martedì 13 settembre 2016

Alberto Monticone e Enzo Forcella, “Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale”, (Ed. Laterza)

di Domenico Bonvegna

Studiando la 1 guerra mondiale, tra i tanti temi mi ha incuriosito il fenomeno dei processi più o meno sommari ai tanti e troppi ragazzi impegnati in una guerra sanguinosa. Sulla prima guerra mondiale esiste una bibliografia sterminata, oltre 60.000 titoli, ma uno solo ha analizzato specificatamente le sentenze emesse dai tribunali militari. Si tratta del testo dello storico Alberto Monticone e del giornalista Enzo Forcella, Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale”, edizioni Laterza,  (2014), che sono riuscito casualmente a leggere perchè prestatomi da un amico.
Le sentenze raccolte in questo volume sono 166, scelte tra circa 100.000, contenute in due fondi dell'Archivio Centrale dello Stato in Roma. Secondo Forcella,“Per circa cinquant'anni l'aspetto punitivo e repressivo della prima guerra mondiale è stato pressoché ignorato dalla cultura italiana. Storici illustri accennavano appena, quando vi accennavano, alle varie manifestazioni del dissenso e ai modi con cui vennero fronteggiate. Da una parte i documenti che avrebbero potuto far luce su queste vicende erano tenuti gelosamente nascosti, dall'altra non v'era neppure l'interesse a disseppellirli”. Le sentenze riguardano, diserzioni, ammutinamenti, discorsi e corrispondenze disfattiste, casi di autolesionismo. Si tratta di un“immenso cimitero di drammi umani”, scrive Forcella nella prefazione.
I documenti pubblicati in questo libro sono delle testimonianze preziose, sino ad oggi ignorate.“Se si eccettuano le poche lettere di combattenti già note (le lettere anticonformiste, bloccate dalla censura o sfuggite al suo controllo, non quelle edificanti dei vari epistolari a sfondo patriottico) e in una certa misura le canzoni 'proibite', queste sentenze costituiscono la sola 'fonte' non letteraria e non memorialistica per ricostruire la 'storia coscienziale' delle classi subalterne durante la prima guerra mondiale, per conoscere e valutare i vari fermenti di opposizione, le ribellioni e le proteste con cui la massa dei contadini soldati reagiva ai sacrifici, alle sofferenze, alle crudeltà che le erano stati imposti”.
E' l'altra faccia della realtà della guerra, di quelli“che non vogliono combattere o che combattono loro malgrado bestemmiando e piangendo: perchè non condividono le idealità e gli obiettivi della guerra patriottica[...]”. Forcella è abbastanza critico sull'oleografia interventista e smonta il mito che univa le due Italie, un disegno sostanzialmente fallito. Tutti quei contadini delle varie regioni obbligati a combattere da “una minoranza audace e geniale che trascinerà per la gola questa turba di muli e di vigliacchi a morire da eroi[...]”. Combattenti però con “alle spalle gli spettri della polizia militare e di plotoni d'esecuzione”.
Per Forcella“basterebbe una sola fucilazione per mettere a nudo la sostanza autoritaria sulla quale poggia il preteso consenso delle masse combattenti”. Peraltro basta leggere il bando di Cadorna per capire come le autorità militari hanno paura dell'isolamento di fronte alla popolazione e quindi minacciano pesantemente.
In pratica Forcella sottolinea la gravità del numero di tutti quelli che hanno avuto a che fare con la giustizia penale di guerra. Tra il 1915 e il 1918 ci furono 870.000 denunzie all'autorità giudiziaria. “In tre anni e mezzo di guerra circa il 15% dei cittadini mobilitati e il 6% di coloro che risposero alla chiamata prestando effettivo servizio militare furono oggetto di denunzia ai tribunali militari”. Sono cifre che non hanno bisogno di tanti commenti.
Le descrizioni che emergono dalle sentenze sono significative, per esempio,“c'è gente che non solo sfida il plotone d'esecuzione, ma accetta deliberatamente il rischio di rimanere cieca per tutta la vita”, come i 19 contadini zolfatari siciliani che “si presentano all'ospedale con gli occhi pieni di pus blenorragico dopo essersi in precedenza procurati un tracoma strofinandosi gli stessi occhi con indefinibili 'sostanze caustiche ed irritanti'”. Fenomeno che con il passare degli anni acquista dimensioni di massa, tanto che bisogna istituire in ciascun corpo d'armata degli speciali “Ospedali per autolesionisti”.
Altro capitolo squallido è la censura postale, “uno dei principali collaboratori invisibili della giustizia militare, cioè il canale attraverso il quale tanti combattenti finiscono sotto processo”. Senza trascurare poi la censura preventiva sulla stampa. Infine un altro“collaboratore invisibile” dei tribunali militari di cui fanno spesso riferimento le varie sentenze prese in considerazione dal libro, è l'arma dei RR. Carabinieri, a cui erano affidati i compiti di polizia militare. Praticamente i carabinieri svolgono un ruolo ingrato, a volte si travestono da soldati per carpirne confidenze. In pratica agiscono come una vera e propria polizia segreta. Per questo sono odiati dai soldati.
Sempre nella prefazione, Forcella si interroga sul perche questi soldati si ribellano. Quali sono i sentimenti e le ragioni che inducono migliaia di persone a compiere le azioni che le condurranno davanti ai tribunali di guerra.“In nome di quali valori, nel quadro di quali ideologie affrontano il rischio delle fucilazioni, delle lunghe pene detentive, delle compagnie di disciplina, della vergogna civile?”.
Forcella raggruppa il dissenso in due gruppi: le ribellioni di motivazioni ideologiche-politiche, esplicite o abbozzate come quelle riguardanti il “processo di Pradamano”. E quelle dei comportamenti “che pur non avendo nulla a che fare con la “delinquenza comune”, rispecchiano una opposizione di tipo preideologico e apolitico”.
Nell'ambito della querelle degli interventisti e neutralisti, Forcella fa riferimento ai principali protagonisti delle ribellioni politiche come i socialisti e gli anarchici, ma mancano del tutto i riferimenti all'opposizione cattolica. Anche se secondo gli autori del libro, non c'è stata una vera e manifesta opposizione di cattolici. Per quanto riguarda la gerarchia ecclesiastica, Forcella rileva un atteggiamento favorevole all'inizio della guerra e poi una rassegnata obbedienza. Infine per Forcella, anche la frase che definisce la guerra“inutile strage”, fatta da Benedetto XV, “aveva una portata, per così dire, esclusivamente diplomatica e non intendeva assolutamente costituire un incitamento alla disobbedienza civile e militare”. Anche se per la verità i contadini soldati nelle trincee ne facevano ogni giorno diretta esperienza dell'inutilità della strage e la interpretavano proprio in questo senso.
La giustizia in questa guerra di “massa, con forte caratterizzazione ideologica e con una mobilitazione totale che investe oltre ai membri della popolazione validi per il servizio armato tutta la società civile - per Forcella - è qualcosa di molto relativo”. Il giudice non deve stabilire la verità tra le parti, ma deve dare degli esempi e riaffermare la volontà del governo che ha deciso la guerra. Le norme sono nello stesso tempo rigide ed estremamente elastiche. Si colpisce da una parte con estrema durezza, fino alla pena capitale; dall'altra,“si considera delittuoso qualsiasi comportamento lasciando così ai giudici un amplissimo margine di discrezionalità”. Il famoso bando del generale Cadorna, è un esempio tipico di generalizzazione:  sono punibili tutte le espressioni anche generiche: denigrare le operazioni di guerra, disprezzare l'esercito, oltraggiare persone, diffondere certe notizie, etc.
Praticamente è abbastanza eclatante l'agghiacciante episodio dell'aspirante ufficiale che finisce davanti al plotone di esecuzione per aver detto nel corso di una cena con alcuni colleghi in una casa privata che non gli importava niente se i nemici fossero arrivati a Milano. Forse non gli sarebbe toccata questa sorte se non fosse stato di origine tedesca e non avesse lavorato in Germania.
“Al fronte costituisce reato far sapere alla propria famiglia che la guerra sta provocando una quantità di morti”. Addirittura il governo decide e fissa quanti millimetri un giornale deve dedicare agli annunci mortuari. Ecco perchè i giornali devono fare propaganda sminuendo la crudeltà della guerra. “Denunciate alla stampa gli stranieri e gli italiani sospetti”, raccomanda “La Voce”, la rivista fiorentina, diretta da Prezzolini. Praticamente in quarantadue mesi di guerra,“la paura del disfattismo rimbalza continuamente da un capo all'altro del paese, dà il tono alla propaganda, influenza profondamente l'attività della censura e della giustizia militare, diventa una ossessione”.
Nella 1 guerra mondiale emerge una caratteristica che poi sarà presente in tutte le guerre rivoluzionarie ideologiche:“la nuova guerra ideologica, dai suoi combattenti non pretende soltanto obbedienza ma anche entusiasmo, che non si contenta di condannare ma pretende il ringraziamento dei condannati ai quali è stata rivelata la verità e la luce, che trasforma i giudici in una compagnia di predicatori e di pedagoghi”.
Un giovane esponente dell'interventismo ricordava: “la storia ci ha riservato il compito tragico di far trionfare, come i sanculotti francesi, le idee di libertà sulla punta delle baionette”. Il giornalista conclude sottolineando la nefandezza di questi ideali collettivi, che si presentano nel cinquantennio successivo,  e che cercano di avanzare sulla punta delle baionette imponendosi con la “solidarietà coatta”. “le pretese di questo tipo avanzate dai 'sanculotti' di qualsiasi colore sono davvero tragiche[...]”.
In una nota gli autori specificano che in questa antologia delle sentenze, sono stati omessi i nomi dei condannati, dei quali si danno solo le iniziali, in modo che non possano essere individuati. Questo criterio è stato adottato per un senso di rispetto verso i condannati. Si è fatta eccezione alla regola di tacere i nomi degli imputati solo in due sentenze di natura politica, nelle quali la colpa è rappresentata da una affermazione di ideali. Una di queste è il processo di Pradamano, il più importante processo politico di tutto il conflitto. La sentenza del Tribunale militare prende in esame alcuni centri sovversivi dell'esercito combattente in collegamento con altri centri rivoluzionari dell'interno che avevano lo scopo di diffondere le idee affermate nei convegni socialisti di Kienthal e Zimmerwald, dove si sosteneva l'azione per una pace immediata e senza annessioni. I centri giovanili socialisti dei quali provenivano o a cui avrebbero fatto capo gli imputati erano quelli di Vicenza, Cremona, Schio e Messina.

Con mia sorpresa constato che tra i 19 imputati ci sono un sottufficiale domiciliato a S. Teresa di Riva e un ragioniere domiciliato a Mandanici. Peraltro il militare santateresino risulta abbastanza attivo nel tessere i rapporti con gli altri cosiddetti sovversivi, per questo viene condannato a sette anni di reclusione militare ed alla dimissione del grado.  

lunedì 12 settembre 2016

Tommaso Romano, "Antimoderni e critici della modernitá in Sicilia dal '700 ai nostri giorni" (Ed. ISSPE)

di Corrado Camizzi

In un suo celebre libro, uscito nel 1966, il filosofo tedesco Hans Blumenberg, per rivendicare la “legittimità” dell'Età Moderna (vale a dire, in sostanza, della Modernità), piuttosto che ricorrere all'idea di “secolarizzazione” con l'implicita rinuncia a qualunque tipo di trascendenza, preferiva avvalersi del concetto di “autolegittimazione dell'uomo rispetto all'assolutismo teologico”, definito come un processo evolutivo del rapporto tra Ragione e Storia, svoltosi fra il tramonto del Medio Evo e l'avvento dell'Età Moderna e risoltosi, a detta dello stesso Blumenberg, nel “naufragio delle ultime aspirazioni dell'Illuminismo europeo”. Si sarebbe dovuto affrontare i presupposti stessi della Ragione Kantiana, nella loro intima sostanza, in una sorta di “Illuminismo dell'Illuminismo”, quale quello tentato, senza riuscirci, dai Filosofi di Francoforte. Ma il dibattito della cultura occidentale nei cinquant'anni succeduti al libro del Blumenberg, lungi dal percorrere tale cammino, ha insistito in un Razionalismo sempre più radicale e totalmente secolarizzato, persistendo in un ostinato rifiuto di qualunque apertura metafisica e di un corretto dialogo tra Ragione Fede. Eppure – come ha scritto Larry Siedentop, filosofo statunitense di orientamento laico-liberale, già allievo di Isaiah Berlin – proprio il Cristianesimo giocò un ruolo decisivo nella valorizzazione del rapporto di collaborazione tra Fede e Ragione. Solo nel XVIII secolo – appunto con l'Illuminismo – è esploso quel profondo conflitto fra Secolarismo e Fede, che vede oggi, nelle società occidentali, la forte recrudescenza che lo fa apparire inevitabile, relegando in una posizione subalterna l'ipotesi di una civiltà in cui istanze religiose e realismo secolarista potevano coesistere. Ma, a questo punto, è intervenuto il Laicismo – assunto a sua volta a concezione “religiosa” - a far prevalere la concezione conflittuale.
            La sconfitta dell'ipotesi conciliatrice tra Secolarismo e fedi religiose è stata ben rilevata, ad esempio, da Monsignor Crepaldi, Arcivescovo di Trieste, che ha individuato, in Occidente, “un acuto processo di secolarizzazione che tende progressivamente ad estenuare il cristianesimo nella sua capacità di produrre civiltà. Solo nel contesto occidentale si è sviluppata per la prima volta una cultura che costituisce la contraddizione in assoluto più radicale, non solo del cristianesimo, ma delle tradizioni religiose e morali della Società”. Un radicale positivismo, “dogma della modernità”, per costruire un Ordine senza Dio e fondato su una antireligiosità assoluta, che nega la natura e l'identità umana, ignora il Diritto naturale e la Verità, dando vita a quella che Papa Benedetto ha coraggiosamente denunciato come Dittatura del Relativismo.
            E contro questa, paradossalmente intollerante, dittatura relativista, che rende impossibile distinguere il Vero dal falso, il Bene dal Male, il Bello dal Brutto, vengono battendosi fin dalle sue origini, nell'Età dell'Illuminismo o, addirittura, della Riforma protestante con la sua “libertà di coscienza”, i critici della modernità con scarso successo, a dir il vero, dato l'ovvio, oppressivo predominio, nel sistema massmediatico, della cultura dominante, che è quella progressista e modernista.
            Con un'ampia ed esauriente rassegna, ha dato spazio a tali autori, coraggiosamente controcorrente, Tommaso Romano, editore, organizzatore culturale e uomo di pensiero egli stesso, con un corposo (oltre duecento pagine) ed elegante volume, edito per conto dell'Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici [Antimoderni e Critici della Modernità in Sicilia dal '700 ai nostri giorni, ISSPE, Palermo, 2012] e concepito dal particolare angolo visuale della sicilianità. In un'acuta e illuminante Introduzione, il Curatore rende ragione di tale scelta a favore di quella Sicilia che “Sofocle ebbe a chiamare Italia Illustre” e si può assumere come “metafora di un orizzonte certo più vasto”, “mosaicosmo siciliano [di] non redenti, non arresi all'ineluttabile modernità, pur con cento e cento differenze e tuttavia con un denominatore comune di critica e/o di spirito”. In Francesco Mazziotta (1859-1927) e Nunzio Russo (1841-1906) – citiamo solo a titolo d'esempio emblematico – appaiono più evidenti le peculiarità siciliane della critica mossa alla Modernità dagli autori studiati da Tommaso Romano: il primo auspice di un'Italia confederata, in cui l'autonomia della Sicilia si baserebbe sul motto secondo il quale “ciò ch'è legittimo e giusto è inviolabile” in quanto fondato sulle “libertà reali”, alla Sicilia sempre riconosciute, e non dedotte dall'astratta Libertà giacobina che l'Unità affermava; il secondo “...intransigente con la modernità … ritenne che Dio lo chiamasse alla missione di evangelizzazione della Sicilia dopo la tempesta rivoluzionaria che aveva portato (…) anche i processi di laicizzazione dello stato e di secolarizzazione della società che apparivano a lui come la dimensione storica di una guerra metastorica, apocalittica che (…) aveva coinvolto nazioni, governi nati dalla rivoluzione, sette massoniche, singoli individui in un progetto mondiale di estromissione di Gesù Cristo e della Chiesa dalla vita e dagli ordinamenti sociali”.
            Non è certo qui il luogo per estendere il discorso nemmeno ad una piccola parte dei centosessanta nomi rievocati nel ricco dizionario (il lettore li scoprirà da sé, uno per uno) ma va pur detto che tra di essi figurano personaggi della levatura di un Padre Brucculeri e di un Michele Federico Sciacca, di un Vito d'Ondes Reggio e di un Padre Tapparelli D'Azeglio, di un Nicola Spedalieri e di un Domenico Fisichella, di un Julius Evola e di un Emanuele Samek Lodovici (il rivelatore di quella metamorfosi della gnosi che Don Ennio Innocenti ha smascherato come Gnosi spuria e che inganna, oggi, anche intelletti e spiriti non in mala fede), per andare ad un Nicolò Rodolico, a un Giuseppe Tricoli, a un Gaetano Falzone, intellettuali versati nelle discipline più diverse e di differenti impostazioni culturali, ma aventi in comune – come opportunamente precisa il Curatore dell'opera – la “posizione favorevole al Diritto Naturale e critica nei confronti della modernità”, in una tesi, ammette Tommaso Romano, “sicuramente ardua, anche metodologicamente, ma chiara negli assunti e nelle proposte per una insorgenza interiore, prima di tutto spirituale e intellettuale e morale, che parta appunto da una revisione profonda, intima, soggettiva per poi essere in grado di irradiarsi come cultura e azione, anche storica, civile e politica, nel senso più alto del termine” e contrastare, ancora e più che mai, la “crescente crisi di valori, di identità e di senso, che caratterizza il  mondo moderno e la sua logica”. Una logica che, scrisse benissimo padre Cornelio Fabro, “si rovescia in umiliazione della ragione, incapace di raggiungere qualunque certezza del sapere, ridotta al nulla dal dubbio radicale e assoluto” che la ispira. Irretito in tale incapacitante e contradditoriamente totalitario relativismo, “perso il Timor di Dio, l'uomo contemporaneo non vuole neppure, ormai – è ancora Tommaso Romano a farlo notare – farsi Dio, ma annullarsi nell'insignificanza, annegare nel non-senso, nell'ovvio, verso una sorta di trasformazione antropologica” di un uomo, che pretende di poter vivere nella completa assenza di Dio”.         
            Eppure, ci ricordava Papa Benedetto, quando era, semplicemente, il Cardinale Ratzinger, “Quaerere Deum – cercare Dio - e lasciarsi trovare da Lui: questo oggi non è meno necessario che in tempi passati. Una cultura meramente positivista, che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell'umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi. Ciò che ha fondato la cultura dell'Europa, la ricerca di Dio e la disponibilità ad ascoltarLo, rimane anche oggi il fondamento di ogni vera cultura”.
            A questo punto, pur riconoscendo gli indubbi benefici materiali che la modernità ha portato,  si è tentati di dire, con Voegelin, che “la morte dello spirito è il prezzo del progresso”. In qualche misura sembra un fatto che non si può negare. Ma occorre anche ammettere che ben venga il progresso con tutti i suoi benefici, purché si riesca a non lasciar soffocare lo spirito. È un compito a cui si può – si deve – dedicare la vita. Come hanno fatto questi Nostri Maggiori. E se siamo qui a leggere e disquisire di tutto ciò, forse, c'è ancora speranza.