Guglielmo Peralta

L'invito di Marzio Vittorio Barcellona a presentare il suo romanzo mi è giunto in un momento "felice" dal punto di vista creativo e di particolare distensione, avendo io, di recente, pubblicato un saggio di estetica, che mi ha così tanto impegnato mentalmente, fisicamente e spiritualmente che, una volta portato a compimento e pubblicato, mi sono sentito come un guerriero in riposo dopo la lunga lotta fatta con le armi della parola, della concentrazione, della riflessione e della meditazione. Una grande curiosità, inoltre, ha suscitato in me il titolo del romanzo: "La via del Dragone" che richiama in parte il titolo del mio saggio: "La via dello stupore". Ho pensato che l'incontro con quest'opera di Marzio non fosse casuale, che non fosse una pura coincidenza, ma piuttosto un invito a riprendere la mia ricerca, a rimettermi in cammino verso la fonte della meraviglia come se la mia "avventura" poetica non fosse terminata e io fossi chiamato ad accogliere la ricca e straordinaria esperienza di Massimo Adorni, il protagonista del romanzo, affinché, inebriato di bellezza, potessi scalare insieme con lui il ripido versante della montagna della Conoscenza e godere, dalla più alta vetta, di una maggiore elevazione spirituale.
                  Un mistero è nelle cose che, inaspettatamente, ci vengono incontro e ci esplodono dentro con    il loro carico d'inediti significati annunciando un'epifania, una serie di rivelazioni che ci portano a una riconsiderazione del nostro essere più profondo e della nostra vita. Un po' così è stato per me questo romanzo, questo Personaggio-Guerriero, portato dal destino e dal karma ad eccellere nelle arti marziali: nell'uso del corpo bene addestrato, dell'arco, dei bastoni, dei bokken, della spada, mediante un lungo faticoso esercizio, propedeutico, preliminare alla formazione e alla "durezza" di uno spirito combattivo, in lotta con sé stesso, in grado di educere, di trarre fuori il meglio di sé, di dotarsi dell'autocontrollo, di conformarsi alle regole dell'ottuplice sentiero dettate dal Buddha ai suoi discepoli: la retta visione, la retta intenzione, la retta parola, la retta azione, il retto modo di vivere, il retto sforzo, la retta presenza mentale, la retta concentrazione per il raggiungimento della perfetta conoscenza, del perfetto risveglio. Come questo Guerriero-Sognatore è il Poeta, il quale eccelle nella scelta delle parole illuminate dalla luce buona delle idee, delle figure retoriche, dei sogni, che nutrono la realtà e nei quali abita una verità che s'intrattiene con l'essere profondo, il quale pure attende di risvegliarsi. Come il Poeta è questo "Drago Luminoso", che della potenza e della calma fa le sue migliori virtù, le quali lo guideranno in un percorso di crescita e di conoscenza, in un viaggio difficile, pericoloso e personalissimo. La lotta, il sogno, l'armonia, la pace, la verità, la saggezza sono il suo "Do", e sono la  "Via" del Poeta. Ed è questa Via che giustifica il parallelismo tra il Poeta e il Dragone. Entrambi sono una "palestra mentale", dove la lotta con i "fantasmi" interiori - le idee/immagini che il Poeta cattura e trasferisce a fatica nelle parole; le illusioni, le ansie, le lusinghe, le tentazioni, di cui il Dragone deve liberare la mente - prepara, rispettivamente, all'evento dell'opera e all'azione orientata a modificare il karma per giungere alla catarsi, alla purificazione. Massimo è un poeta del sentimento che reagisce alle avversità e alla cattiveria facendo prevalere il lato umano, rendendo manifesto il suo ideale di bellezza. C'è poesia nel romanzo. E non la contraddice il nome dell'autore, che molta ne elargisce al lettore. Infatti, se, da un lato, a Marzio Vittorio si attaglia la locuzione "Nomen omen" in quanto i due nomi evocano un destino di lotte marziali tutte vittoriose, un destino che si concretizza in Massimo, alter ego dell'autore; dall'altro lato, la frase latina si carica del significato simbolico che il Guerriero assume con l'appellativo di "Dragone". Nella cultura orientale il Drago non è una figura negativa; è simbolo di saggezza, di perseveranza; è uno spirito-guida, un guerriero che protegge. Ma il simbolo, qui, deve farsi Via per la consapevolezza, per la realizzazione del sé, per il cambiamento; deve farsi carne, azione, vita, pienezza dell'essere, Verità, Conoscenza. Affinché ciò sia possibile, Massimo, il Guerriero, deve liberare la mente dai pensieri negativi, da ogni paura, dai legami terreni mediante le tecniche di rilassamento, di concentrazione, di meditazione, ma anche educando il corpo, temprandolo con la severa disciplina del karaTe-Do, delle mani nude, cui fin da piccolo lo ha istruito il nonno; una disciplina che - scrive il nostro autore - "imponeva considerazione per gli altri, protezione per i deboli, accettazione e rispetto per le leggi della società ed omaggio all'antico codice d'onore: il Bushi Do, la Via del Guerriero". Una mente libera corrisponde ad una maggiore pace interiore. Ancora adolescente Massimo amava passeggiare per il bosco, ascoltare la natura, percepirne l'armonia, la spiritualità; sedeva in meditazione sul "tappeto di aghi di pino" o "su di una roccia con la sola compagnia del suo cane". E così, con la mente libera, si abbandonava a contemplare la vastità dell'universo e a riceverne l'energia lasciando che il suo spirito si unisse all'Assoluto. La natura, dunque, è anch'essa protagonista del romanzo e da sempre ispira i poeti segnando con la sua bellezza la via, che sulle tracce del divino conduce allo stupore e al godimento estetico. Essa è presente fin dall'incipit e accompagna il nostro Personaggio nel corso della sua vita. È lo stesso amore che nutre Siddharta, fondamentale per il suo cammino verso l'illuminazione. Al pari di Siddharta, protagonista del bellissimo romanzo breve di Hermann Hesse, il viaggio di Massimo è una ricerca e un'iniziazione alla Bellezza e la natura è la sua prima maestra. Il suo contatto, infatti, è fonte di saggezza e ispirazione e lo aiuta a comprendere la Via, ad essere uomo, ad ascoltare col proprio Essere Interiore per sentirsi parte del Tutto, del creato. Per essere - per dirla con Rilke - "spazio interiore del mondo" e abitare il proprio essere. E qui non possiamo non ricordare la lezione di Heidegger, il quale attribuisce a ich bin (io sono) il significato di io abito, che trae da buan (abitare), l'antica radice di bauen (costruire). Essere, dunque, è abitare; ed è l'atto fondamentale per ordinare e organizzare al meglio la propria vita in armonia con l'ambiente, con il mondo, con tutti gli esseri senzienti. Un sentimento precoce, di delicatezza e bontà lega Massimo alla natura che percepisce dotata di anima. All'età di sei anni "aveva immaginato l'essere che viveva in ogni pianta come un essere senziente desideroso di cure, amore ed amicizia". Dunque, egli obbediva, senza averne consapevolezza, al primo dei cinque ordini morali della dottrina buddista, da seguire per risanare tutte le piaghe del mondo moderno, e l'ordine è di evitare di fare volontariamente del male a qualsiasi essere senziente.
       Tutto questo è poesia. Massimo cresce con quest'animo poetico, sensibile, ma la sua poesia deve fare i conti con la sofferenza fisica e psicologica e con il karma ereditato da una vita passata, la quale gli si rivela progressivamente in un sogno misterioso e ricorrente, che lo metterà in cammino alla ricerca della verità, per acquistare consapevolezza della propria colpa e del proprio destino, per rinascere, per rigenerarsi, per guarire e salvarsi. Scrive, a tale proposito, il nostro autore: "Ad ognuno di noi è dato, nella vita, di percorrere uno specifico cammino ed assolvere ad un preciso compito, verso il quale siamo indirizzati fin dalla fanciullezza (...) Certe volte smarriamo il cammino, traviati dal lato oscuro che è in ognuno di noi, così che la meta diventa difficile da raggiungere. Altre volte ancora, occorrono più esistenze anche solo per comprendere lo scopo del viaggio che siamo stati chiamati a compiere". C'è, in queste parole, il fulcro del romanzo e della dottrina del buddhismo. Tutta la vicenda del nostro Personaggio è incardinata sul mistero, il quale, mentre per gli occidentali è qualcosa che non appartiene alla loro vita, che non agisce direttamente sulla loro psiche, ma è solo una domanda senza risposta sul senso universale dell'esistenza, per i buddisti, invece, è il "lato oscuro" che è in loro; un tarlo che rode la mente; che abita e governa la vita di ogni individuo; fonte di malessere psicofisico, di preoccupazione, di ansia. È questo intimo mistero che muove Massimo alla ricerca della verità segreta; che fa di lui un MingLong, un "Drago Luminoso", pronto a rischiarare quell' "oscurità" che gli impedisce di abitare il proprio "essere" e diventare padrone della propria vita. A questo volge il cammino, alla comprensione, che sola può sciogliere il nodo karmico contratto nella vita precedente. Ed è questa vita che lo chiama, che gli chiede in sogno di riscattarla e di risvegliarsi.  
          Dal nome ci rendiamo conto che il Protagonista del romanzo è un italiano. E in Italia prende avvio ed è ambientata per buona parte la vicenda, che si sviluppa anche in Giappone, in Cina e in Corea. Sorprende che un tema del genere, intriso di cultura buddista e Zen, aderisca così bene al nostro Personaggio fino a occuparne l'anima e la mente, quasi egli fosse nativo di quelle terre e radicato nella dottrina e nella tradizione orientali. Siamo abituati a vedere agire samurai e Guerrieri- Dragoni in romanzi, quali, ad esempio, "Young Samurai - La via del Guerriero", di Chris Bradford;  in film ambientati in Giappone e aventi come protagonisti eroi locali, e a seguire storie del Buddha e d'iniziazione ascetica tipiche della cultura indiana. Perciò ci incuriosisce, almeno inizialmente, questo Guerriero italiano; nutriamo qualche perplessità sul fatto che la cultura orientale possa fare presa su una mentalità e su un'anima occidentale. Infatti, lo stesso autore dichiara che Massimo, il quale, oltre alle arti marziali, ha abbracciato la medicina orientale di cui pratica i sistemi terapeutici, all'inizio della seconda settimana di lezioni "si scontrava già con le peggiori tare della mentalità occidentale: la diffidenza, la pigrizia fisica e mentale, l'abulia, l'indifferenza, lo scetticismo, la critica continua verso gli altri, l'invidia, la smania di possesso e l'insicurezza economica; atteggiamenti inculcati, fin da bambini, dalle cattive dottrine della società del consumismo in cui viviamo". Inoltre, per quanto riguarda le arti marziali, Massimo si sentirà inadeguato a seguire una disciplina per la quale potrà essere criticato non solo dagli orientali, ma soprattutto dagli occidentali che non potranno mai capirlo e che - come dirà il Maestro Namikashi - lo considerano "uno stolto che ha sprecato la propria esistenza". Massimo è un puro "folle". Egli arriverà ad avvertire "la grande spiritualità" dei luoghi della natura e proverà amore "per tutto ciò che incontra, per le rocce, per gli alberi e le creature che in essi dimorano, per gli animali e perfino per gli uomini accecati dai propri bisogni". Il suo è un amore cosmico, francescano. E qui s'incontrano l'etica occidentale e quella orientale: segno che la religione del cuore non conosce confini ma abbraccia l'intero universo. Egli è simile a Parsifal alla ricerca del Graal: la sacra coppa, cui attingere la Conoscenza Suprema, la profonda consapevolezza di sé. E la ricerca è per lui il "Do", la Via del Dragone, riservata a pochissimi eletti come lui. Il suo Graal è il potere latente, il Ki, l'Energia interiore che imita l'Energia dell'Universo e armonizza la mente e il corpo.
        Rimasto orfano, all'età di tre anni, di entrambi i genitori, morti in un incidente d'auto dove egli è rimasto miracolosamente illeso, è stato educato dai nonni ai valori dello spirito, e crescendo ha mantenuto il candore dell'innocenza. Tuttavia, egli è figlio del nostro tempo, della civiltà tecnologica, di una società malata di potere, di fanatismo religioso, di bullismo, dedita al possesso e al consumismo, votata agli eccessi e alle trasgressioni, incurante di osservare quei cinque ordini morali della dottrina buddista cui egli era stato educato e che imponevano, oltre al rispetto e all'amore verso tutti gli esseri senzienti, di "annullare l'illusione del possesso, rispettando le proprietà altrui, ed essere disposti alla generosità, di evitare i comportamenti morbosi connessi ai desideri, quello sessuale prima di tutti, evitare di criticare gli altri, di esprimere giudizi negativi  controllando la parola scritta e pronunciata che può uccidere, può essere più tagliente di una lama, e, infine, alimentarsi in maniera sana, evitando alcol, sostanze inebrianti, tossiche, tabacco, droghe". Anche per un puro, come Massimo, non mancano, dunque, le tentazioni, il rischio della caduta nel vortice dei paradisi artificiali e delle seduzioni, anche tecnologiche, in cui la vita è diventata maestra alla cattiva scuola degli uomini, succubi e schiavi dei loro stessi marchingegni infernali.
        Nel suo viaggio non è solo. Gli è fedele compagno l'amico Yuici, giapponese, nipote del Maestro Nakata, dal quale Massimo apprende i primi rudimenti delle Arti Marziali. Successivamente frequenta la Scuola Tao Shu, dell'arte del combattimento, con la guida del Maestro Namikashi e impara a diventare forte allenando anche l'anima. Contemporaneamente alle lezioni di lotta segue gli studi di medicina orientale diventando esperto nelle tecniche di riflessologia, nello Shiatsu, nell'agopuntura, in omeopatia. Egli, dunque, oltre alla passione per le arti marziali nutre un grande interesse per la medicina non convenzionale, basata sui principi naturali, perché crede nella forza guaritrice della natura. A Massimo sta a cuore la guarigione, l'aiuto che può dare agli altri alleviando le sofferenze del corpo. Da buon guerriero della luce egli ricerca incessantemente l'amore di qualcuno. E l'amore si presenta nella figura di Caterina, sua compagna di liceo, che ritroverà dopo averla persa di vista e finirà per sposare dopo che ella si sarà separata dal marito, e con la quale avrà due figli. Tanti altri personaggi popolano questo romanzo, molti dei quali sono antagonisti, nemici e lottatori che il nostro Guerriero affronterà in occasioni diverse e in tornei uscendone sempre vittorioso.
        Non stiamo qui a svelare il finale, cui si arriva dopo una serie di sorprese e colpi di scena. Fin dal prologo, l'autore ci porta nel cuore della vicenda, a un antefatto che dà avvio alla narrazione, la quale procede "velatamente", con un'aria di mistero che è trasversale a tutto il romanzo, dove quell'evento passato diventa motivo dominante e racconto, nella forma del sogno, dentro il più vasto racconto della vita presente e reale di Massimo Adorni. Si tratta, lo abbiamo accennato all'inizio, della rivelazione di una vita precedente che getta Massimo nell'angoscia, lo turba profondamente presentandosi come qualcosa che si sottrae alla sua comprensione e che egli non desidera e non accetta. In quel sogno egli avverte qualcosa di familiare; intuisce che le visioni che lo agitano scaturiscono dal profondo della sua anima e, infine, ha la netta sensazione di essere stato chiamato per completare "qualcosa che era cominciato quattro secoli prima, in una vita passata". È chiaro che siamo in presenza di una reincarnazione, in linea con la dottrina filosofica del buddhismo e che la vita di Massimo, lungi dall'essere contingente, è necessariamente destinata e condizionata da un'esistenza precedente non esente dai processi del karma, per la cui risoluzione necessita una nuova vita. Massimo è il risvegliato - nel senso qui di essere rinato - che però deve acquistare consapevolezza del proprio compito, deve fare  luce dentro le tenebre in cui ha smarrito il contatto con sé stesso. E se «La Via della luce appare oscura» - come afferma l'antico filosofo cinese Laozi (o Lao Tse) -  egli deve agire e fare le sue scelte conformi al proprio modo di essere, perché - scrive Barcellona in epigrafe - «sono le azioni compiute e le scelte fatte, a fare un uomo». E di un uomo - aggiungo con Paulo Coelho - un "guerriero della luce", il quale deve avere «il coraggio di guardare le ombre della propria anima» sapendo che «l'Universo intero trama a favore di ciò che desideriamo».[1] Anche qui c'è poesia. D'altra parte, il "viaggio" di Massimo Adorni è la grande metafora della ricerca interiore, volta ad approdare alla Conoscenza suprema, a raggiungere e realizzare il benessere psicofisico, l'armonia tra la mente e il corpo legata ai ritmi naturali, a liberare dalla sofferenza e porre termine al samsāra, al ciclo delle rinascite, per risvegliarsi a una nuova condizione esistenziale che trascenda i confini dell'io e trovi pace  e compiutezza nel legame con gli altri e con l'universo. La Via del Dragone è la Via della Poesia, che mette d'accordo tutte le religioni e tutti gli ateismi e dà senso e valore alla vita. Ed è la grande Bellezza di quell'unico spazio interiore del mondo che lega interno ed esterno, che abbraccia tutti gli esseri senzienti e non senzienti e che - per dirla con Rilke - è anche la nostra interiorità, sì che possiamo percepire il volo degli uccelli dentro di noi e vedere crescere in noi l'albero che sta fuori. Nella bellezza c'è tutto lo stupore di cui dobbiamo riempirci la mente e gli occhi. Un tale ammaestramento troviamo già nelle prime pagine del libro, e sono parole che esaltano la natura, nella poesia del "sogno" che fa da prologo: "Non lasciare che la noia della fatica chiuda la tua mente alle meraviglie che incontriamo". Insomma, il romanzo, nonostante le sue quattrocento pagine, molte delle quali sono teatro di lotte di Karate, di combattimenti e duelli, anche violenti, con tanto di bokken, spada, pugnale, scorre con grande leggerezza arricchito da sontuose descrizioni di paesaggi che sembrano immersi in una luce magica, tanto sono idealizzati, spiritualizzati, animati. Gli alberi, soprattutto, sono figure emblematiche della vita naturale e hanno una funzione epifanica, il potere di suscitare in Massimo ricordi e riflessioni e d'invitarlo alla meditazione. Un solenne silenzio sovrasta e ammanta i luoghi e i personaggi di primo piano (Massimo, Yuici, Caterina, i Maestri Nakata e Namikashi) perché una segreta saggezza custodisce e ispira la natura e una voce interiore parla nei dialoghi.
          Marzio Vittorio Barcellona si rivela un maestro nel caratterizzare i suoi personaggi la cui descrizione si fa specchio della loro anima rivelandone la personalità, le inclinazioni, i turbamenti, la lotta interiore, le delusioni, le aspettative, le passioni, la generosità. Egli, inoltre, fornisce una ricca terminologia, relativa agli ambiti specifici delle discipline buddista e Zen, che consente un approccio linguistico, semantico e cognitivo a queste filosofie sollecitandone l'interesse e lo studio. E ancora, il romanzo ci riserva pagine che potrebbero costituire un manuale della salute fisica e mentale da promuovere e tutelare mediante la medicina non convenzionale, naturale. Barcellona ci "istruisce", ampiamente, sui sistemi terapeutici dell'omeopatia, che, come abbiamo visto, vengono insegnati e praticati da Massimo, il quale fonderà una nuova "Scuola di Medicina Orientale" insieme con i suoi amici e Caterina nel grande villaggio che accoglierà anche le abitazioni della sua famiglia, di quella di Yuici, del Maestro Namikashi e del Dottor Chang Zong Feng.
          Quando la vicenda sembra volgere alla fine lasciando prevedere il riposo del guerriero, il quale avverte "per la prima volta attorno a sé l'amore di una vera famiglia", l'autore ci riserva l'ultimo colpo di scena, che ci tiene in grande suspense, facendoci vivere quella spannung, quel momento di massima tensione, tipica dei migliori racconti di magia, cui segue lo scioglimento finale. E qui concludo senza nulla svelare per non togliere il piacere della lettura.


[1] Paulo Coelho, Manuale del guerriero della luce

Pier Giuseppe Accornero, "Pioniere" (ed. Paoline)

di Domenico Bonvegna

Ci sono tanti motivi per leggere un libro, tra questi c'è sicuramente quello di poter arricchire le proprie conoscenze, i propri studi. Ma leggere il “Pioniere. Leonardo Murialdo tra i giovani e mondo operaio, di Pier Giuseppe Accornero, edizioni Paoline (1992), non è solo questione di conoscenza, ma rappresenta un testo che può essere utile a chi opera nel sociale, nel campo educativo. Il testo sul grande santo torinese dà ottime risposte all'emergenza educativa che rimane, anche se lo ignoriamo, la questione delle questioni.
Accornero, sacerdote torinese presenta in soli 300 pagine la poliedrica figura di San Leonardo Murialdo, vissuto in pieno Ottocento nella capitale sabauda sotto il Regno di Sardegna, nella società borghese liberale e massonica.
Dalla tavola cronologica, il lettore percepisce la straordinarietà delle opere che il santo ha compiuto in tutta la sua vita. Fu un pioniere in moltissimi campi della religiosità popolare, della formazione dei giovani, della sociologia cristiana e questo per un sacerdote rappresenta la normalità. Ma Murialdo, fu anche un pioniere nel sociale: fu promotore dell'apostolato sociale, difensore della classe lavoratrice, animatore della stampa cattolica e fondatore di un istituto religioso, la congregazione di San Giuseppe.
Murialdo“è il più torinese, e anche il più moderno – per nascita, mentalità, temperamento, formazione e realizzazioni - fra i santi e i beati che nella prima capitale d'Italia hanno vissuto e lavorato”. Esiste una copiosa letteratura sui tanti sacerdoti, laici e vescovi che hanno ben operato in quel periodo a Torino. A questo proposito, il compianto monsignor Franco Peradotto, vicario episcopale e generale, e per una vita direttore de “La Voce del popolo” ha scritto che si può parlare di una vera e propria“santità torinese del secolo scorso”, una santità “contagiosa”.
Scrive Peradotto,“le provocazioni della santità torinese, a partire da quella dei preti, ma non solo quella, hanno sempre ispirato nuovi modelli. Basti pensare alla spiritualità del clero diocesano che ha avuto un indelebile punto di riferimento in don Giuseppe Cafasso; agli innumerevoli 'cottolengo' che accolgono malati, poveri diseredati, non solo in Italia ma anche in Europa e in altri continenti; agli oratori maschili e femminili che si rifanno a don Bosco; alle scuole professionali di matrice cattolica che si ispirano alle esperienze del Murialdo. Quella torinese è una santità non solo clericale ma anche laicale”.
Per monsignor Peradotto il motto paolino e poi cottolenghino: “Charitas Christi urget nos”, vale per tutti questi santi. Inoltre il vicario episcopale sottolinea la straordinaria e feconda attività che non nasce a tavolino, nei centri studi, o nei laboratori sociologici,“ma è la traduzione concreta dell'evangelico 'farsi prossimo', presentato da Gesù. Sono profondi osservatori e scrutatori della città. Creano supplenze e integrazioni. Provocano profeticamente, con gesti e scelte che soltanto chi ha Dio con sé, e ci crede, è capace di compiere”.
Questi santi secondo Peradotto,“camminano con i tempi e scuotono lentezze e ritardi. Sono riformatori sociali alla loro maniera: intuitivi più che programmatori. Guardano persone e cose come Cristo e vanno avanti. E' una santità per modelli, proponibile e credibile, perchè costruita sui fatti e non sulle parole, con un pragmatismo tutto torinese, fatto spesso di energia apostolica e di dolcezza evangelica”.
Non poteva essere descritta meglio questa vera scuola di santità, che ha visto tra i principali protagonisti giganti come Giuseppe Cafasso, Giovanni Bosco e Leonardo Murialdo.
In un ben documentato articolo apparso su Cristianità, ha trattato l'argomento anche il professore Massimo Introvigne,“Nasce e si sviluppa in Piemonte e nella Savoia una ricca cultura cattolica, un'autentica cultura della Contro-Rivoluzione, la cui storia, in gran parte, non è ancora stata scritta”. (M. Introvigne, San Murialdo (1828-1900), n.44, dicembre 1978, Cristianità). Una scuola che secondo il sociologo torinese si contrappone a quel filone rivoluzionario del Piemonte riformista ed eretico, giansenista e gallicano e successivamente a quella “scuola di Torino” che va da Gobetti a Gramsci”.
Padre Antonio Rosso, in uno studio accurato,“Piemonte santo”, conta non meno di 90 tra santi e beati, venerabili e servi di Dio. In questa schiera vi sono rappresentati tutti gli strati sociali della popolazione: due regine, un principe e una principessa; 12 laici di cui 4 coniugati, e tra questi laici il campione più affascinante e simpatico è Pier Giorgio Frassati. Seguono poi nei “super registri” del paradiso, cardinali, vescovi, parroci, religiosi e religiose. Inoltre, a questi bisogna aggiungere, un secondo elenco di uomini e donne di spicco per la loro pietà e per il loro apostolato sociale: si tratta di oltre 200 “santi” in gran parte laici e laiche.
Questa straordinaria ricchezza umana e cristiana, innervata di industriosità e di eroismo, l'ha capita al volo, e non poteva essere così, il grande Giovanni Paolo II. Infatti nelle due visite a Torino, papa Wojtyla, ha fatto esplicito riferimento all''anima di Torino”, alle dimensioni spirituali a misura d'uomo, aperta ai valori del bello, del bene, del vero”. Parlando ai torinesi, il papa si esprimeva: “Mi viene incontro l'anima cristiana, cattolica di Torino, di cui sono testimonianza la diffusione del messaggio evangelico nella città e nelle valli, la straordinaria fioritura delle abbazie medievali, la tradizione di un'ordinata vita parrocchiale”. E poi non poteva mancare il riferimento chiaro alla Torino che ha dato al mondo le figure come il Cottolengo, Cafasso, don Bosco, Murialdo, Maria Mazzarello.
Accornero sottolinea nel suo libro che nei nove discorsi che ha fatto il papa polacco, spesso ha citato Leonardo Murialdo per l'apporto che ha offerto nel campo della promozione umana, dell'educazione dei giovani, della difesa degli apprendisti, della valorizzazione del laicato, dell'impulso al movimento sociale dei cattolici italiani.
“Torino è stata all'avanguardia della formazione professionale della gioventù che è andata di pari passo con quella religiosa e morale[...]”. Giovanni Paolo II si lascia andare a una riflessione spontanea ma calzante:“Perchè tanti santi qui a Torino?” Che cosa significa questo ai nostri giorni? “Che cosa vuol dire la presenza di san Giovanni Bosco, san Giuseppe Cafasso, san Giuseppe Benedetto Cottolengo, san Leonardo Murialdo e tutti gli altri santi e sante a Torino? Vuol dire una sola cosa: la divina chiamata alla conversione”. In pratica per Giovanni Paolo II questa esplosione di santità significava un riferimento efficace per una nuova evangelizzazione e un ulteriore arricchimento di santità.
Accornero nel testo racconta meticolosamente la straordinaria figura di san Murialdo, sottolineando, in particolare, la sua“scelta preferenziale per i poveri”, facendosi  povero, lui che proveniva da una famiglia borghese e ricca. Una scelta che peraltro hanno condiviso le altre figure esemplari contemporanee a lui.
Leonardo Murialdo, Giovanni Bosco, Giovanni Cocco, sono i tre grandi, “capofila di una rivoluzione che cantano fuori dal coro”, tutti e tre intuiscono, più degli altri, i problemi della città, della nuova realtà urbana, in particolare,“i drammi dei giovani, ai quali si dedicano anima e corpo, per favorire in loro una trasformazione da ragazzi abbandonati, discoli, dequalificati in lavoratori professionalmente attivi, capaci di inserirsi positivamente nel movimento dello sviluppo, in cittadini onesti e in bravi cristiani”. I problemi si ripetono. Attorno a loro gravitano decine di sacerdoti, collaboratori laici e benefattori.
Nasceva una nuova classe di sacerdoti che dimenticando la loro provenienza si sentivano affratellati nel comune lavoro di educazione popolare negli oratori o nelle opere congiunte come l'assistenza durante il lavoro, nelle malattie o nelle carceri.
A questo proposito don Pietro Stella, il maggior storico di don Bosco, osserva: “ la loro è una risposta civile e religiosa al tempo stessa. Con i loro oratori, i corsi di avviamento professionale, le scuole, i collegi, le tipografie, tutti e tre, seppure con personalità, sensibilità e stili spiccatamente diversi – si aggiudicano il titolo di 'benefattori della cultura popolare'”.
Continua.

domenica 15 gennaio 2017

Danilo Quinto, "Disorientamento pastorale" (Ed.Leonardo Da Vinci)

di Antonio Livi

La funzione ecclesiale della teologia – come spiego e dimostro nel mio trattato su Vera e falsa teologia – consiste sempre e soltanto nel proporre delle ipotesi di interpretazione razionale del dogma, ossia dei contenuti della fede che la Chiesa cattolica professa e insegna con il carisma dell’infallibilità. Invece, da ormai molti anni (dai tempi del concilio ecumenico Vaticano II) la teologia cattolica, inficiata di storicismo idealistico, si è messa a copiare la teologia riformata (luterana e calvinista), togliendo all’interpretazione del dogma cristiano le sue essenziali coordinate logiche e metafisiche, e con esse la nozione di verità rivelata, sostituendola con la fenomenologia della coscienza umana e con la dialettica del progresso e delle riforme economico-sociali. Al messaggio divino della Redenzione offerta da Cristo si è andati sostituendo l’illusione dell’umanesimo ateo, che immagina l’uomo di oggi non più bisognoso di salvezza perché ormai capace di trascendersi e di realizzare con le sue forze il Paradiso in terra.
Il modernismo cattolico, che san Pio X aveva condannato definendolo «coacervo di tutte le eresie», ripresentatosi ai tempi di Pio XI come “nouvelle théologie”, ha finito per dominare gli ambienti ecclesiastici dopo il Vaticano II, approfittando del fatto che il papa Giovanni XXIII aveva deciso che la Chiesa non dovesse più condannare le eresie quando proponeva il dogma cattolico, il quale andava invece riformulato in modo positivo e con un linguaggio accettabile per l’uomo moderno. Sicché questa falsa teologia (che non ha la dignità e la coerenza che dovrebbe avere la “scienza della fede” ma scade sempre di più al livello dell’ideologia politica), ha penetrato progressivamente anche il linguaggio del magistero ecclesiastico (non più sobrio e dottrinale, ma sempre più retorico e affettivo) e ha indotto molti vescovi e persino qualche Papa a una prassi pastorale che sembra mirare a un hegeliano “superamento-toglimento” della Tradizione, soprattutto per quanto riguarda i valori autenticamente soprannaturali, sostituiti dai valori meramente naturali, propri dell’umanesimo secolaristico oggi dominante nella cultura occidentale. Inevitabile, di conseguenza, il disorientamento delle coscienze dei comuni fedeli, che non vedono più nei loro Pastori – ormai apertamente divisi sui motivi e sulle finalità delle riforme dottrinali, disciplinari e liturgiche – una guida unanime e coerente. In questo saggio, la situazione nella quale sembra trovarsi oggi la Chiesa cattolica dal punto di vista del rapporto tra pastorale e fedeli viene illustrata con un’accurata documentazione che riguarda principalmente il pontificato di papa Francesco, «il Papa della gente», come lo chiamano i mass media di tutto il mondo e come si intitola il film sulla sua vita recentemente realizzato per la televisione.
Di fronte al gravissimo problema pastorale del disorientamento delle coscienze di tanti cattolici, un credente, laico o sacerdote che sia, non può limitarsi a difendere privatamente la purezza della propria fede (cosa sempre possibile se si ricorre alla dottrina sicura della Chiesa, quella cioè che si trova formulata in maniera dogmatica nei documenti della Tradizione, ben riassunti nel Catechismo della Chiesa Cattolica, assai opportunamente voluto da papa Giovanni Paolo II): un credente deve anche adoperarsi per aiutare gli altri – sia rivolgendosi privatamente ai più vicini, sia utilizzando saggiamente i mass media – a non smarrirsi, a ri-orientarsi continuamente, riuscendo a distinguere i buoni Pastori dai cattivi Pastori, i veri profeti dai falsi profeti, le verità della fede dalle elucubrazioni umane, la sacra teologia da una della tante ideologie che oggi dominano la scena di questo mondo. Danilo Quinto (nato a Bari nel 1956, giornalista e saggista, dirigente per molti anni del Partito Radicale, se ne allontanò dopo la conversione alla fede cattolica), è appunto un credente laico che ha voluto e saputo contribuire a questa benemerita opera di ri-orientamento della coscienza cristiana nel mondo di oggi.
Forte della sua fede ben meditata e approfondita, forte anche delle sue molteplici esperienze umane (in gran parte drammatiche e dolorose) nel mondo del lavoro, della politica e delle lotte ideologiche, Quinto ha prima voluto narrare la sua vicenda autobiografica nel libro-verità intitolato Da servo di Pannella a figlio di Dio (Edizioni di Fede e Cultura, 2012), e successivamente, affrontando proprio gli argomenti di questo libro, ha pubblicato vari saggi-documentari, tra i quali quello intitolato “Ancilla hominis”: la Chiesa è il Corpo Mistico dell’uomo? (Edizoni Radio Spada, 2015). Ho chiamato “saggi-documentari” i libri che Quinto ha scritto per ri-orientare l’opinione pubblica cattolica, perché il loro pregio consiste appunto nel fatto di aver fornito ai lettori una completa documentazione, accurata e commentata, di quei discorsi e di quei gesti sconsiderati di alcuni esponenti della gerarchia ecclesiastica (anche cardinali e anche lo stesso Romano Pontefice) che hanno prodotto il disorientamento pastorale del quale tanto si soffre.
Perché la confusione dottrinale (dogmatica e morale) e l’adozione di una linguaggio e di certe categorie di pensiero che sono proprie dell’umanesimo ateo vanno direttamente contro la funzione apostolica della Chiesa, Corpo mistico di Cristo, che Dio vuole che sia sempre, anche ai nostri giorni, la «luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo» (Vangelo secondo Giovanni, 1, 1), per mezzo della verità soprannaturale che sola può consentire al Magistero di svolgere la funzione di «lumen gentium», che anche il Vaticano II ha riconosciuto essere la sua funzione precipua e per la quale a esso è stato conferito il carisma dell’«infallibilitas in docendo». Questa infallibilità – lo si dovrebbe sapere, ma molti sembrano non saperlo – è garantita dallo Spirito Santo solo quando la funzione di magistero della Chiesa è esercitata con l’intenzione e nelle forme relative all’esposizione razionale di ciò che è contenuto nella divina rivelazione: non è affatto garantita dallo Spirito Santo quando la funzione di magistero della Chiesa è usurpata dai teologi (i quali, ripeto, possono solo interpretare il dogma con ipotesi scientifiche che la Chiesa può accettare o respingere), e nemmeno è garantita dallo Spirito Santo quando la gerarchia sacra rinuncia alla funzione di magistero dogmatico (sempre, necessariamente, collegato a tutta la sacra Tradizione) per lasciarsi andare a escogitazioni umane, di stampo socio-politico o a perorazioni retoriche di riforme istituzionali e di rapporti inter-religiosi dove la fede della Chiesa cattolica viene appositamente messa da parte. Non va dunque contro la fede – e nemmeno contro il rispetto e l’obbedienza che sempre sono dovuti al Papa, chiunque egli sia – la denuncia delle ambiguità nei discorsi e della sconsideratezza delle iniziative di governo che Danilo Quinto fa in questo libro, che solo intende aiutare i propri fratelli nella fede a distinguere il grano dal loglio e a essere sempre e comunque fedeli a Cristo, del quale il papa, chiunque egli sia, è soltanto il Vicario, che deve insegnare, santificare governare in nome di Lui e con la potestà divina di Lui.

venerdì 13 gennaio 2017

Pubblichiamo la prefazione di Annamaria Amitrano al libro di Angelo Lo Piccolo, "Origini e sviluppo delle Balestrate palermitane nel Golfo di Castellamare" (Ed. Thule)

Questo volume, Origine e sviluppo delle balestrate palermitane, è un viaggio attraverso la storia di Balestrate. Un vero e proprio omaggio che Angelo Lo Piccolo rende alla sua città natale ricercando uno specioso articolato di trame tra toponimi, documenti, testimonianze, per entrare nel “vivo” del territorio. L’intento è quello di sfatare l'idolum di un paese, Balestrate, storicamente recente, venuto su un po’ casualmente, per evoluzione, ma privo di radici.
Insediamento “di flusso”, senza profilo, che segue un codice di sopravvivenza in relazione alle risorse di contesto; e così nel ritmo delle dominazioni che hanno calcato il suolo dell’Isola.
Peraltro i documenti di Archivio che attestano la Storia del Paese si annodano interno alla data del 1307, allorché il re Federico di Aragona con editto decreta che «quantum a litore maris infra terram jactum balistae protenderit...» debba ricadere sotto la sua sovranità, decreta cioè che sia definito sotto il suo potere tutto il territorio costiero compreso da un immaginario tiro di balestra scoccato dal bagnasciuga.
È la nascita delle “terre delle balestrate” anche se va detto che, con il passare del tempo, tale denominazione si riduce ad indicare solamente il tratto di costa chiuso tra i torrenti San Cataldo e Calatubo, quest’ultimo al limite occidentale dell’attuale provincia di Palermo.
Dicono i documenti che queste “terre” furono di diritto regale fino al 1456 allorché, con un altro decreto, Re Alfonso il Magnanimo ne fece dono al suo camerlengo Nicolò Leonfante.
Quindi sono passati di mano in mano, di famiglia in famiglia: in possesso di un ceto benestante potente e talvolta strapotente, in grado di assicurare al territorio sviluppo economico, progresso e crescita demografica.
Nel 1800 Balestrate conta già numerosi abitanti. Famiglie emergenti in quel tempo erano quelle dei Graffeo e dei Gesugrande; e sarà proprio un componente di quest’ultima famiglia, Don Paolino Gesugrande, che nel contesto di un paese divenuto sempre più prospero, si farà primo portatore di una esigenza autonomistica: liberarsi della “soggezione” ecclesiastica e civile della vicina Partinico, il cui clero peraltro, imponeva la consegna delle “primizie”.
Il 29 marzo 1820 il re Ferdinando I di Borbone delibera che le due borgate di Sicciara e Trappeto siano riunite in un solo Comune con la denominazione di Balestrate.
Dacché la sua ascesa fino all’oggi: cittadina ridente con buone risorse in agricoltura (in specie vinicola); con una flotta peschereccia di piccolo cabotaggio (in specie per il pesce azzurro); e una recente vocazione turistica, in continua crescita, legata al suo magnifico litorale.
Fin qui in sintesi, il tracciato della Storia ufficiale.
Ma prima del 1307?
Non bisogna dimenticare che Angelo Lo Piccolo affronta questa “immane fatica” proprio per colmare un vuoto; e, in un certo senso, per destabilizzare una annotazione - per lui infondata - che Sicciara, la borgata da cui, per tradizione, discende Balestrate, debba la sua denominazione alla cospicua presenza nel suo mare di “sicce” cioè a dire di seppie. Una interpretazione, peraltro, dovuta proprio all’eminenza grigia del territorio balestratese, quel Filippo Evola, Rettore, uomo di chiesa e di lettere, che ha fatto di tutto per dare adeguata fama al suo paese di nascita.
Orbene: Lo Piccolo fa discendere Sicciara dal termine “Secchiaria”; denominazione riferita - come del resto conferma la sua diffusione nell’area culturale di riferimento - ad una architettura idraulica finalizzata al sollevamento delle acque per l'irrigazione ideata e realizzata dagli arabi.
Dunque un nomen, segno antropologico, che riporta inequivocabilmente, alla certezza di un insediamento; ma fatto, ancora più importante, che storicizza una tappa del suo divenire.
Quale? Quando?
Sicciara ci dice Angelo Lo Piccolo, sorge a sinistra di Calatacupone toponimo di un promontorio in cui era un torrione di difesa militare bizantina.
Orbene nella sua ricostruzione storica, ampiamente circostanziata, Calatacupone diviene, il centro da cui parte un sito abitativo, in espansione, grazie alla presenza delle famiglie dei soldati. Si costituisce, così, interno ad esso uma comunità siculo-bizantina; e successivamente, in seguito all’immigrazione arabo- musulmana e al meticciato inevitabile, tale comunità darà vita ad un ceppo autoctono siculo-arabo territorialmente definibile nella sua novità; tanto più che, grazie al conseguente sincretismo culturale, si profilerà un momento aureo per la tecnica, l'economia, i prodotti, cioè per l’insieme delle risorse di terra e di mare, presenti nel territorio, sottoposto alla dominazione araba della Sicilia.
In sintesi, dunque, - secondo Fautore - la matrice identitaria della antica Balestrate trova seme in Calatacupone: una antichità che - come egli scrive nella prefazione - accanto al Castello, scopre il Casale e il modesto cauponhim; e scopre una comunità fatta da “povera gente”, invisibile per la Storia ufficiale, che però, diviene e si trasforma dando continuità alla catena generazionale e spessore al suo percorso individuante.
È la Storia di Angelo Lo Piccolo “nuova” che permette di indicare come da un “non luogo” quale l'apparecchiata improduttiva si sia potuto generare un habitat. E dal momento che da storico egli non vuole rimanere chiuso nel recinto minimalista della storia locale, con sapienza, ecco che dà ampio respiro alla sua stesura critica, legando la Storia del popolo di Calatacupone e della Sicchieria, vuoi a quella di Palermo nel cui contesto prevalentemente si esprime, vuoi a quella della Sicilia tutta, nel transito di Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, e così via... attraverso il Feudalesimo dei Grandi: la chiesa e il Regno; sicché poco importa se Calatacupone sparirà dispersa dalla crisi che tra trecento e quattrocento investirà la Val di Mazara. Le “terre delle balestrate” grazie al lavoro di Angelo Lo Piccolo hanno ritrovato quel precedente storico fino a questo momento sotteso ma non dimostrato.
Infine qualche notazione sul metodo con cui è stata improntata la ricerca. Quel metodo etnostorico codificato dalla sperimentazione di Aurelio Rigoli senza il quale non si sarebbe potuto dare qualità scientifica ad una analisi fondata, in mancanza dei riscontri di archivio, principalmente sulle etnofonti: cioè a dire sia le fonti storiografiche orali, sia le altre fonti codificate dalla tradizione.
Quindi una molteplicità complessa e articolata di fonti e etnofonti dallo storico e storiografico scovate, ricercate e, laddove è stato possibile, comparata con la certezza delle Fonti d’archivio: lavoro quest’ultimo non certo facile dovendosi operare - nota l'autore - all’archivio Diocesano mazarese!
Dunque Origine e Sviluppo delle Balestrate palermitane è un opera etnostorica che ha saputo intrecciare nell’obbiettivo di una sintesi tra Storia e Cultura, la Storia Regia con la Storia locale dando, anche, giusta eco ai fatti che la Storia ufficiale giudica insignificanti e che invece sono assolutamente importanti se il registro è quello delle trasformazioni del territorio e delle dinamiche sociali.
In conclusione un volume denso, corposo, puntiglioso che se dà fisionomia agli “uomini di lusso” che nel tempo hanno determinato l’assetto politico sociale ed economico di Balestrate ha saputo dare voce anche ai “senza potere”. Una stretta trama narrativa che per completezza profondità lungimiranza critica sembra quasi tradurre una volontà risarcitoria: da parte dello storico Lo Piccolo nei confronti degli abitanti di Balestrate, forse “nati” ufficialmente tardi ma che grazie a lui e alla sua ricerca, (davvero lunga una vita) possono finalmente attestare la loro longeva dignità culturale.
Palermo 9 maggio 2016

Annamaria Amitrano

giovedì 12 gennaio 2017

Antistoria del Risorgimento e del Brigantaggio

di Domenico Bonvegna


A che serve a distanza di oltre un secolo conoscere come i Piemontesi hanno “liberato” il Meridione d'Italia? Forse per capire il perchè è nata la cosiddetta “questione meridionale”? Oppure soltanto per conoscere la vera Storia del Sud e del sistema che lo governava, cioè il Regno delle due Sicilie dei Borboni.
Tempo fa un parente, conoscendo la mia predilezione allo studio della storia del Risorgimento e del Brigantaggio, mi diceva che dopo aver letto una recensione dell'ultimo libro di Pino Aprile, si interrogava se le notizie riportate da Aprile erano vere o montature. Pazientemente ho risposto che ormai è da tempo, almeno dalla caduta del Muro di Berlino, che esistono fior fiore di testi, di studi, che hanno raccontato dettagliatamente come è stato conquistato il Sud dopo la cavalcata liberatoria di Garibaldi. Aprile non fa altro che raccontare giornalisticamente come sono andati i fatti.
Per non perdere l'abitudine dei miei studi in queste fredde serate di dicembre ho letto uno dopo l'altro i testi di Giordano Bruno Guerri, “Il sangue del Sud. Antistoria del risorgimento e del brigantaggio”eIl Bosco nel cuore. Lotte e amori delle brigantesse che difesero il Sud”, entrambi pubblicati da Mondadori, il primo nel 2010, il secondo nel 2011, collezione“Le Scie”.
I testi di Guerri si occupano“dei modi e dello spirito con cui fu compiuta l'impresa  (la conquista del sud) e delle sue conseguenze”. Pertanto si pone alcune domande“Quali tragedie e ingiustizie la accompagnarono?”. Si è fatto di tutto per integrare davvero le identità, le culture, le tradizioni, persino le lingue diverse? Oppure si era fatta l'Italia, ma non si sono fatti gli italiani, come diceva Massimo D'Azeglio, che peraltro, temeva la fusione coi napoletani.
Giordano Bruno Guerri sicuramente non è un nostalgico del Regno delle Due Sicilie, è uno storico liberale che coraggiosamente racconta gli avvenimenti con serietà e imparzialità, utilizzando le numerosi fonti e documenti che ormai da tempo sono a disposizione di chiunque voglia fare storia seria. Peraltro nei suoi testi troviamo una bibliografia essenziale che fa riferimento a tanti storici che hanno ben studiato quegli anni tanto tormentati.
Guerri non disdegna di polemizzare con la storia ufficiale raccontata dai vincitori, ironizzando sui “liberatori” piemontesi, che secondo la vulgata, dovrebbero rappresentare “i civilizzatori”, i portatori di giustizia  e legalità, mentre gli altri, i meridionali, sono briganti. Questi ultimi fin dalla Rivoluzione Francese, sono stati  screditati dagli intellettuali, dai politici. La loro opposizione veniva rappresentata come “viscerale manifestazione di rancori e pulsioni irrazionali”, mentre si trattava, “di una resistenza ideologica e politica, oltre che sociale”. Ma per liquidarla gli illuminati giacobini, collegavano la rivolta popolare“al delitto comune”. Così accadde anche in Italia dove per i nostri intellettuali benpensanti“la ribellione di reazionari, contadini e clericali, contro lo Stato appena costituito fu etichettata 'brigantaggio'”. Pertanto Guerri può scrivere che al Sud, tutti erano briganti, banditi, criminali comuni, mentre gli altri che venivano dal Nord erano i liberatori.“Due mondi erano in conflitto tra loro. Perchè l'uno venisse a patti con l'altro occorreva che il vincitore riconoscesse le differenze e cercasse di cancellarle realizzando una maggiore giustizia sociale. Invece scrive Guerri, “si preferì l'azione repressiva, determinata a stroncare, soffocare, estirpare. Una logica che alimentò se stessa: la violenza ne generò altra, sempre più crudele”.
Come quella che si è manifestata in una notte d'agosto del 1861 a Pontelandolfo e Casalduni nel beneventano, l'esercito piemontese per vendicare i suoi uomini, non esitò di massacrare quasi un migliaio di uomini e donne di questi paesi.
I meridionali dagli ufficiali e soldati italiani furono percepiti come una razza inferiore, ma nello stesso tempo, Guerri considera questi soldati che andarono a combattere una sporca guerra, furono forse i meno colpevoli, “furono l'ultimo anello di una catena di errori e orrori[...] furono vittime, come i loro nemici, di una carneficina che poteva essere evitata”. Le colpe maggiori sono di chi dirigeva il Regno sabaudo, con la legge Pica del 1863, il governo di Torino,“in pieno accordo con il Parlamento, impose lo stato d',assedio annullò le garanzie costituzionali, trasferì il potere ai tribunali militari, adotta la norma della fucilazione e dei lavori forzati, organizzò squadre di volontari che agivano senza controllo, chiuse gli occhi su arbitrii, abusi, crimini, massacri”. Per i Savoia,“i briganti erano l'emblema di quel figliastro malato e depresso, geneticamente tarato”, non solo, secondo Guerri, forse, già a Torino si erano pentiti: “chi ce l'ha fatto fare?”.
Lo storico è convinto che ancora molto bisogna fare per far conoscere la vera storia del Risorgimento italiano, anche per Guerri è necessaria una “profonda opera di revisione storiografica”, specialmente sul brigantaggio. Pertanto scrive Guerri: “come ogni guerra civile, anche quella tra piemontesi e briganti è stata raccontata dal vincitore. Che però, a differenza del solito, non ha potuto vantarsene: si preferì nascondere o addirittura distruggere i documenti, perchè non fossero accessibili neppure agli storici”. Il brigantaggio postunitario, per la nostra storia fu “quasi un incubo da rimuovere o censurare, una pagina vuota, una tragedia senza narrazione.I briganti scontano, oltre alla sconfitta, anche il destino della dannatio memoria. A loro, non spetta l'onore delle armi”. Per i padri della patria rappresenta una specie di zona d'ombra, “una guerra in-civile come quella andava dimenticata, rimossa o almeno ridimensionata alla stregua di una semplice, per quanto sanguinaria, operazione di polizia”.
Ironicamente Guerri scrive che per i vincitori,“le pagine luminose, da consegnare agli archivi della memoria, sono altre: con tricolori sventolanti, imprese da trasmettere alle future generazioni nei manuali di scuola[...]”. Tuttavia lo storico senese auspicava che per le imminenti celebrazioni del 150° anniversario dell'Unità nazionale, si rinunciava al“conformismo retorico e patriottardo”, alle“tentazioni oleografiche”, non tanto per “denigrare il Risorgimento, bensì di metterlo in una luce obiettiva, per recuperarlo – vero e intero – nella coscienza degli italiani di oggi e di domani[...]”. Nello stesso tempo però dall'altra parte si doveva rinunciare alle “ossessioni separatiste o secessionistiche che di tanto in tanto si trasferiscono dal Sud al Nord e ritorno”. Infatti, riferendosi a quest'ultimi, Giordano Bruno Guerri, sottolinea con forza, nell'introduzione al suo libro che “conoscere e rivedere il Risorgimento non significherà rimpiangere Radetzky o Francesco II, a seconda che il nostalgico si trovi a Milano o a Palermo”.
Da quello che ho visto e letto nel 2011, non mi sembra che sia andata così, sia per i risorgimentisti duri e puri, che per i nostalgici dei borboni. Forse gli unici a mantenere un certo equilibrio e non scadere in leggende nere o rosa sono stati quelli di Alleanza Cattolica, che sensibili agli avvenimenti storici del nostro paese, hanno voluto ricordare il 150° dell'unità d'Italia con una serie di conferenze all'insegna dello slogan: “1861-2011”. Unità Si, Risorgimento No”. Sostanzialmente si rifiuta l'ideologia risorgimentale che ha cercato di cancellare l'identità del nostro Paese, ma si accetta l'unità politica.
A questo proposito invito la lettura del “manifesto-appello”, che si può trovare nel sito, www.alleanzacattolica.org”.
“Il Sangue del Sud”, è composto di 17 capitoli. L'autore tratta in particolare la guerra del nuovo Regno d'Italia contro il brigantaggio, anche se troviamo delle pagine che raccontano le vicende della conquista del Regno delle Due Sicilie, come si sono comportati i vari protagonisti di  questa conquista.
Guerri è abbastanza super partes, riconosce per esempio che i giovani sovrani, napoletani, Francesco II e Maria Sofia sono stati derubati del loro legittimo regno. Ricorda tutti i vari tradimenti dei nobili e dei generali borbonici, che hanno fatto a gara per abbandonare la “nave”, il prima possibile. Evidenzia un certo “gattopardismo”, nel sistema politico meridionale. Riconosce inoltre una certa stabilità e prosperità economica del regno napoletano, anche se evidenzia delle deficienze nello Stato meridionale. Certamente lo storico non si presta a una “leggenda aurea”, rappresentando un Regno di Napoli come il bengodi d'Europa.
Guerri, entra nel vivo del brigantaggio a partire dal VI capitolo:“Come nasce una guerra civile”. Anche Guerri come lo studioso cattolico, Francesco Pappalardo, è consapevole che il fenomeno del banditismo è sempre esistito. Ma il brigantaggio  un'altra cosa, anche se ci sono elementi banditeschi. Si contano almeno 216 bande, tra Abruzzo, Molise, Sannio, entroterra irpino, nel salernitano, Puglia e Calabria. Le campagne erano una polveriera, bastava la presenza di qualche brigante, di qualche manutengolo, che iniziava la repressione, con saccheggi e incendi. “A farne le spese furono spesso uomini e donne inermi, messi al muro per aver gridato 'Viva Francesco II' in qualche stamberga dai muri troppo sottili, cafoni che si erano limitati a dare da mangiare ai ribelli, contadini e galantuomini che avevano abbracciato da subito la fede liberale”. Bisogna scrivere che soltanto la regina Maria Sofia, era abbastanza attiva nel sostenere la resistenza del popolo meridionale, mentre Francesco II, chiuso nello sconforto e nel fatalismo, faceva ben poco. Mentre i vertici della Chiesa ufficialmente non appoggiavano il brigantaggio, qualche vescovo e soprattutto i preti e i religiosi si sono resi complici.
L'esercito italiano arrivò ad impiegare al sud, fino a 120 mila uomini, quasi la metà dell'intero esercito unitario. Secondo Franco Molfese, tra il 1861 e il 1865 sarebbero stati uccisi, negli scontri o con le esecuzioni, 5212 briganti. Mentre Carlo Alianello, ne conta quasi il doppio (9860). “In entrambi i casi, si tratta di cifre approssimate per difetto”. Stessa cosa per i caduti da parte dell'esercito, qui spesso si taceva per non allarmare l'opinione pubblica, perchè la gente non doveva scoprire che si stava combattendo una vera e propria guerra. “Morirono più militari che nella somma delle tre guerre di Indipendenza, almeno 8.000”.
Mentre cronisti e storici locali contano oltre 100.000 caduti fra i meridionali. “Cifre a parte, - scrive Guerri - il dato oggettivo non cambia: fu combattuta una guerra civile, con rappresaglie, saccheggi e fucilazioni sommarie. E' il lato terribile di ogni contrapposizione fratricida”. Per Guerri, “quella conquista comportò episodi da sterminio di massa”.
Nei capitoli successivi lo storico toscano si occupa entrando anche nei particolari delle gesta più o meno eroiche dei vari briganti. Tra quelli più conosciuti, Carmine Donatelli, detto Crocco è quello a cui si dedica più spazio, del resto fu definito il re dei briganti. Poi c'è Chiavone, il brigante che voleva essere Garibaldi e marciare su Torino. Il sergente Domenico Romano, che univa il fucile alla preghiera. Un impasto di spirito crociato e di devozione religiosa, come si può leggere nel giuramento, che imponeva ai nuovi adepti. Un capitolo particolare e suggestivo viene dedicato alle brigantesse, tema che sarà poi sviluppato ampiamente nel successivo libro, “Il Bosco nel cuore”. E' un argomento che ha attirato la curiosità di molti studiosi. Alcuni li consideravano delle sanguinarie, delle diaboliche messaline. “Naturalmente si trattava di esagerazioni - con un fondo di verità – a sostegno dell'immaginario collettivo”.
Il Guerri sottolinea come la presenza femminile “sia molto più numerosa nella storia violenta del brigantaggio che in quella romantica del Risorgimento: dove – oltre alla contessa di Castiglione, per i suoi meriti spionistici e amatori – l'unica eroina è Anita Garibaldi, sposa esemplare”.
Queste donne secondo Guerri,“sono partigiane ante litteram; o, in un salto temporale ancora più lungo, sono le antesignane di un femminismo istintivo e rabbioso, ribelli stanche di essere confinate – da sempre – al letto, al focolare e ai figli”. E qui emerge lo spirito anarcoide di Giordano Bruno Guerri.
Comunque sia queste donne, “sono certe di trovare tra i boschi la dignità e la considerazione che non avrebbero ottenuto vivendo da schiave o puttane di nobili e galantuomini”. Pertanto, “la loro fuga è al tempo stesso un viaggio verso la libertà e verso la fine”. Sono un esercito di nomi e di storie senza volto, un'escrescenza della storia, per decenni considerata ingiustamente marginale. Giuseppina Vitale, Chiara Di Nardo, Rosaria Rotunno, Mariannina Corfù, Maria Pelosi, Filomena di Pote, Maria Maddalena De Lellis, Filomena Pennacchio, Michelina De Cesare, Maria Oliverio. Solo alcuni nomi di donne“che capovolgono pregiudizi e luoghi comuni su sesso debole”. Donne che “nascondono le chiome fluenti sotto le larghe falde di cappellacci maschili, occultano ciò che resta della loro femminilità con l'audacia”. Un altro dato che va sottolineato che si tratta per la maggior parte di ragazze abbastanza giovane, pronte a tutto, rispetto alle ragazze di oggi.
Finora era stato dedicato poco spazio al tema delle brigantesse, il lavoro ben documentato di Giordano Bruno Guerri colma questa lacuna. “Il Bosco nel cuore” , è la storia delle donne in guerra contro l'unità; la storia di madri, mogli, ragazze giovanissime, rivendicare il diritto di vivere la propria vita assumendo su di sé il potere e la libertà di decidere.