mercoledì 19 luglio 2017

Guglielmo Peralta, "H-OMBRE-S" (Ed. Genesi)

di Giuseppe La Russa

Il romanzo H-Ombre–S, del palermitano Guglielmo Peralta, racconta una storia certamente particolare, a tratti sfuggente, incorporea, diafana: personaggi della letteratura mondiale (tra gli altri, Odisseo, Beatrice, la Sonja di Dostoevskij, Pinocchio ecc..), imprigionati in un luogo che è di fatto un non-luogo, quello della fantasia dei loro autori e che Peralta, con suo neologismo, definisce Soaltà, tentano il salto verso la vita vera, quella degli uomini reali, verso la realtà concreta e tangibile, nonostante sia avvertita da tutti come «troppo carica di nefandezze e colpe mondane». Il motivo per cui devono tentare questa fuga è l’umanità di cui essi stessi sono partecipi, poiché i loro autori, coloro che li hanno creati, li hanno rivestiti di ogni residuo e frammento che l’essere umano trascina inevitabilmente con sé. Dunque, un romanzo che nell’opposizione sogno-realtà (è questo lo scioglimento del termine Soaltà) vede la sua matrice, la sua colonna portante: da questa si dipanano diverse opposizioni, pesantezza-leggerezza, materialità-spiritualità, immanenza-trascendenza che, in ultima analisi, a quella Soaltà fanno capo. Dunque, già nell’accenno della trama e della sua struttura dicotomica, si può notare come ogni pagina si muova su un equilibrio precario, a volte inconsistente, a volte difficile da stabilire? Come, allora, può reggersi in piedi una narrazione lunga 180 pagine? Ci viene in soccorso Italo Calvino con una delle sue Lezioni Americane, quella sull’esattezza, di cui si riportano brevissimi stralci di certo illuminanti: «Esattezza vuol dire per me», scrive l’autore di Palomar, «soprattutto tre cose: 1) un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato; 2) l’evocazione di immagini visuali nitide, incisive, memorabili, icastiche; 3) un linguaggio il più preciso possibile. Perché sento il bisogno di difendere dei valori che a molti potranno sembrare ovvi? Credo che la mia prima spinta venga da una mia ipersensibilità o allergia: mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile».
Ora, in Peralta, un disegno dell’opera ben definito e calcolato è di necessità vitale, visto quell’equilibrio precario di cui si diceva: senza di esso il romanzo non potrebbe tenersi e in piedi, mentre lo sguardo dall’alto dell’autore consente alla pagina di scorrere in maniera lineare e senza fuoriuscite. Inoltre, ci troviamo di fronte ad un cultore della parola, ad un autore che ha fede nella sua capacità evocativa, nella sua possibilità eterna di generare, di partorire segni e significati: ecco perché la scelta di ogni significante non può essere lasciata al caso. Ogni termine ha con sé un significato innanzitutto particolare che, vedremo, sarà, in virtù di ciò, capace di aprirsi all’universale. Così ogni pagina: Peralta carica ogni foglio di un significato che appare ultimo, definitivo, massimamente pregnante, ad ogni voltar di pagina sembra svelare la fine, salvo poi tornare indietro; come ogni parola anche ogni pagina è portatrice di una individualità di significato che diventerà un Tutto. Dunque, si può bene vedere, nell’attenzione calviniana al linguaggio, possiamo intravedere già la cifra stilistica che sottende al libro di Peralta: infatti la forma che lo scrittore sceglie per il suo romanzo è perfetto specchio della storia raccontata, di una storia che si muove tra il concreto delle parole e il diafano, l’incorporeo delle immagini e situazioni.
Ma torniamo un attimo a Calvino e alla sua apologia dell’esattezza. Come contraddittore ideale della sua tesi sceglie, in un primo momento, Giacomo Leopardi, per cui, com’è noto, più la parola è vaga ed imprecisa, più ci si avvicina alla poesia; ma, ci fa notare Calvino, dopo l’elenco leopardiano (estrapolato dallo Zibaldone) di situazioni  propizie allo stato d’animo “indefinito”, quello che il poeta recanatese richiede da noi per farci gustare la bellezza dell’indeterminato è «una attenzione estremamente precisa e meticolosa che egli esige nella composizione d’ogni immagine, nella definizione dei dettagli. […] Dunque Leopardi, che avevo scelto come contraddittore ideale della mia apologia dell’esattezza, si rivela un decisivo testimone a favore. Il poeta del vago può essere solo il poeta della precisione, che sa cogliere la sensazione più sottile con occhio, orecchio, mano pronti e sicuri». E ancora: «La poesia dell’invisibile, la poesia delle infinite potenzialità imprevedibili, così come la poesia del nulla nascono da un poeta che non ha dubbi sulla fisicità del mondo».
In particolar modo quest’ultima frase ci appare estremamente densa e capace di tracciare la via da seguire nell’analisi del romanzo peraltiano: se l’autore di H – ombre – s nutrisse  un solo dubbio sulla realtà che fa da retroterra e retroscena all’incorporea storia raccontata, davvero, come si diceva prima, la narrazione non potrebbe reggersi in piedi. Dunque una materialità che è premessa sostanziale e necessaria e che viene testimoniata da questa attenzione meticolosa al linguaggio, una premessa che può, in tal modo, raccontare una storia fatta di corpi-non corpi, luoghi-non luoghi: uno stile, si vede, specchio perfetto delle vicende del romanzo, perché come i personaggi si muovono in questo spazio che è tra sogno e realtà, fra materiale e immateriale, immanente e trascendente, così accade anche con il linguaggio adoperato.
Svariati sono i temi trattati, diversi gli ambiti sfiorati dai personaggi che ravvivano il racconto, dal tema “infinito” dell’Amore, dalle opposizioni pesantezza-leggerezza, anima-corpo, materialità-spiritualità, immanenza-trascendenza, ma si tratta, possiamo constatare, di opposizioni che sembrano partire da una stessa matrice, quella che abbiamo già anticipato e che è traducibile nel termine Soaltà. Il punto essenziale qual è, allora? Il punto d’approdo. Se le opposizioni che reggono il testo sono queste, se la fuga dei personaggi risulta a più riprese difficile, quale sarà lo scioglimento finale e che significato avrà?

Ѐ nella loro aspirazione alla fuga, però, che troveremo la risposta e l’esito finali: la vita vera è sì guardata come il luogo della pesantezza, del fardello continuo, a differenza della leggerezza e spiritualità in cui “vivono” le ombre, ma a quella materialità i personaggi non possono che aspirare, non possono che tendere, mantenendo così fede all’umanità di cui i loro autori li hanno rivestiti nelle avventure libresche. In uno stralcio, a p. 49, si legge: «La pesantezza, avvertita attraverso gli occhi spalancati sulla “realtà” li fa sentire umani, troppo umani: carichi delle nefandezze e delle colpe mondane; attratti dalle passioni, dagli agi, dalle trasgressioni, dal potere costituito in ogni sua forma, dai beni materiali, ma protesi anche verso le alte vette dello spirito. […] Ma nella lotta tra la leggerezza e la pesantezza, tra lo spirito e la materia, prevalse quel desiderio di fuga, la voglia di essere umani!»
Ma appare chiaro che quella di Peralta sia un’allegoria dell’Arte, in generale, della scrittura in particolare (ecco il perché del riferimento iniziale a Calvino). Parlare di un testo meta-letterario non mi sembra poi così sbagliato, poiché attraverso la letteratura si parla di essa e lo si fa con la bocca dei personaggi che alla letteratura stessa hanno dato vita. Assolutamente illuminante in tal senso è un altro passo del romanzo, a p. 37. Parla Odisseo, rivolgendosi a Pinocchio, con queste parole: «Caro Pinocchio, a quest’avventura ti confesso di sentirmi impreparato, perché non vedo, fuori di qui, terra d’approdo! Noi non siamo nati Ombre per inseguire la vita ma per rappresentarla agli uomini come in uno specchio, affinché essi riconoscendosi, attraverso di noi, falsi bruti e bugiardi, si prodigassero “per seguir virtute e canoscenza” e mettersi in cammino verso la verità, che non è certamente quella che io “estorsi” alle Sirene e che, essendone dubbioso, andai a cercare oltre le Colonne perdendo così la mia vita. […]In questa verità più profonda dobbiamo prendere posto, non con la fuga, ma con la ricerca, la quale non allontana mai da casa il viandante e gli assicura sempre di ritornarvi»! Questo è un pezzo che troviamo ad inizio romanzo, ma che già velatamente anticipa il finale: Peralta ci fa pregustare il quid delle azioni narrate, ogni volta con un elemento in più, ma non scioglie mai del tutto le riserve. Fa crescere così la suspense, fa accrescere in noi il desiderio, la smania di vedere. Sottolineiamo e ricordiamo questa frase: «La ricerca non allontana mai da casa il viandante e gli assicura sempre di ritornarvi» (nostra la sottolineatura): è un concetto chiave del racconto, una fondamentale parentesi che lasciamo volutamente aperta e che riprenderemo fra poco.
Un elemento che, mi viene in mente nel parlare del testo di Peralta, è il ‘Mistero’. In che senso?
A p. 174 del romanzo si legge: «Mistero è la Bellezza che si concede all’ascolto e nasconde il suo volto nello splendore delle forme infinite della natura e dell’umana creazione. Cari personaggi, voi pure siete un mistero».
Noberto Bobbio, pensatore morto nel 2004 e che sempre si definì lontano dalla religione, scriveva come ogni essere umano si sente immerso nel mistero ed è questa la conditio sine qua non per la spiritualità, che poi può configurarsi come religione, come filosofia o magari entrambe le cose. Ora, un autore, teologo molto noto, Vito Mancuso, scrive come il mistero sia una condizione esistenziale che riguarda la totalità della vita, che ci avvolge dal di dentro. Inoltre, scrive una cosa molto bella che, a mio modo di vedere, racchiude bene la condizione dei Personaggi peraltiani: «La percezione del mistero della vita si dà come inquietudine che attraversa l’esistenza e che ci fa sentire che non siamo dove dovremmo essere, e al contempo come meraviglia che pure attraversa l’esistenza e che ci fa sentire che siamo dove dovremmo essere». Le ombre che popolano il romanzo di Peralta sono totalmente immerse nel mistero, sono il frutto e il risultato di questa armonia e disarmonia, è su questa condizione dicotomica che si gioca tutto l’iter che seguono.
Dunque, allegoria dell’arte certamente, ma attraverso di essa Peralta filosofeggia sulla vita nostra, di noi che ombre non siamo e che questa opposizione non solo l’avvertiamo, ma ne facciamo l’essenza della nostra percezione del mistero che, secondo quanto scrive Mancuso, è il diapason della nostra spiritualità. Dunque un testo che si apre davvero alla riflessione, che sembra immateriale ed incorporeo e non fa altro che parlare di noi, della nostra quotidianità.
E in questa meraviglia, scrive Mancuso, che ci fa sentire che “siamo dove dovremmo essere” sta lo scioglimento del nodo, l’exitus delle azioni raccontate in H-ombre-s. Il punto non sta nel dover cercare necessariamente un luogo verso cui migrare, ma il trovare il Senso della propria vita con le azioni che si compiono. Ѐ questo, ne sono certo, un insegnamento di vita. Uno studioso e ricercatore palermitano, Tommaso Romano, direttore della casa editrice Thule, scrive: «Il Senso del Senso è il Senso che ognuno riesce a dare alla propria esistenza». Trovando il Senso della propria vita, puoi trovarti ovunque e non sarai mai in esilio. Potrai invece essere proprio dove vuoi, ma se non dai e non trovi il senso, sarai sempre esule da te stesso. Ѐ questa la consapevolezza a cui arrivano i Personaggi del libro di Peralta e lo fanno attraverso e grazie le parole di Sonja, personaggio di Dostoevskij: «Questo piccolo liocorno non è qui per ricordarci la nostra fuga, ma per inverare e mostrarci con la sua sacra figura le ragioni della nostra umbratile esistenza […] Come Prometeo, noi doniamo il fuoco agli uomini, portiamo la luce nel mondo. E per questa luce noi restiamo incatenati e patiamo ogni genere di sofferenze. Ma dal dolore che ci consuma nasce negli uomini la gioia che ci rinnova e ci riproduce. Perché gli umani hanno bisogno di storie, di favole, di poesia, e noi siamo quel pane che si moltiplica e che essi ricevono per la ricchezza dello spirito»; ed è questo il senso della ricerca, di quella parentesi che avevamo aperto con le parole di Odisseo: nella ricerca del Mistero, nel “desiderio di penetrarlo”, scriverebbe Machado, sta IL quid.
Una consapevolezza che avviene nel nome della Bellezza. Ma non è una bellezza, quella di Peralta, meramente estetica, ma anche e soprattutto umana, spirituale. Bellezza è Amore, per Peralta, tanto che una delle più forti teorizzazioni presenti nel testo è proprio quella sull’Amore, in nome del quale la ricerca può avere senso. Si dice, ad esempio a p. 78 come «Non c’è vero ritorno senza amore e non c’è salvezza per chi, in solitudine, si salva»! In nome di questa bellezza, dunque, il dettaglio si scioglie nell’insieme, l’uno trova sede nel tutto, il particolare nell’universale. A livello stilistico abbiamo detto che ogni parola, in Peralta, è estremamente icastica, immaginifica, portatrice di un significato generale: così ogni pagina, incredibilmente densa, anch’essa portatrice di un messaggio universale. Dunque, così come nello stile e nella forma, anche a livello contenutistico succede la stessa cosa: ogni personaggio ha in sé un significato particolare, è portatore di un senso individuale che, però, si scioglie nell’Universale concetto di Bellezza e di Amore, inteso proprio come unione, come insieme.. La parola diventa universale, come si può leggere sul finire del romanzo, a p. 174: «Ma la parola, quella che si veste d’infinito e fa gli uomini immensi, quella ribattezzata nella sacra luce del sogno e che si fa peregrina e passionaria sulla via della Bellezza e s’offre fino alla croce, questa parola ineffabile e mai taciuta, se per avventura o per grazia liberasse il suo canto dentro la voce non solo dei poeti ma dell’intero genere umano, allora il mondo sarebbe un vero Poema, una Divina Commedia che prosciugherebbe la nostra valle di lacrime»
È questo l’iter che Beatrice consiglia, la risposta che si dà Sonja, personaggio chiave del racconto ed estrapolato da Delitto e castigo di Dostoevskij: ogni personaggio troverà la propria risposta nella stesse sede in cui si trova, proprio perché il singolo è diventato tutto, è diventato insieme. La loro forza e la loro vittoria stanno nel donare l’immortalità a chi li ha pensati, a chi li ha generati, come li avverte con accorate parole il ciclope Polifemo, sul finire del racconto: «Voi siete spirito e figli dello spirito, generati e non creati dalla Bellezza, da questa Virtù immacolata».
Ogni personaggio si illumina nella consapevolezza di essere luce nel mondo, «perché gli esseri umani hanno bisogno di storie, di favole, di poesia, e noi siamo quel pane che si moltiplica e che essi ricevono per la ricchezza dello spirito». Con i libri e per mezzo di essi l’uomo può ancora trovare spazio nella soaltà dei personaggi che legge, lì restare, sciogliersi con essi, diventare parte di un tutto, un tutto, il cui nome è Bellezza.
Per concludere ciclicamente con Calvino e una sua frase celebre tratta da Le città invisibili, «D’ una città non apprezzi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà ad una tua domanda».

martedì 18 luglio 2017

“Guerriglia”, il romanzo-choc di Laurent Obertone in anteprima assoluta

di Ermanno Durantini

« In una Francia vicina e oscura, un sopralluogo della polizia in un quartiere multietnico di periferia si trasforma in una tragedia: un poliziotto caduto in un'imboscata perde il controllo e incomincia a sparare alla cieca. La periferia si incendia e tutto il Paese si ritrova improvvisamente catapultato in una situazione di equilibri precari. Le fiamme appiccate dagli immigrati si propagano di città in città e la Repubblica, alla fine, esplode. [...] I cittadini, privati di tutto e abbandonati a loro stessi, si preparano così ad affrontare la carneficina, ad affrontare la Guerriglia... ».

Questa, in buona sostanza, la trama di Guerriglia, romanzo di Laurent Obertone che ha già spopolato in Francia nonostante il boicottaggio dei principali media e che si appresta a uscire anche in Italia, martedì 18 luglio, tradotto da Catia Lattanzi e curato da Federico Goglio. Grazie all'editore, la neonata Signs Publishing, abbiamo avuto modo di leggere il romanzo completo in anteprima assoluta e di constatare un semplice fatto: Guerriglia non preconizza un futuro assurdo e distopico, ma illustra con la necessaria chiarezza e durezza dei termini le conseguenze tranquillamente plausibili del nostro presente.
Sarà per questo, forse, che anche in Italia vige un assordante silenzio mediatico (rotto solamente, per la carta stampata, dai quotidiani La Verità e Il Giornale) rispetto alla nuova opera di uno scrittore che il famoso e pluri-premiato Michel Houellebecq ha definito "il grande polemista di domani", ma che dall'autore di Sottomissione si differenzia per aver basato il suo ultimo lavoro non sulla possibile anticipazione del futuro di una Francia "dolcemente islamizzata" dal moderatismo di facciata della Fratellanza musulmana, ma sul lavoro di studio, di investigazione e di previsione dei servizi di sicurezza francesi e di esperti del terrore e delle catastrofi.
Nel complesso, da questo lavoro, emerge un semplice concetto: stante la situazione attuale, di fronte a rivolte endemiche delle masse di immigrati di prima, seconda e terza generazione, coordinate con attacchi terroristici di larga scala e una rapida estensione del caos alle campagne, la Francia è potenzialmente in grado di crollare in soli 3 giorni.
Proprio questa è la scansione del libro, 3 giorni: il primo giorno, in cui la miccia viene accesa da un controllo di polizia finito in tragedia; il secondo giorno, in cui la rivolta prende piede in tutta la Francia e la miccia si consuma; il terzo giorno, in cui la bomba costituita da decenni di politiche di assimilazione fallite esplode, travolgendo tutto e tutti: semplici cittadini, poliziotti, funzionari, politici, giornalisti. La fine di tutto questo sta nel titolo: la guerriglia, unico futuro che attende un paese senza più un nome né un qualsiasi barlume di ordine sociale, in cui a contare non sono più un conto in banca o una buona posizione dirigenziale in una grande azienda, ma le scorte d'acqua, di cibo, di armi e, soprattutto, di coraggio di fare quello che va fatto quando il caos prende piede.
Chi però pensasse che Guerriglia di Laurent Obertone (il nome è uno pseudonimo, utilizzato per evitare gli ovvi problemi a cui va incontro chi scrive senza accettare le castrazioni imposte dal politically correct) sia un libro che parla in maniera un po' tragica e roboante di immigrazione o una declinazione in salsa iper-contemporanea della "fine del mondo" e delle conseguenze del caos sulla psicologia delle folle (una specie di The Walking Dead, con gli "immigrati" al posto dei "vaganti"), si sbaglia di grosso. Guerriglia è un libro a 360 gradi, che delinea con chiarezza tutte le ragioni nascoste, i convitati di pietra e le verità innominabili che potrebbero portare un paese occidentale, ricco e, all'apparenza, perfettamente sicuro e solido, a precipitare nella preistoria in 72 ore a seguito di scelte politiche, culturali e sociali scellerate nei loro risultati e, in certi casi, anche nelle loro intenzioni.
Dall'animalismo, che fa disperare per la morte di un cane-poliziotto e fa ignorare bellamente il poliziotto in carne e ossa vittima della stessa fine, al potere dei media mainstream nel manipolare l'opinione pubblica verso il buon-vivere-con-tutti, parossistica (ma non poi così lontana dalla realtà) tendenza dei media e dell'opinione pubblica liberal-progressista a contestualizzare, ridurre di portata e, talvolta, giustificare la criminalità allogena nel nome della "tolleranza", del "non aiutare l'estrema destra", del "evitare generalizzazioni". In Guerriglia c'è tutto, e dietro a giudici comprensivi con i criminali, omosessuali intenti a stigmatizzare l'uso di pronomi non sufficientemente neutri e terroristi armati di coltello che, al posto di una strenua resistenza, incontrano solo scuse e senso di colpa, c'è sempre un mortifero buon-vivere-con-tutti, che è semplicemente un sottomettersi, da parte della maggioranza, agli altri, alle etnie minoritarie così come agli orientamenti sessuali più disparati, dentro una macchina lanciata a rotta di collo verso un burrone che, alla fine, travolgerà tutti.
Nessuno, infatti, si salva dentro la guerriglia. Il romanzo di Obertone non ha vincitori: non vincono gli "antifa", bianchi francesi che si vergognano della loro appartenenza alla parte più ricca e sviluppata del mondo e per questo appoggiano le rivolte degli immigrati, salvo poi venire travolti da una rabbia e da una violenza che, alla mano tesa dei progressisti, risponde col machete e con i kalash; non vincono i terroristi, che nonostante mettano in scena attentati spettacolari e di una portata e gravità mai viste prima, si trovano privi della possibilità di potersene gloriare, per il semplice motivo che, con la Francia, è venuta meno anche la linea internet su cui postare le proprie gesta, unica loro vera e terrificante finalità; non vincono gli "identitari", o quella che viene genericamente chiamata "estrema destra", che sebbene veda avverarsi tutte le proprie profezie nefaste sul destino della Francia dopo la Grande Sostituzione, non riesce nemmeno a costruire un barlume di resistenza e viene schiacciata dagli "sbirri" senza nemmeno l'onore di una vera lotta contro il nemico allogeno.
In mezzo a tutto questo, scorrono i personaggi di Guerriglia, romanzo totalmente privo di un protagonista ma denso di nomi - tutti fittizi, ma in certi casi rimandanti con tutta evidenza a personaggi realmente viventi - che compaiono e scompaiono con la fredda disinvoltura di comparse, che vengono meno, travolti dal caos senza fine, proprio quando vorresti saperne qualcosa di più. Lo stile di Obertone - duro e grezzo, ben lontano dall'eleganza estrema de Il Campo dei Santi di Jean Raspail, a cui Guerriglia è stato correttamente associato però a livello contenutistico - è un tutt'uno con la storia narrata: nella Francia che sprofonda sotto i colpi di un'ineluttabile cambiamento, non c'è spazio per i grandi personaggi, né per le grandi narrazioni geopolitiche, per quello che avrebbe potuto essere ma non è stato, per i dibattiti interminabili. C'è solo la fine di un mondo, che non lascia scampo a nessuno e che lascia dubitare per il futuro anche delle (poche) storie individuali a parziale lieto fine di un libro spietato, nei toni e nelle immagini evocate.
Da questa fine, da questo caos senza speranze di risoluzione, da queste immagini di morte a cui nessuno potrà scappare, possiamo - ma sarebbe meglio dire "dobbiamo" - trarre degli insegnamenti sulla gestione del nostro presente, come suggerisce, nella splendida prefazione al testo, Marco Lombardi, professore di sociologia e comunicazione, gestione della crisi e metodi per l'Intelligence all'Università Cattolica di Milano. Si tratta di cogliere i segnali d'allarme lanciati da Obertone per affrontare con determinazione il tempo presente, al fine di cambiare il futuro, che fino all'ultimo non è mai scritto. Si deve cominciare dalle cose banali, come far passare il semplicissimo concetto che un migrante non è un terrorista, ma un terrorista è un migrante, in quanto non si può far finta che Abdelhamid Abaaoud o Salah Abdeslam fossero semplicemente cittadini belgi, e non i figli, di seconda o terza generazione, di immigrati di ondate precedenti a quella attuale; si dovrà poi proseguire con quelle più complesse, come recuperare il vero valore di una cittadinanza che, nei paesi europei, ha rinunciato alla condivisione di valori e di regole e ha preso a definire i cittadini dei semplici utenti funzionali dei servizi statali. 
L'alternativa a questa profonda presa di coscienza - a cui questo libro potrà, forse, dare un aiuto più grande di tanti studi approfonditi sul terrorismo e sui fenomeni migratori - c'è: mettere la testa sotto la sabbia e aspettare che arrivi la guerriglia.

da: www.ordinefuturo.net

lunedì 17 luglio 2017

Guglielmo Peralta, "La via dello stupore" (Ed. Thule)

di Francesca Luzzio

Guglielmo Peralta nel saggio “La via dello stupore” ripropone in modo organico e coerente la sua visione est-etica, quale egli ha già proposto attraverso un manifesto artistico-letterario nella rivista della SOALTÀ, fondata nel 2004 e la sua produzione poetica e saggistica. Peralta, filosofo-poeta, vive come tutta l’umanità in questo mondo, dentro questo mondo malato, ma egli, poeta, sa separarsi da esso e “con sguardo soale” che insieme unisce sogno e realtà, ricondursi dentro il mondo che tale sguardo genera a partire dal sogno: il mondo dello sguardo soale, ossia il mondo della poesia che, catartica, potrebbe rigenerare  il mondo e l’umanità. “Ma la poesia che ammanta di leggiadra veste il creato, non fascia per intero l’umanità che, per buona parte, resta arida e nuda” (pag.47). 
Da quanto suddetto, si desume che per Peralta il sogno non è un fenomeno riconducibile alla dimensione onirica, ma è il nous aristotelico, cioè l’intuizione, l’immaginazione creatrice, le idee, i pensieri derivati dallo sguardo rivolto ”dentro” nello spazio dell’interiorità o della soaltà. Questo neologismo, nato dalla crasi di sogno e realtà, indica il mondo quale il poeta lo concepisce nella mente e quale vorrebbe che fosse,  se “la voce dei poeti” non restasse  “inascoltata”. “L’occhio ha una visione difettiva della realtà poiché non coglie il sogno nelle cose, il processo d’incarnazione del sogno” ( pag.12). Se invece si solleva il sipario dietro le palpebre, si apre dentro di noi un "palcoscenico" - la realtà del mondo interiore - su cui si rappresentano le "visioni", le idee che lo sguardo dell’io concepisce e di cui è, perciò, insieme attore e spettatore perché osserva ciò che esso stesso ha intuito. La realtà dunque dovrebbe essere un processo d’incarnazione del sogno, ossia della visione del mondo, che acquista un corpo che,  in quanto contiene in sé la concretizzazione del sogno, diviene soaltà. Il sogno di Dio è divenuto soaltà con la creazione che ha posto in atto la potenza della sua perfezione e della sua bontà. Il poeta, esito più alto del sogno divino, intuisce, guardandosi dentro, tale sogno e ne diventa l’immagine riflessa, attraverso la parola che propone la bellezza e la bontà quali dovrebbero essere nella soaltà, ossia in un mondo intriso della volontà del Creatore. Insomma, come sostiene Schopenhauer, l’artista coglie intuitivamente, attraverso l’arte, il proprio io, le idee di oggettivazione fuori dal principio di ragion sufficiente (ossia spazio, tempo e causalità). Ma l’affermazione della supremazia delle arti non perviene nella filosofia peraltiana all’epilogo negativo del dolore e della noia come in Schopenhauer, ma ad un epilogo epifanico che fa dell’arte e nello specifico della poesia, la voce messianica, oserei dire evangelica, rivelatrice dell’ordine e della bellezza primigenia che spetta all’artista, nella sua posizione privilegiata, rivelare agli uomini, affinché si liberino, come sostiene Gentile, dal pensiero pensato (incrostazioni del passato, forme, leggi, consuetudini) e reinventi il sogno divino di bellezza, di pace e amore, di armonia degli uomini tra loro e degli umani con le cose. Nuovo messia, dunque il poeta si serve delle sue parole come di sacrificio lustrale che purifichi e riveli il nous delle cose, l’anima buona che armonica e bella fa del creato la proiezione divina. Tale concezione è possibile definirla romantica per la matrice cristiana ad essa sottesa e per le finalità etico-pedagogiche che si prefigge di conseguire, ma è anche avanguardistica, perché in origine si è proposta attraverso un manifesto, oltreché decadente perché anche G. Peralta come Rimbaud, è un poeta veggente, visionario, che per mezzo del sogno-intuizione penetra intus per rivelarci l’essenza, la bontà e la bellezza delle cose.
Il poeta quindi seminatore-agricoltore,  pietra miliare di comprensione metafisica e terrena vorrebbe seminare nell’immaginario collettivo e allontanare le persone dalla terrestrità, chiusa nei labirinti ciechi dell’utile e del potere; ma potrà mai riuscirci?  Il condizionale sembra d’obbligo di fronte alla cecità che allontana l’uomo dalla fonte rigeneratrice della poesia. La novità del pensiero ha naturalmente indotto il poeta–filosofo Peralta alla creazione di un linguaggio post-moderno, caratterizzato da parole-chiave, senz’altro definibili neologismi, nati da accorpamenti insoliti di parole comuni o da disgiunzione di sillabe o di grafemi: s-guardo, est-etica, soaltà, etc..; essi di primo acchito sviano il lettore, anche colto, verso lo stesso smarrimento in cui si può cadere leggendo, ad esempio, le poesie di Cepollaro, che ripropone attraverso il caos verbale il caos, il labirinto dei tempi attuali. L’affidare alle parole vuote le idee e non ai contenuti è un aspetto del post-moderno, ma le parole di Peralta non sono mai vuote, anzi la novità della loro coniazione, nasce dall’esigenza di pregnanza espressiva, dietro la quale si nasconde un lucido intervento intuitivo e insieme razionale che piega, quasi violentandolo, il significante al significato, andando oltre lo stesso correlativo oggettivo proposto da Eliot e poi da Montale, perché qui non trattasi di corrispondenza oggettiva e razionale di significato, come accade nell’allegoria, ma di coinvolgimento totale dell’elemento linguistico che viene vivisezionato per proporre integralmente l’essenza ideologica di cui esso è portatore. 

giovedì 6 luglio 2017

Gaetano Tulipano e Giuseppe Valguarnera, "Il miracolo tra fede e scienza" (Ed. Carlo Saladino Editore)

di Maria Elena Mignosi Picone

Oggi, nel secolo XXI, precisamente nell’anno 2017, periodo in cui assistiamo ad una società globalizzata, fortemente intrisa di materialismo, consumismo, edonismo e utilitarismo, viene pubblicato un libro, ad opera di un teologo e di uno scienziato, su un tema, sì, antico quanto il mondo, ma che, di fronte ad una umanità che pare abbia dimenticato Dio o che certamente lo ha messo da parte, suona quasi una provocazione. Il tema del libro è il miracolo.
Cosa si prefiggono gli autori nella scelta di questo argomento? E’un tentativo di risveglio? E’ uno sprone all’approfondimento? E’ un aiuto nella comprensione degli eventi della nostra storia?
Ecco andiamo a poco a poco analizzando quest’opera e ci renderemo conto dell’intento degli autori che sono il teologo Gaetano Tulipano e lo scienziato Giuseppe Valguarnera, medico.
Cominciamo nell’ordine che ci offre il libro, e cioè dalla trattazione del teologo che è cultore di Teologia Dommatica, oltre che pastore di anime con cariche di grande responsabilità. Attualmente è canonico del Capitolo Palatino della Chiesa del regio Palazzo dei Normanni, rettore della Chiesa del SS. Salvatore.
Gaetano Tulipano comincia con un chiarimento fondamentale e cioè che ha senso parlare di miracolo da quando è entrato nel mondo il peccato originale, perché prima l’uomo non conosceva né malattia né morte. Il miracolo perciò riguarda l’umanità decaduta.
Dopo questa premessa egli osserva che il miracolo è antico quanto il mondo e allora egli fa riferimento ai profeti dell’Antico Testamento, Elia ed Eliseo, che operarono miracoli, per non parlare poi dei prodigi avvenuti sin dal tempo antico come il mare Rosso che si apre.
Gesù, poi, preconizzato nell’Antico Testamento dal profeta Isaia, l’ha detto chiaramente: “Non sono venuto per i sani ma per i malati”. Infatti Gesù è venuto per guarire i malati, ridare la vista ai ciechi, sanare gli storpi, e così via.  Inoltre Egli ci ha offerto il più grande miracolo della storia, la sua Resurrezione, ad indicarci che anche l’uomo può resuscitare. Lazzaro ne è un esempio.
Dopo Gesù i miracoli continuano. I santi hanno operato e operano miracoli.
Ora quel che ci suona nuovo nella trattazione di Gaetano Tulipano è che il miracolo egli non lo considera un fatto straordinario ma ordinario. E ci spiega che così era già a cominciare dall’ Antico Testamento, che cioè  “Per l’uomo biblico… il miracolo è un “normale” e “quotidiano” intervento diretto di Dio, indirizzato a chi confida in lui e che, in quanto opera meravigliosa, suscita stupore e lode” e aggiunge: “…l’uomo biblico, non capirebbe il principio formulato successivamente dai teologi scolastici, che vedono il miracolo o come un fatto eccezionale, meraviglioso, che sorpassa l’ordine della natura, che va contro le leggi imposte alla creazione o come prova apologetica dell’esistenza di Dio e della Chiesa”. Quindi sin dal tempo antico era considerato così, ed egli aderisce a questa teoria. E scrive: “La Chiesa odierna…deve avere la consapevolezza che il soprannaturale può entrare nel naturale; che i miracoli, i segni e i prodigi possono essere il pane quotidiano dei credenti, possono essere le opere ordinarie che ogni credente, nella fede, può sperimentare nella Chiesa di Dio”.
Un’altra affermazione che ci suona pure nuova è che non c’è bisogno di fare pellegrinaggi ai Santuari Mariani per ottenere la grazia della guarigione, perché, essendo un fatto della vita quotidiana, può avvenire ovunque. Perciò egli sostiene che “il credente non deve sentirsi obbligato a fare pellegrinaggi o andare in santuari particolari”. Tra l’altro sperare nel miracolo solo dal pellegrinaggio, quando magari si sia vissuta tutta una vita nello scetticismo verso Dio e la fede, è assurdo perché il miracolo in questi casi non si verifica. Infatti, e su questo insiste ripetutamente l’autore, condizione imprescindibile per sperare nel miracolo è la fede. Gesù lo testimonia quando dice: “Va’, la tua fede ti ha salvato”.
Questo è dunque il fondamento del miracolo: la fede. Non però una fede morta ma viva. Non una fede convenzionale, formale, ma che si esplichi nella preghiera, nella pratica dei sacramenti e nel comportamento, da autentici cristiani. “…ciò che conta, è che continuiamo a credere nell’amore di Dio e del suo Figlio Gesù per noi e a vivere, di fede e per fede, come ci insegnano i testimoni della fede”.
Così Gaetano Tulipano, che è un profondo conoscitore di Teologia Fondamentale, ci suona nuovo nella trattazione del miracolo rispetto a quel che noi siamo stati abituati a pensare.
Un’altra novità, che suona proprio rivoluzionaria, è la interpretazione dell’agire di Dio nei riguardi della sofferenza che colpisce l’uomo. Noi siamo stati educati a considerare l’evento doloroso che ci capita come una prova che ci manda Dio per maturarci, per renderci migliori: “Ci sono maestri nella Chiesa i quali insegnano che, la malattia e i vari incidenti della vita, possono provenire da Dio, che sono permessi da Dio, che possono essere una benedizione, che ci avvicinano a Dio, che Dio li usa per correggerci, per istruirci, per purificarci, che ci rendono più graditi a Dio se li sappiamo sopportare e che possono perfino avere effetti salvifici se li portiamo in unione alla passione di Cristo Gesù”. Ora Gaetano Tulipano così prorompe verso tutti quelli che sono di questo parere: “A costoro diciamo che Dio non ci vuole né ammalati né poveri/miseri. Infatti, quale padre terreno, amante dei propri figli, vorrebbe che i figli, vivessero in tali condizioni. Ogni padre terreno che ama veramente i propri figli desidera che essi siano in salute e non si augurerebbe mai che i figli venissero raggiunti da malattie, da incidenti e da varie prove per vederli maturare, crescere e ricevere salvezza”. E conclude: “Se nella volontà amorosa di un padre terreno c’è questo desiderio benevolo per i figli, come si può pensare che, nel cuore del Padre celeste possa albergare una volontà diversa. (Mt 7,9-11)”. Dunque sostiene con determinazione: “Dio, per correggerci e farci crescere, ha altri mezzi. L’origine della malattia e degli incidenti ha altre cause”.
Poi Il teologo, autore di questa parte del libro, ci spiega pure perché in altri casi Dio non interviene; e questo ci tocca molto da vicino dal momento che ogni giorno siamo bombardati da cattive notizie, orrori, disastri naturali, e via dicendo, e la gente si chiede : “Dov’è Dio?”, perché si aspetterebbe un intervento Suo contro tanto male e Dio allora appare come sordo e indifferente. A questo proposito Gaetano Tulipano chiarisce: “…dopo il peccato, all’uomo è data facoltà di continuare a credere e di non credere, di compiere il male per sé e fuori di sé o compiere il bene per sé e fuori di sé, di costruire la città di Dio o la città del Diavolo, senza che Dio, con la sua potenza, possa intervenire direttamente per fermare la sua mano. La stessa legge la osserviamo nella creazione dove, a causa del peccato del mondo, è entrato il disordine, generatore di disastri e calamità naturali, dinanzi ai quali Dio, suo malgrado, può solo stare a guardare”. E infine conclude: “Dio dunque dando origine all’universo, ha scelto di non esercitare direttamente la sua onnipotenza contro il libero arbitrio dell’uomo. Egli, invece, può esercitare la sua onnipotenza  là dove l’uomo con la sua libertà, usando la sua fede, glielo permette”. Allora, aggiungiamo noi, dovremmo chiederci non  “Dov’è Dio?” e neanche, come forse più giustamente fanno altri: “Dov’è l’uomo?” ma dovremmo chiederci: “Dov’è Dio nell’uomo?”
E ora passiamo alla trattazione del miracolo da parte dello scienziato, Giuseppe Valguarnera, che è medico. Egli ha lavorato come ricercatore nel campo dei virus; ha fatto delle importanti scoperte, motivo per cui è famoso a livello internazionale e ha ricevuto anche dei prestigiosi riconoscimenti. Insigne studioso, ingegno versatile, spirito di straordinaria giovanilità.
Egli comincia con l’offrirci una vasta panoramica dei miracoli, o prodigi che dir si voglia, dai primordi della civiltà e alle più disparate latitudini, dimostrando che è sempre stato vivo nell’uomo l’anelito alla liberazione dal male, nel caso specifico, l’anelito alla guarigione dalla malattia.
Poi l’autore passa alla trattazione prettamente scientifica, ma espressa in maniera molto chiara, delle malattie virali. Delle infezioni da batteri, germi, virus, con dovizia di esemplificazioni.
Ora l’analisi che egli conduce sul miracolo riguarda solo il Santuario di Lourdes. Perché? Perché solo lì esiste un Comitato Medico Internazionale (CMIL= Comitato Medico Internazionale di Lourdes) che indaga con rigore scientifico, cosa che manca negli altri molteplici Santuari che sono sparsi in tutto il mondo, Guadalupe, Loreto in Italia…e così via.
Interessante è inoltre la analisi di Giuseppe Valguarnera sui cambiamenti della nostra società e sul tipo di società che oggi ci ritroviamo, e significativa è la sua osservazione che oggi a Lourdes i miracoli sono più rari che in passato. E al riguardo riporta le parole di un noto eremita indù (India), Sandar Sin. Quest’ultimo afferma sugli europei: “Sono stati per secoli tuffati nel cristianesimo, ma il cristianesimo non è penetrato e non vive in loro. La colpa non è del cristianesimo, ma della durezza del loro cuore. Il naturalismo e l’intellettualismo hanno indurito i cuori”.
Quel che colpisce innanzi tutto in Giuseppe Valguarnera, e lo notiamo quando si addentra nell’avvento di Gesù, è il suo spirito laico. Infatti dove noi ci aspetteremmo “l’Uomo-Dio Gesù” egli dice semplicemente “l’Uomo Gesù” oppure dove ci aspetteremmo ad esempio “Il Profeta di Nazaret” egli dice “il Falegname di Nazaret”.
Lungi però da lui, che è un animo profondamente umile, la presunzione tipica di certa scienza. Lo possiamo subito osservare dalle parole poste in esergo al suo scritto, che sono parole di Michel de Montaigne tratte dai suoi Saggi di Filosofia: “E’sciocca presunzione andar disprezzando e condannando come falso quello che non ci sembra verosimile. E’ questo un vizio abituale di coloro che pensano di avere qualche competenza al di sopra del comune… Condannare con tanta sicurezza una cosa come falsa è impossibile, è presumere di avere in testa i limiti e i confini della volontà di Dio e della potenza di nostra Madre Natura; e non c’è al mondo follia più grande che giudicarli in proporzione alla nostra capacità e competenza”.
E quel che risalta principalmente in lui è l’ardore di conoscenza. Da vero scienziato vuole spiegarsi tutto. Riferendosi al miracolo non lo chiama evento “miracoloso” ma “inspiegabile” e con ciò apre la porta all’indagine, si avverte che lo vuole trasformare in “spiegabile”.
Ed è proprio questo che Giuseppe Valguarnera intende fare con questo suo scritto. Egli infatti afferma: “Noi non vogliamo assolutamente contestare i giudizi della Chiesa, ma… vogliamo indagare, scoprire, capire “come” e “perché” si guarisce” e continua: “La fede opera “miracoli”, ma noi vogliamo capire con quali meccanismi opera la fede”. E ribadisce, ancora, fermamente: “La Chiesa non può ritenere che tutte le guarigioni “miracolose” debbano essere accettate per fede. La Scienza deve indagare, studiare, capire, quali siano i meccanismi. Noi abbiamo avanzato una proposta di  verifica”.
Ecco qui sta il nucleo della sua trattazione: spiegarsi, alla luce della ragione, il “come” e il “perché” avvenga il miracolo.
A questo punto mi viene in mente un pensiero di un santo che di miracoli ne fece di strabilianti, tanto da essere soprannominato “il santo degli impossibili”, Sant’Antonio. Egli sostiene nei suoi “Sermoni” (è stato proclamato anche Dottore della Chiesa): “…quando la mente, pretendendo di elevarsi al di sopra delle sue forze, intravede qualcosa della luce della divinità, ogni umana ragione viene meno” e aggiunge: “è necessaria la discrezione, per non pretendere di assaporare delle cose celesti più di quanto sia conveniente”.
Allora ci viene spontanea una perplessità: “ Non è che Giuseppe Valguarnera, medico scienziato, voglia superare le “Colonne d’Ercole”?
Ma la risposta ci affiora pronta a dipanare ogni dubbio.  Lo scienziato è sempre proiettato verso nuove scoperte, egli non si ferma mai, perché non si accontenta mai. E guai se così non fosse. Saremmo ancora fermi al Sistema Tolemaico!
E allora ben venga il suo chiedersi “come” e “perché” e ben venga la sua proposta di verifica.
Il suo ardore di conoscenza, inoltre, lo spinge ad una dissertazione molto movimentata, quasi, potremmo dire, dialettica, dove egli, a parte la documentazione ricchissima, si pone vari interrogativi, anche contraddittori, formula svariate ipotesi cercando soluzioni. Il lavoro è molto ricco e molto variegato, motivo per cui tiene desto l’interesse del lettore, anche se può essere una materia, la medicina, non di propria competenza.
La chiarezza, la semplicità, la linearità con cui sono espressi concetti difficili ed elevati, e questo vale sia per lo scienziato che per il teologo, rendono questo lavoro, che è abbastanza impegnativo, di grande divulgazione, risultando accessibile a tutti, senza preclusioni di sorta.
Il libro può essere utile nel chiarire tanti interrogativi sul mistero della storia, della nostra vita attuale, come può essere di edificazione per la delicatezza, il rispetto, la nobiltà d’animo con cui viene trattato il tema del miracolo pur da posizioni diverse, pur nelle sfaccettature cui esso  si presta, teologica e scientifica, ovvero di fede e di ragione.
Ed è bello, direi quasi commovente, questo sodalizio fede-scienza. Un teologo e uno scienziato si incontrano, si danno la mano e insieme lavorano nel condividere lo stesso interesse.

E’ un bell’esempio di conciliazione tra culto e cultura, due mondi che spesso si guardano con sospetto e diffidenza. Un gesto di speranza e di armonia.

lunedì 3 luglio 2017

Francesco Agnoli “Indagine sul Cristianesimo” (Ed. Piemme)

di Domenico Bonvegna

Stiamo vivendo tempi dove si assiste a veloci mutamenti, basti pensare soltanto alle folle di immigrati che premono sul nostro continente. Pertanto questo è il tempo per leggere e studiare saggi che riguardano la storia delle civiltà. A questo scopo risponde il sussidiario storico che ci ha offerto qualche anno fa il giovane giornalista, Francesco Agnoli: “Indagine sul Cristianesimo”, dall'indicativo sottotitolo:“Come si costruisce una civiltà”, edizioni Piemme( 2010). Il testo è stato ripubblicato nel 2014, da “La Fontana di Siloe”, un marchio della casa editrice Lindau. Si tratta di un appassionante viaggio storico su come si è sviluppato il Cristianesimo e soprattutto come ha edificato la civiltà europea. Certo l'autore non fa un'estesa e completa storia dei duemila anni di cristianesimo. Non dobbiamo stupirci se non c'è qualche argomento. Certamente nei diciotto capitoli Agnoli affronta quei classici argomenti, come le crociate, le streghe, l'inquisizione, il potere temporale della Chiesa, le donne, la schiavitù, etc, i soliti luoghi comuni, che vengono usati per scagliarli contro la Chiesa cattolica.
Il lavoro di Agnoli, scrive Renato Farina nella prefazione:“si immerge in acque custodite da veri e propri pescecani che spaventano chiunque si avvicini”. Per la verità ce ne sono stati altri tentativi notevoli per questa“buona battaglia” di depurazione della vera Storia della civiltà cristiana. Mi vengono in mente Vittorio Messori, con i suoi tre volumi, della rubrica dei “vivai” di Avvenire, il vescovo Luigi Negri, lo stesso cardinale Giacomo Biffi. Questo di Agnoli per Farina sembra una mappa completa di liberazione dai pregiudizi e dalla leggende nere.
Nella premessa lo stesso Agnoli fa delle doverose puntualizzazioni:“questo libro è la storia di alcune grandi conquiste umane permesse e promosse dal messaggio di Cristo e dalla sua Chiesa. E' la storia di idee che hanno rinnovato lo sguardo sul mondo di miliardi di persone[...]”. Naturalmente è un testo che consiglio a chi vuol conoscere la vera storia della civiltà cristiana occidentale.
Naturalmente il testo, essendo una specie di atlante storico, può essere letto per singoli capitoli, peraltro tutti ben documentati con puntuali e numerosi riferimenti bibliografici. Si parte dalle origini del Cristianesimo, il confronto con il paganesimo e le varie divinità del mondo antico. Si approfondiscono le persecuzioni dei primi tre secoli, dove“l'essere sacerdote, vescovo o Papa significa sovente andare incontro alla morte, sbranati dalle bestie negli anfiteatri, o bruciati come torce nei giardini imperiali di Nerone”.
Agnoli affronta gli argomenti e nello stesso tempo polemizza con tutti quelli che si sono esercitati per diffondere nefandezze e pregiudizi contro la Chiesa e i cristiani. Il testo fa diversi nomi da Augias, a Odifreddi, fino a tutta quella numerosa schiera del giornalismo nostrano, che fa a gara a chi le spara più grosse.
Il Cristianesimo ha portato grandi novità e progressi nella storia dell'umanità. Il 3° capitolo è dedicato proprio ad una di queste novità: la concezione della donna. Sul punto ho presente un articolo di qualche anno fa di Antonio Socci, dove ricordava alle donne:“sai che ridere se duemila anni fa non nasceva quel Nazareno, soprattutto per le donne”, in pratica senza Cristo, le donne avrebbero continuato a prendere calci nel sedere, da parte dei maschi. Infatti Agnoli ricorda il ruolo marginale della donna nell'antichità. Vittima di infiniti abusi e violenze, compreso l'infanticidio, in Cina e India. Mentre nel mondo islamico e animista, la donna è sottoposta alla poligamia, umiliante affermazione della sua inferiorità. Vittima anche“di vere e proprie mutilazioni fisiche; sottoposta al ripudio del maschio, in tutte le culture antiche, la donna diventa  col cristianesimo creatura di Dio, al pari dell'uomo”. Nel cristianesimo, non c'è più differenza o opposizione tra maschile e femminile. Il termine “uomo” ha un significato collettivo. Naturalmente Agnoli fa riferimento al Vangelo, per conoscere il comportamento di Gesù con le donne.
Dalla nuova concezione della donna, scaturiscono tre conseguenze: la prima,“il cristianesimo è l'unica religione della storia in cui il rito di iniziazione e quindi di ammissione alla comunità, cioè il battesimo, è uguale per uomini e donne”. La seconda, il cristianesimo abolisce l'infanticidio, peraltro ancora diffuso. Infine, la terza; il matrimonio cristiano è imprescindibilmente monogamico e indissolubile. Esso quindi sottintende anzitutto la pari dignità degli sposi. Tutta la storia della Chiesa, secondo Agnoli, tende a salvare la pari dignità della donna con l'uomo. Innalzando per esempio l'età del matrimonio della donna (per i romani generalmente era di dodici anni). Inoltre è stata sempre avversata l'abitudine dei matrimoni combinati o forzati, in cui spesso era vittima la donna.
“La battaglia della Chiesa per la fedeltà coniugale, - scrive Agnoli - per il pudore, per l'autocontrollo degli istinti, soprattutto maschili, per la santità del matrimonio, oltre che liberare l'uomo da una concezione animalesca del rapporto sponsale, ebbe quindi l'effetto di nobilitare e liberare la donna”.
Sono interessanti le informazioni di Agnoli sulla vita delle donne rimaste vedove. Si intrattiene su certe barbare usanze diffuse in India o in Africa centrale. C'è una cittadina dell'India dove da 500 anni è rifugio delle donne spogliate di tutto, che se va bene vivono di elemosine e offerte. Qui le vedove, impossibilitate a risposarsi, diventate un peso, per le loro famiglie d'origine,“si ritrovano a vagare come fantasmi tra i templi per guadagnarsi da vivere”. Peraltro molte sono giovanissime, perchè andate in sposa da bambine a uomini più vecchi. La concezione cristiana della donna modifica anche quella delle prostitute. Agnoli ricorda che la Chiesa ha fondato diversi istituti, enti specializzati per riscattare le prostitute. Penso al beato Faa di Bruno, nella Torino liberale e massonica dell'800. Ultimo il grande lavoro svolto da don Oreste Benzi, che ha liberato circa seimila ragazze dalla schiavitù della prostituzione.
Agnoli in conclusione punta la sua attenzione sulla folla di donne protagoniste grazie al cristianesimo, a cominciare dalle sante martiri, a cui vengono dedicate intere chiese: Tecla, Agata, Agnese, Cecilia, Lucia. E poi le numerose aristocratiche dei primi secoli, che convertono i loro mariti: Clotilde, Teodolinda, Teodasia, Fabiola, Olimpia, Olga, Edvige. Agnoli per una maggiore conoscenza dell'argomento, non può che rinviare agli studi della grande storica francese Regine Pernoud.
E poi nel 4° capitolo, affronta, il grande apprezzamento del cristianesimo dei bambini. Nel mondo antico erano considerati delle cose, degli oggetti, che potevano tranquillamente essere messi da parte. Tra l'altro, Agnoli fa riferimento al diffuso infanticidio della Cina di oggi, citando il libro, “Strage degli innocenti. La politica del figlio unico in Cina( Guerini e Associati, 2009)
La Chiesa con tutti gli orfanotrofi e istituti fondati per assistere i tanti bambini abbandonati, ha una storia secolare, in difesa dei bambini, possiamo ricordare la grande generosità di Madre Teresa di Calcutta, che ha lottato contro l'aborto: dateli a me i bambini che volete abortire.
Il cristianesimo ha abolito gradualmente la schiavitù, che era un dato di fatto, una ovvietà con cui convivere. A questo proposito, Agnoli tiene a precisare:“il Vangelo non è paragonabile a una moderna ideologia, che si propone anzitutto il rovesciamento di una data realtà, attraverso la presa del potere; non ha nulla a che vedere con la rivoluzione francese, o comunista, condotte attraverso la lotta violenta dei pochi contro molti, col fine utopico di eliminare, completamente, dalla faccia della terra, il male, edificando il Paradiso qui sulla terra.
Il Vangelo, invece, propone un cambiamento, una conversione del cuore, una “buona novella”, alla quale si può aderire o meno, liberamente. Tuttavia,“San Paolo non predica la libertà degli schiavi, e neppure la loro ribellione”. Agnoli, insiste:“Paolo non è, insomma, un rivoluzionario, un Karl Marx, o un Lenin, o un Stalin, ante litteram[...]”.
La Chiesa non è ingenua, conosce l'animo umano, sa che non può cambiare immediatamente certe abitudini millenarie. Tuttavia, scrive Agnoli:“[...]anche i cristiani, prima di diventare tali, prima di convertirsi, sono stati pagani, o comunque imbevuti di cultura pagana, e a causa della loro educazione e mentalità millenaria non possono non ritenere la schiavitù qualcosa di normale. E' comprensibile dunque che neppure i cristiani ritengano, tutti e subito, che questo antico istituto sia completamente da abolire”. Pertanto,“l'opera della Chiesa è allora quella di trasformare gradualmente lo schiavo in servo, e, quando è possibile, in uomo completamente libero[...].
La schiavitù come fenomeno di massa, scompare del tutto nel Medioevo, ma ricompare all'alba dell'era Moderna. E qui il nostro affronta il tema della schiavitù dei neri traghettati dall'Africa verso le colonie europee dell'America del Nord e del sud. Anche qui vengono sfatati alcuni luoghi comuni, tenendo conto naturalmente dell'epoca in cui si è. Come sempre gli avvenimenti storici occorre guardarli mai con gli occhi di oggi.
Agnoli in questo capitolo analizza la differenza della colonizzazione spagnola cattolica, da quella inglese protestante. In questa fase dà conto del ruolo importantissimo della Chiesa cattolica attraverso i numerosi missionari che hanno operato per evangelizzare quei territori appena conquistati. Agnoli non evita di trattare la discussa relazione, di Bartolomeo Las Casas, sulle violenze vere o presunte degli spagnoli.“In verità analizzando i fatti, si dovrebbe dare dell'opera del Las Casas, una lettura alquanto diversa da quella corrente[...]”.
Interessante il capitolo sui sacrifici umani, la stregoneria e la magia. Uno degli effetti più significativi dell'avvento del Cristianesimo in Europa è la scomparsa del sacrificio animale e umano. Naturalmente Agnoli si sofferma sui barbari sacrifici umani di massa degli aztechi, ben rappresentati da Mel Gibson, nel celebre film Apocalypto. I cristiani distruggono gli idoli di sangue e contrastano la magia, astrologia e la stregoneria, che limitano pesantemente la libertà degli uomini, nello stesso tempo “pongono le basi per lo sviluppo della civiltà occidentale, della scienza e della medicina, che mai potrebbero nascere in un mondo dominato dalla paura degli spiriti e dall'animismo, sempre oppressivo, allora come oggi, della dignità umana”.
Nel 9° capitolo si affronta il tema della stregoneria, nella storia, ma anche nell'attualità, con riferimenti a quel mondo drogastico americano dei vari santoni del LSD, degli anni '60, e con la rivoluzione psicadelica.
Nel 12° capitolo affronta il tema della ricerca della pace da parte della Chiesa. Sempre uno sguardo alla storia, con numerosi riferimenti ad autorevoli studiosi, Agnoli offre un quadro sintetico sulle guerre, del comportamento degli uomini di Chiesa nei vari periodi  storici. Non meno interessante, il quadro offerte sulle eresie, come minacce alla pace e alla vita sociale dell'Europa cristiana. Qui Agnoli dà conto del collegamento tra le eresie medievali, i vari millenaristi apocalittici con alcuni fenomeni filosofici presenti nel Novecento. Interessanti i collegamenti con la furia distruttrice delle due ideologie naziste e comuniste. Anche qui Agnoli, fa riferimento a studiosi che hanno esaminato il fenomeno, come il russo Igor Safarevic e lo storico ebreo Norman Cohn.

Concludo con una domanda che l'autore si è posta nel 14° capitolo: “come l'Europa cristiana è stata il luogo d'origine della scuola per tutti, dell'università, della scienza, e della medicina moderne, oltre che dell'istituzione ospedaliera? Come mai queste realtà non sono nate in Asia, o in America o in Africa o in Australia?”. Secondo Agnoli, qualsiasi storico onesto  sa molto bene “che ogni effetto ha la sua causa”, pertanto la sua nascita in Europa, “non può essere casuale e fortuita”.

Luigi Giuliano De Anna, "Thule" (Ed. Il Cerchio)



Dalla mitologia greca ai pellegrini medievali, dalle invasioni vichinghe all'epopea delle esplorazioni rinascimentali il mito di Thule, l'ultima isola del Nord, eternamente cercata ed eternamente sfuggente, rimane vivo nell'immaginario europeo come una delle immortali terre del mito, al pari della celtica Avallon.

L'AUTORE
Luigi Giuliano De Anna (1946) si è laureato in filologia ugro-finnica all'Università di Firenze. Nel 1988 è diventato dottore di ricerca presso l'Università di Turku, in Finlandia, ha insegnato Lingua e Civilizzazione italiana per 30 anni. Autore di numerose pubblicazioni sul rapporto fra Italia ed estremo Nord europeo, è attualmente fra i maggiori esperti italiani del mondo finlandese.

venerdì 23 giugno 2017

Tommaso Romano, "Elogio della Distinzione" (Ed. Thule)

di Marcello Falletti di Villafalletto

Il fecondo e competente Autore nella Premessa, puntualizza come scrivere e pubblicare “un libro come questo è sempre un rischio e un azzardo” e più avanti, evidenziandone lo scopo, aggiunge: «L’obiettivo del testo è indicare ciò che è considerato inattuale e scorretto rispetto ai tempi che viviamo, propriamente per sottolineare la sempre permanente concezione di Aristocrazia, Cavalleria, Nobiltà, intesi come segno e consapevolezza di Stile, per una risvegliata coscienza d’affinamento e qualificazione del soggetto, di Distinzione appunto, rispetto a tutto ciò che è, invece, conforme, standardizzato, massificato nel singolo e nel processo abbrutente informe come drammaticamente avviene nella società del nostro tempo». Dobbiamo riconoscere quanto non abbia torto e, allo stesso tempo, sappia cogliere quasi tutti gli aspetti antropologici e sociologici che osserviamo ogni giorno, rispetto ad una società che idealizza e strumentalizza sempre di più valori e concetti che, continuano invece ad adagiarla, per non dire a seppellirla, in una forma di narcotizzazione totale e generale.  
Sono cambiati i tempi o gli uomini? Verrebbe da chiedersi! La modesta conclusione sarebbe quella di affermare umilmente: tutti e due! Eppure pare strano e controverso come l’uomo moderno, quello del secolo Ventunesimo, che dimostra di aver raggiunto vette inspiegabili, abbia modificato profondamente il senso di giudizio, quello obiettivo di considerare ancora ciò che è valore, quello che è merito e quanto possa esistere di negativo dentro se stesso e nei confronti degli altri. Sembrerebbe che i parametri di giudizio e di raffronto siano scomparsi; annullati in un qualunquismo che viene paventato per uguaglianza che non si avvicina per niente al senso di fratellanza e dove tutto dovrebbe essere posto sopra una bilancia che pende inesorabilmente da una parte e verso l’altra senza alcuna ragione, senza nessuna motivazione o ponderazione interiore. Verrebbe da pensare che l’uomo in generale sia sottoposto ad una narcotizzazione costante che lo rende sopito, adagiato e demotivato a risvegliarsi da un sonno che, a lungo andare, potrebbe annientarlo.
Scrive Publio Ovidio Nasone – (43 a. C. -18ca d. C.) – poeta latino, letterato di successo nato a Sulmona (AQ): «Laudamus veteres, sed nostris utimur annis, / Mos tamen est aeque dignus uterque coli», lodiamo pure gli uomini del passato, ma viviamo ugualmente la vita dei nostri giorni; tanto i costumi antichi come quelli moderni sono ugualmente degni di rispetto ma non dobbiamo però dimenticarci degli insegnamenti che da questi ci provengono. In mezzo a tanti ammaestramenti avremmo bisogno di riscoprirne non solamente il valore ma anche saperne e discernere il reale merito, che il più delle volte sfugge, lasciando spazio sì a quelli nuovi ma se sappiamo crearne alcuni attuali, dovremmo rivalutare anche quelli trasmessici da un passato che invece cerchiamo di abbandonare come non fosse mai esistito o, peggio ancora, facendo del revisionismo inutile, che talvolta sembra più ispirato da preconcetti, demagogie o per paura di sembrare obsoleti. Il nostro stimato Autore si è posto sicuramente non soltanto questi interrogativi e li ha sviscerati, presentandoli con una chiarezza disarmante e, allo stesso tempo, cogliendone quegli aspetti che si vorrebbero far passare per superati; per non dire da cancellare dalla mente dell’uomo razionale e pensante.
Se “la dignità è di tutti e per tutti”, prosegue Tommaso Romano, dobbiamo inequivocabilmente «Tornare all’equilibrio e all’equità vera, alla sostanzialità del linguaggio, come ha insegnato Attilio Mordini, sono fonti necessarie per ristabilire e ridare qualità e organicità al corpo sociale, rivalutando, vivificandole, le naturali gerarchie dalla dimensione asfittica che viviamo, piuttosto che isterilire del tutto, in una prospettiva virtuosa di miglioramento, realmente aperta, facendoci uscire, se solo lo si decidesse, dall’uniforme e non divenendo pedine forse inconsapevoli, strumenti di “élite” oligarchiche e dirigiste che impongono e orientano gusti, opinioni, costumi, mode, oltre che l’economia, la politica e lo stesso diritto, in nome di una astratta e falsa libertà». Ci trova totalmente d’accordo, il carissimo Tommaso, senza essere eccessivamente retorici e tantomeno pedanti.
Il volume corposamente sostanziato nella parte del Florilegio, trova culmine e riscontro nel Saggio di Amadeo-Martin Rey y Cabieses. Avvalendosi della elevata forma stilistica ed espressiva che, da sempre, contraddistingue il nostro Autore siciliano, si completa nella elegante e suggestiva veste editoriale, in parte in bianco e nero, nell’altra a colori, dove fra diversi Enti e Associazioni che hanno concesso il Patrocinio Morale, figura anche il simbolo della nostra antica Accademia Collegio e un mio breve pensiero sull’argomento.

Vogliamo rassicurare il carissimo amico Tommaso Romano che il paventato rischio non solamente ha fatto perdere efficacia all’azzardo paventato, ma ha abbattuto tutti quegli assurdi preconcetti che, riuscendo a essere camuffati da attualità, rendono l’uomo dei nostri tempi sempre più schiavo di se stesso e di quel voler essere diverso, scadendo invece in qualunquismo che sembrerebbe più deleterio che produttore di progresso e cultura. Quindi, per terminare con parole semplici: ottimo lavoro! Ci auguriamo, ora, che possa contribuire a rifare l’uomo dei nostri tempi.