martedì 20 febbraio 2018

L'antisemitismo italiano e le leggi razziali contro gli ebrei

di Domenico Bonvegna

Nella giornata della memoria ogni anno si assiste al solito profluvio di interventi intrisi di tanta retorica, addirittura mi è capitato di vedere su Rai 3 un apposito programma di giochi a quiz, sull'olocausto. Sicuramente l'intervento che ha sollevato qualche clamore, è stato quello del presidente Mattarella che ha presentato il fascismo italiano come male assoluto, a cominciare dalle leggi razziali contro gli ebrei. Certo qui nessuno vuole giustificare gli errori storici del fascismo, in particolare, l'orrore delle leggi razziali, ma“E’ triste dover constatare che ancora oggi, dopo ben 42 anni e nonostante molto altro lavoro di storici seri e importanti, la lezione di Renzo de Felice non sia stata compresa [...]Ancora una volta l’invettiva di carattere politico prevale sull’analisi e sul giudizio storico confondendo tutto in un’unica sentenza confusa ed integralista””.(Massimo Weilbacher, “Guerre contro il tempo/ Gli anatemi di Mattarella e la lezione di Renzo De Felice”, 27.1.18, Destra.it)
Per avere qualche risposta storica in più che non sia quella suggerita dai talk show,  ho dato un'occhiata a un volumetto,“catturato” da poco nel solito outlet librario milanese, scritto da uno storico Romano Canosa, “A Caccia di ebrei”, Le Scie-Mondadori,  (2006). Sottotitolo: “Mussolini, Preziosi e l'antisemitismo fascista”.
Il testo, soprattutto in alcuni capitoli, offre argomenti che potrebbero arricchire un vero e serio dibattito storico.
Il testo di Canosa a margine della questione ebraica italiana, ruota intorno alla vita politica di una figura alquanto misteriosa e poco conosciuta, un certo Giovanni Preziosi, un campano, ex religioso, uomo di pensiero, che per tutta la sua vita si è concentrato sul problema dell'”Internazionale ebraica” operante in Italia. Attraverso la sua rivista “La vita Italiana”, divenne l'uomo politico più antisemita in Italia. Anche se guardando la sua carriera di antisemita,“sembra possa dirsi che egli fu sempre assai lontano dai 'deliri' tipici di altre persone e di altri luoghi. Gli furono infatti estranee le fantasie mitico-razziali alle quali si abbandonarono ad esempio un Chamberlain o lo stesso Rosemberg”. Per quanto riguarda il “delirio”, si trattò sempre e comunque di un “delirio 'a bassa intensità'”. Anche se basava le sue teorie sull'antisemitismo sui “Protocolli dei Savi Anziani di Sion”, rivelatesi poi un falso storico.
Successivamente Preziosi si legò al gerarca fascista Roberto Farinacci, diventando il nume tutelare dell'antisemitismo, per molto tempo fu ignorato dal duce, soltanto durante la guerra ha ottenuto la sua attenzione con la nomina a Ispettore Generale per la razza. Piuttosto il nostro aveva rapporti diretti con i gerarchi nazisti, da Goebbels a Rosemberg fino allo stesso Hitler.
Nel testo di Canosa emerge chiaramente come la questione dell'ebraismo, era molto sentita in quegli anni, non tanto in Italia, ma nel resto dell'Europa. Sono interessanti a questo riguardo alcuni articoli pubblicati sulla rivista dei gesuiti,“La Civiltà Cattolica”. E comunque per restare all'Italia, secondo Canosa,“le tracce di antisemitismo, pure presenti in misura trascurabile nel pensiero liberale di fine secolo e in misura maggiore in quello cattolico, non furono mai tali che sulla loro base potessero sorgere e affermarsi teorie razzistiche antiebraiche di una qualche presa e pericolosità”.
Pertanto secondo Canosa,“sembrava un'impresa impossibile da realizzare quella di costruire un antisemitismo italiano degno di considerazione”.
Tuttavia se si vuole fare un po' di storia dell'antisemitismo italiano, nel IV capitolo, Canosa dà conto di quello che era successo in Italia, tra l'Ottocento e il Novecento e pare che la sola forma di antisemitismo, anche se lontano dalle forme estreme presenti in altre parti dell'Europa, fosse quello cattolico, almeno da quello che ha notato Renzo De Felice. Non si sa se questo sia dovuto allo scarso peso demografico degli ebrei in Italia (tra le 35 mila e le 40 mila persone) o perché non avessero mai occupato un posto di primo piano nella vita economico-politica del paese.
Fu durante il pontificato di Leone XIII che si intensificò un certo attacco della stampa cattolica contro gli ebrei, associandoli ai massoni. In primo piano c'era La Civiltà Cattolica che ha riservato almeno per un decennio una particolare attenzione agli ebrei europei e italiani. E lo stesso Preziosi, molti anni dopo, al tempo delle leggi razziali fasciste, ripubblica sulla sua rivista gli articoli pubblicati dalla rivista dei gesuiti, in particolare un articolo,“Della questione giudaica in Europa”del padre Raffaele Ballerini, apparso nel 1890. In particolare si fa riferimento alla polemica parallela su come considerare gli ebrei, tra due padri Oreglia e Guidetti.
Ritornando a Ballerini,“il padre gesuita iniziava con il notare quanto fosse viva in Europa, ancora alla fine del secolo XIX, la questione ebraica, quanto essa perturbasse le maggiori nazioni, preoccupate per 'l'invasione degli israeliti in ogni appartenenza della vita pubblica e sociale' e come in Francia, in Austria, in Germania, in Inghilterra, in Russia, in Romania e in altri luoghi fossero sorte delle leghe per arrestarla”. Ballerini era convinto però che la “questione giudaica” non aveva origine per odio alla religione o alla stirpe,“In realtà essa nasceva dall'abbandono da parte degli ebrei della legge mosaica e dalla sua surrogazione con il Talmud”. Il cardine del talmudismo prevedeva “l'oppressione e la spogliazione dei popoli che ai suoi seguaci avessero concesso ospitale soggiorno”. Non solo ma secondo il talmud, gli israeliti sono la razza superiore del genero umano e che solo a loro compete il diritto di conseguire il pieno “possesso dell'universo”.
Interessante a questo proposito le considerazioni di padre Ballerini in riguardo alle rivoluzioni dell'Ottocento che hanno portato alla scomparsa di numerose monarchie e ordinamenti cristiani, senza che i popoli beneficiassero di nulla. Il tutto unicamente a pro del giudaismo. Fanno impressione le riflessioni del padre gesuita sulle condizioni dell'impero asburgico, qui come in nessun altro luogo, in trent'anni dalla loro  emancipazione, hanno conquistato il potere in ogni ambiente.“Nella capitale austriaca essi avevano occupato le banche e con questo il giro del pubblico denaro […] Tutti i primari giornali erano in mano loro ed erano diretti e scritti da 'centodieci loro confratelli'. Loro monopolio era anche l'università, della quale occupavano pressoché tutte le cattedre[...]”. Ulteriori riflessioni si trovano in merito alla rivoluzione bolscevica russa, organizzata perlopiù da elementi molto vicini al giudaismo. Soltanto due, Lenin e Cicerin, erano russi, “gli altri diciassette erano tutti figli di Israele”.
Il libro di Canosa ripercorre le varie vicende su come si è giunti alle leggi razziali, alle posizioni dei giornali e in particolare alle spinte di Preziosi e Farinacci. Il testo fa riferimento ai vari provvedimenti, ai vari criteri su chi doveva essere discriminato, su chi poteva essere espulso e chi no.
Infatti dando uno sguardo ai decreti legislativi riguardanti le leggi razziali, c'erano almeno sette categorie esentate dalle discriminazioni, almeno nella prima fase delle leggi. Infatti “la guerra portò con sé una nuova grave vessazione nei confronti degli ebrei, costituita dall'internamento”. E soprattutto con l'occupazione tedesca del Nord Italia, i rastrellamenti di ebrei si intensificarono. Ai nazisti importava poco delle prime discriminazioni previste dalle leggi. Canosa a questo proposito riporta due circolari telegrafiche, inviate alle prefetture con elenchi di ebrei pericolosi da internare. E qui ritorna a farsi sentire la Santa Sede insistendo sugli inconvenienti prodotti dalla legislazione razziale nell'ambito dei matrimoni misti. riporta i vari e dolorosi rastrellamenti di ebrei nelle città italiane.“Gli arrestati dell'Italia settentrionale furono condotti nel carcere milanese di San Vittore che fungeva da luogo di raccolta”. E dopo portati alla stazione Centrale caricati su carri merci, furono spediti per il campo di concentramento di Auschwitz. Tuttavia da tutti i riferimenti riportati nel libro, appare evidente “la sostanziale connivenza delle autorità italiane, 'grandi' e piccole, nei confronti dei tedeschi, alle cui richieste, contrastanti con le leggi italiane vigenti, il più delle volte non venne mossa neppure la più blanda delle obiezioni e, nei casi in cui venne mossa, rientrò immediatamente, non appena i tedeschi fecero mostra di qualche insistenza”.
Comunque sia, “Le leggi razziali non restarono senza eco nella Chiesa e negli ambienti ufficiali cattolici, i quali ebbero a manifestare qualche perplessità nei loro confronti, anche se di modesta entità”. La Civiltà Cattolica, tirata in ballo da Preziosi, ritenne opportuno precisare il suo punto di vista sulla questione ebraica in due articoli a firma di Enrico Rosa. Praticamente si puntualizzava che i testi di Ballerini, di cinquant'anni fa, erano stati scritti in altri contesti e probabilmente era stato travisato il suo pensiero, che non rappresentava un “programma di vendetta o di rappresaglia”, o di “guerra senza quartiere” contro gli ebrei. Anzi,“esso era invece un caldo e motivato richiamo alla vigilanza e alla difesa, efficace ma pacifica, contro un pericolo e disordine civile, non meno che religioso e morale, della società moderna, minacciata dal giudaismo”.  Tuttavia Canosa ci tiene a specificare che “quello mussoliniano, almeno fino al momento in cui il Rosa scriveva, non appariva (e non era), a differenza di quello nazista, un atto di guerra contro gli ebrei, ma rassomigliava stranamente proprio al programma di 'vigilanza e difesa, efficace ma pacifica' del Ballerini [..]”.
Canosa passa poi all'atteggiamento tenuto nei confronti delle leggi dalla Santa Sede, e si dà conto di una serie di lettere dove si prospettavano preoccupazioni sulle varie discriminazioni, in particolare ai matrimoni misti. Si fa riferimento a due lettere di Pio XI, una al Presidente del Consiglio e l'altra al Re.
Tuttavia Canosa sull'atteggiamento della Chiesa nei confronti delle leggi, è d'accordo con lo storico De Felice:“In cinque mesi di trattative in pratica mai la Santa Sede affrontò ex professo la questione dell'antisemitismo. Anche nei momenti di più accesa polemica, questa si rivolse genericamente contro il razzismo, mai contro l'antisemitismo”. Anche se il Papa e la maggioranza delle gerarchie cattoliche “era, in sostanza, desiderosa di non apparire, agli occhi dell'opinione pubblica fiancheggiatrice della politica razziale fascista, perchè temeva che questa potesse, sull'esempio tedesco, degenerare in un anticristianesimo [...]”.

Lo studio di Canosa prende in considerazione una grande vastità di argomenti, spesso anche complessi, pretendendo forse di dare a tutti qualche risposta, ma non è certamente facile, come si può notare esaminando il testo. 

domenica 18 febbraio 2018

La lezione di Don Bosco per prevenire la violenza giovanile

di Domenico Bonvegna

Intendo festeggiare a modo mio, la festa di San Giovanni Bosco, il santo dell'educazione per eccellenza, per l'occasione presento un libro tutto salesiano, l'ho “catturato” nel solito outlet librario della città. Mi riferisco a “Memorie di una casa di rieducazione” del sacerdote Luigi Melesi, Don Bosco Edizioni (2016). Il testo è prefato niente di meno che dal Papa Paolo VI, che quando era arcivescovo di Milano, ha accompagnato e sostenuto il Centro Salesiano di Arese, vicino Milano.
In questo libro il sacerdote salesiano ha voluto raccontare la sua esperienza di sette anni di catechista, insegnante ed educatore, nella casa di rieducazione di Arese. E' necessario che quelle esperienze non vadano perdute.“Bisogna tramandarle, forse altri potranno ispirarsi leggendole, e ripetere questa esperienza educativa, eccezionale e meravigliosa, che ha del sorprendente e, vorrei dire, del miracoloso che fa supporre un intervento diretto di don Bosco, il santo patrono di tanti ragazzi di strada”.
Il Centro Salesiano “S. Domenico Savio” di Arese è una continuazione del lavoro missionario di don Bosco, compiuto cento anni prima. I salesiani sono riusciti a trasformare questo centro, gestito prima dall'Associazione Nazionale Cesare Beccaria, da una realtà vecchia sudicia e squallida dove languivano 300 ragazzi “traviati”, colpevoli di essere poveri, ignoranti e meridionali, in in centro gioioso ed efficiente.
Il sacerdote racconta i vari passaggi di riabilitazione di quel luogo che era diventato molto simile ad un carcere. Siamo nel 1955, per volontà dell'allora cardinale Giovanni Battista Montini la struttura passa nelle mani dei salesiani.
Don Melesi descrive le condizioni misere di questi ragazzi disagiati, ci sono anche le foto,“i loro corpi sembravano in agguato, quelle teste erano stanche; era rimasta nei corpi una vitalità animale[...]”. La signora Devoto Falk, commissaria del Beccaria, racconta:“Siamo rimasti colpiti dall'immagine angosciante di 350 bambini, ragazzi e giovani, passivi, annoiati, di un ozio forzato, tristi e nauseati […] appoggiati ai muri, seduti o sdraiati per terra”. Era un sistema infernale, tutto incentrato sulla reclusione e sulla repressione. E' uno dei fallimenti dello Stato, le autorità laiche capiscono il grave problema e cercano una soluzione intelligente e umana.
Il 29 settembre del 1955 diciannove salesiani giungono ad Arese con la benedizione dell'Arcivescovo di Milano, per incontrare i 300 ragazzi dell'Istituto, non per stare un giorno, una settimana, un mese, ma anni per accompagnarli giorno e notte, nel loro cammino formativo per diventare onesti cittadini e buoni cristiani.“Abbiamo accettato questa nuova opera educativa, tanto impegnativa e onerosa, solo con la tessera di operai salesiani, senza soldi, ma con tanta fiducia nella Provvidenza di Dio, che aiuta sempre chi lavora per il suo regno”.
Don Melesi racconta i primi momenti con questi ragazzi:“Cari ragazzi, vi incontriamo volentieri dopo avervi tanto sognato”. Il nuovo direttore don Della, “siamo come una squadra di calcio[...] con titolari e riserve, io sarò il vostro allenatore, il C.T., ma giocherò anch'io con voi nel ruolo di attaccante centrale. Non vogliamo sfidarvi, ma giocare con voi e per voi”. Don Della presenta, uno a uno, tutti i suoi collaboratori. Il primo passo è stato fatto, “finalmente in quei ragazzi è rinata l'allegria, la voglia di correre e di giocare. L'allegria sarà la nota dominante del Centro […] Vogliamo che i ragazzi abbiano sempre la libertà di saltare, correre, schiamazzare a piacimento, come voleva don Bosco, e il cortile sarà una palestra di vera vita”.
Successivamente al centro arrivano le suore salesiane, vestite di bianco,“le figure femminili al Centro erano importanti per creare un ambiente naturale, come Dio l'ha creato”. Probabilmente questi ragazzi non hanno mai conosciuto un clima così familiare,“forse non hanno mai conosciuto né madri, né sorelle, né donne che ripetevano loro parole d'amore, ed esprimevano gesti di bontà”.
Poi il libro descrive l'operatività dei tre laboratori, dove lavorano i ragazzi. Quelli del Beccaria erano fatiscenti. Si apre un grande cantiere, si demolisce tutto quello che era vecchio, che non serve, finestre, muri, le celle.“La demolizione di quei segni repressivi era seguita con gioia e allegria”. Bisognava costruire uomini nuovi, del resto i Salesiani hanno da sempre cercato di “costruire uomini veri”. Ci sono le tante foto a dimostrarlo.
Nel libro di don Melese si parla del sistema preventivo di don Bosco, che si basa su tre elementi fondamentali: ragione, religione e amorevolezza. Ma tutto il principio è fondato sulla fede religiosa e cristiana e si sviluppa dalla stessa, con l'intenzione dominante di salvare le anime, coltivando la grazia di Dio nella vita del ragazzo.
Il Centro salesiano pone al centro dell'attenzione, la questione della rieducazione a scoprire tutte le dimensioni della vita umana. Qualcuno sostiene che bisogna mettere nel loro cuore la speranza e portarli all'amore di Dio e del prossimo.
Il Centro ora in mano ai salesiani,“non doveva più essere un concentramento di 'delitti e pene' in onore di Cesare Beccaria, ma un cantiere di riqualificazione, per creare onesti cittadini e buoni cristiani, nello stile allegro di Domenico Savio”.
Al capitolo 10 del testo, l'autore ricorda come hanno attuato “lo studio e il lavoro” nel nuovo Centro. Certamente un'impresa difficile anche perché i “ragazzi erano abituati all'ozio, esperti nei guadagni facili e illegali, condizionati da esempi negativi e dannosi di adulti, con l'intelligenza intorpidita e la volontà debole e dominata dagli istinti irrazionali, non fu facile accettare la scuola e una precisa professione per le quali impegnarsi con costanza e passione”. E' importante descrivere gli inconvenienti, per evitare facili edulcorazioni. Il sacerdote è convinto che ogni casa salesiana dovrebbe prendere appunti e segnare gli avvenimenti più significativi, le emozioni rilevanti e la prassi pedagogica vissuta dalla comunità. Infatti nel capitolo 15, si entra nel merito del sistema preventivo educativo salesiano, in particolare come correggere i ragazzi, senza fredde punizioni particolari, entrare in amicizia con loro e fargli capire che sono amati.
Don Melesi leggendo le memorie di don Bosco, si è reso conto che i problemi che ha incontrato il santo, sono gli stessi della casa di rieducazione di Arese.
A questo proposito riporta una descrizione abbastanza significativa di San Giovanni Bosco:“Don Cafasso mi condusse nelle carceri dove imparai a conoscere la malizia e la miseria degli uomini. Vidi turbe di giovani sull'età dai 12 ai 18 anni: tutti sani, robusti e d'ingegno svegliato, ma inoperosi, rosicchiati dagli insetti, stentar di pane spirituale e temporale, fu cosa che mi fece inorridire, il discredito della patria, il disonore della famiglia e l'infamia di se stesso erano personificati in quegli infelici”.
Don Melesi entra nel particolare delle varie discipline proposte ai ragazzi difficili, ma soprattutto sottolinea che la principale educazione è il lavoro e con il lavoro. Da sempre il lavoro è considerato dai salesiani, fonte essenziale della formazione integrale di noi stessi e dei ragazzi.
Era evidente che i 300 ragazzi preferivano il lavoro materiale e manuale a quello scolastico e astratto: cinque ore al giorno erano da loro vissute nei laboratori.
All'inizio questi laboratori operativi erano ridotti alla meccanica, la grafica e la falegnameria. C'erano i maestri che facevano eseguire alla perfezione il lavoro. Negli anni successivi i laboratori si arricchirono di nuove sezioni: saldatura, motoristica, elettronica. Il testo naturalmente è corredato da numerose fotografie che evidenziano il grande impegno dei religiosi per il riscatto di questi giovani, spesso rifiutati e non compresi dalla società. Peraltro non sono mancate le dicerie e le invettive contro questi ragazzi da parte dei cosiddetti perbenisti, ma i salesiani li hanno sempre difesi: “i nostri ragazzi sono persone a pieno diritto, anche se disturbati dai vari condizionamenti della loro personalità[...]”. Tuttavia,“Molti di loro si sentono rifiutati dalla famiglia, dalla scuola, dall'ambiente sociale. L'oppressione dell'anima in loro produce spesso un'ostilità e un'aggressività istintiva nei confronti di chi sentono avversari e nemici”.
Inoltre,“molti di questi nostri ragazzi hanno vissuto esperienze sconvolgenti, in famiglie dissociate, dominati da un ambiente culturalmente violento e vendicativo, circondati da modelli negativi e anaffettivi, inseriti in gruppi delinquenziali o in famiglie rivali, costretti a vivere sulla strada, disertori scolastici e senza prospettive lavorative, guidati da una coscienza indurita e torbida, inclini a soddisfare i propri desideri istintivi, privi di razionalità e di riflessione”. Nulla di nuovo sotto il sole, sembra di descrivere certe situazioni odierne di depressione sociale giovanile, presente in molte periferie delle nostre città. 
Don Melese insiste sul lavoro di trasformazione del Centro, operato dai religiosi tutti. Nei primi quattro anni di lavoro,“abbiamo arredato le aule scolastiche, le camerate e le sale da pranzo; ampliato i laboratori, attrezzandoli secondo le più moderne esigenze del mondo del lavoro; il tempo libero è stato animato e organizzato con attività culturali, sportive e ludiche[...]”. La Madonna con il braccio il bambino è stata collocata al posto del busto di Cesare Beccaria che per i ragazzi rappresentava una realtà da rimuovere, perché ricordava a loro i tempi dell'umiliazione e della pena.
Don Melese racconta tanti particolari e curiosità su questi ragazzi, sulle loro gite, al mare, in montagna, sulle loro attività culturali e sportive nel Centro e fuori. Il libro di don Melesi documenta tutto.
Alla fine in un solo capitolo, il 32°, don Melese fa i nomi di quelli che hanno contribuito fattivamente a rifondare il Centro salesiano.“Tra tutti primeggia al signora Giulia Devoto Falck, che guidò con materna cura le prime innovazioni[...]”.
Concludo con le belle parole del pontefice Paolo VI rilasciate nell'udienza privata ai Salesiani di Arese, il 28 agosto 1969. Il Papa si sentiva coinvolto personalmente alla sorte del Centro.“Fu un atto di sfida alle diffidenze e di fiducia nelle risorse della vostra pedagogia, atte a voltare il cervello a questi ragazzi e a guarirne il cuore. E la cosa riuscì...Avete dato testimonianza di essere fedeli al vostro Padre, buttarsi in mezzo ai ragazzi, essere pii, buoni, pazienti e intelligenti...Siamo riusciti, siete riusciti”. Ha detto il Papa.“Voi avete rimesso nel loro animo la speranza, nel nome di Cristo e di don Bosco. Avete detto al ragazzo: 'Tu puoi diventare uomo, tu puoi diventare buono, tu puoi diventare professionista'[...]”


sabato 17 febbraio 2018

Raccontare la vera storia per far crescere la politica

di Domenico Bonvegna

Non obbligato a rincorrere l'attualità, peraltro c'è chi lo fa anche per me, continuo a rimanere fedele ai miei studi storici per conoscere la vera Storia dell'Occidente.
Ci sono alcuni periodi storici, grandi epoche, che continuano ad essere raccontate in maniera distorta, tra questi i più gettonati sono i cosiddetti “secoli bui” del Medioevo, il Rinascimento, l'Illuminismo, la cosiddetta Riforma protestante. Da troppo tempo, a cominciare dal protestantesimo, si accettano versioni distorte della verità storica. Come quella di Cristoforo Colombo che si scontrava con la Chiesa cattolica che sosteneva che la terra era piatta. Tutte balle! Che la terra era rotonda lo sapeva anche la Chiesa.“L'opposizione contro cui Colombo dovette scontrarsi non riguardava la forma della Terra, ma il fatto che, nel calcolare la circonferenza del globo, si sbagliava alla grande”. Colombo era convinto che la distanza dalle Canarie al Giappone era di 14.000 miglia circa, invece gli ecclesiastici“sapevano benissimo che era decisamente maggiore ed erano contrari alla spedizione per il semplice motivo che si rendevano conto che Colombo e i suoi uomini sarebbero morti tutti in mezzo al mare”. Poi sappiamo come andò a finire, intanto nei libri di Storia a scuola si scrisse che Colombo ha dimostrato che la terra è rotonda. Ancora oggi i testi scolastici veicolano questa falsità sulla terra piatta.
Tutto questo è scritto nella prefazione al documentato ultimo lavoro storico di Rodney Stark, “False testimonianze”. Come smascherare alcuni secoli di storia anticattolica”, pubblicato nel 2016 da Lindau.
“Tutto iniziò con le guerre scatenate in Europa dalla Riforma - scrive Stark - che mise cattolici contro protestanti e fece milioni di morti, guerre durante le quali la Spagna emerse come la principale potenza cattolica. Per tutta risposta, Inghilterra e Olanda promossero violente campagne propagandistiche in cui gli spagnoli venivano descritti come barbari fanatici e assetati di sangue”. Hanno orchestrato una specie di “Leggenda nera”, diffondendo libri dove la Spagna era descritta come oscurantista, ignorante e malvagia. Ancora oggi è radicato questo pregiudizio sulla Spagna e i cattolici, basta nominare l'inquisizione spagnola per suscitare sdegno e disgusto.
Rodney Stark nel libro fa nomi e cognomi di questi autori anticattolici, illustri fanatici come Edward Gibbon, il primo di un lungo elenco. Peraltro negli ultimi anni ci sono contributi alla storia anticattolica da parte di ex preti, come John Cornwell, James Carrol, o ex suore come Karen Armstrong.
Nella prefazione, Stark fa l'elenco delle affermazioni più comuni sulla storia occidentale di questi illustri fanatici:
- La Chiesa cattolica ha causato e avuto parte attiva in quasi due millenni di violenza antisemita e anche dopo il Vaticano II, ancora oggi non si è ravveduta per il fatto che Pio XII è noto come il “papa di Hitler”.
- Solo di recente abbiamo conosciuto i vangeli cristiani “aperti”, tenuti nascosti da prelati oscurantisti.
- Appena arrivati al potere i cristiani hanno perseguitato brutalmente il paganesimo fino a eliminarlo.
- La caduta di Roma e l'ascesa della Chiesa causarono il declino dell'Europa, che precipitò in un millennio di ignoranza e arretratezza. I cosiddetti secoli bui del Medioevo.
- Le Crociate, iniziate dal papa, furono il primo sanguinoso capitolo nella storia del colonialismo europeo.
- L'inquisizione spagnola torturò e assassinò un gran numero di persone innocenti per crimini “immaginari”, come stregoneria e blasfemia.
- La Chiesa cattolica temeva e perseguitava gli scienziati, come dimostra il caso Galileo. Pertanto la “rivoluzione scientifica” avvenne soprattutto nelle società protestanti.
- La Chiesa cattolica non fece nulla contro la schiavitù
- La Chiesa è contraria alla democrazia ai governi liberali, appoggia con convinzione le dittature.
- Infine fu la Riforma protestante a spezzare la repressiva morsa cattolica sul progresso e a spalancare le porte al capitalismo, alla libertà religiosa e al mondo moderno.
Ecco tutte“queste affermazioni fanno parte - scrive lo storico americano - della cultura comune, ampiamente accettate e frequentemente ripetute. Eppure sono tutte false e molte sono addirittura il contrario della verità!”. Praticamente il libro di Stark rappresenta una sintesi riveduta di tutti i precedenti suoi libri di “controstoria”che ha scritto in questi anni. Esiste una enorme massa di testi zeppi di falsità, e Stark, con questo saggio vuole fare un'opera essenzialmente di giustizia, che non interessa a chi non c'è più, ma interessa ai vivi, cioè a tutti noi.
Il libro potrebbe sembrare un'opera apologetica, ma non lo è, anche perché Stark,  non è cattolico e questo libro non lo ha scritto per difendere la Chiesa. “l'ho scritto per difendere la storia”.
Nel 1° capitolo Stark smonta la polemica dell'invenzione dell'antisemitismo e della persecuzione degli ebrei da parte della Chiesa ufficiale. Certo ci sono state nella storia singoli ecclesiastici convinti che Dio odiava tutti gli ebrei, ma erano opinioni.“Spesso il clero difendeva gli ebrei locali dalle aggressioni, talvolta rischiando la propria vita”. Peraltro Stark, ha potuto appurare, consultando altri illustri storici, che tra il 500 e il 1600, c'è stato un solo caso di antisemitismo a Clermont nel 554.“Il fatto che non ci siano stati altri incidenti analoghi dimostra che la Chiesa condannasse atti di questo tipo, sottolineando che le conversioni forzate non erano valide e che gli ebrei dovevano essere lasciati stare, posizione ribadita più e più volte dalla Chiesa nel corso dei secoli; il divieto di battesimo forzato fu applicato persino ai musulmani nel periodo delle crociate”.
Tuttavia quando gli ebrei subirono attacchi da parte delle popolazioni come nella Valle del Reno, furono i vescovi che cercarono di proteggerli, il Papa stesso condannò duramente, tutti questi attacchi, in particolare Clemente IV. Tuttavia il numero delle vittime sarebbe stato molto più elevato se non fosse intervenuto San Bernardo di Chiaravalle, che si precipitò in Renania e ordinò di mettere fine ai massacri. E comunque dove ci furono espulsioni di ebrei, avvenne per iniziativa delle autorità secolari, non su istigazione della Chiesa.
Un'altra faccenda da chiarire sono i rapporti tra musulmani ed ebrei a proposito della loro convivenza in Spagna. Qualcuno ha scritto, del “magnifico emirato di Cordova, dove bellezza, tolleranza, sapere e ordine prevalevano[...]”. Anche il più accanito anticattolico non può credere ad affermazioni simili. Naturalmente Stark non ha difficoltà a scoprire come le autorità musulmane non fossero per niente tenere nei confronti degli ebrei e dei cristiani.
Ritornando al rapporto ebrei e Chiesa, Stark conclude il capitolo chiarendo la questione Pio XII e Hitler. La campagna di collegare il Papa a Hitler fu avviata in Unione Sovietica, dove notoriamente si rispettava la verità. Stark sottolinea che questa campagna di diffamazione dei sovietici contro il Papa, fu notevolmente zittita, con un coro di apprezzamenti in difesa di Pio XII, soprattutto dagli ebrei. Negli ultimi giorni della guerra, il premier israeliano incontrò il Papa, e potè dirgli:“a nome del popolo ebraico, il mio primo dovere era ringraziare la Chiesa cattolica, per tutto quello che, in vari continenti, hanno fatto per salvare ebrei”. E poi dopo la morte di Pio XII, Golda Meir, futuro premier di Israele sottolineò i suoi sforzi in difesa degli ebrei europei, definendolo“un grande servitore della pace”: quella generazione di israeliani ben sapeva che papa Pio XII aveva personalmente fatto molto per proteggere e difendere gli ebrei dai nazisti”. Poi arrivò il libro di Cornwell, “Il Papa di Hitler”, quindi la fiction, “Il Vicario”, di Rolf Hochhuth, in cui il papa era descritto come un antisemita.
Il terzo capito affronta la cosiddetta persecuzione dei pagani compiuta da cristiani militanti e quindi dalla Chiesa nascente. Secondo gli storici illuminati, la Chiesa aveva rapidamente abbattuto tutti i templi pagani e schiacciato ogni opposizione. Stark chiarisce la posizione dell'imperatore Costantino che non mise fuorilegge il paganesimo, anzi continuò ad elargire finanziamenti ai templi pagani. Tra l'altro continuò a nominare pagani a ricoprire cariche estremamente importanti, comprese quelle di console e prefetto. “Sia nelle parole che nei fatti, Costantino difese il pluralismo religioso, persino rendendo esplicita la propria adesione al cristianesimo”.
Comunque sia Stark in questo testo, dopo aver approfondito meglio l'argomento, si è reso conto che non bisogna “sottovalutare la profondità del paganesimo”. I pagani di fine IV e inizio V secolo, sono descritti come “nostalgici appassionati di antichità”. “Al contrario, in realtà la loro fu una fede attiva, basata sulla convinzione che il mondo è colmo di divino, e che un sacrificio correttamente eseguito porta l'uomo a un'intima comunione con il divino”.
Il quarto capitolo, si affronta il mito dei “secoli bui”, la Chiesa domina la vita intellettuale per oltre un millennio, al punto che l'ignoranza prevale in tutta l'Europa. “La ragione fu incatenata, il pensiero schiavizzato e il sapere non progredì”, questa è la sintesi dei cosiddetti storici illuminati come William Manchester. Il Medioevo viene descritto come un periodo di “incessanti guerre, corruzioni, illegalità, ossessione per strani miti e una quasi impenetrabile irrazionalità[...]”. E poi arriva il Rinascimento, dove il controllo della Chiesa diminuisce sulle principali città dell'Italia centrale e così si arrivò alla rinascita della cultura classica greco-romana. Questa è la tesi diffusa dai cosiddetti storici illuministi, ed è peraltro lo schema fondamentale di qualsiasi testo scolastico dedicato alla storia occidentale, anche se gli storici seri sapevano che era uno schema completamente falso.
Tuttavia per Stark usare il termine Rinascimento è inappropriato, soltanto perché non possiamo accettare che ci furono, secoli bui.
Si è molto scritto che i popoli del nord erano barbari, attenzione però, i goti che conquistarono Roma, non erano barbari, indipendentemente come i romani li chiamassero. Alarico, aveva prestato servizio nell'esercito romano come comandante e la maggior parte dei suoi soldati erano veterani delle legioni romane. “Allo stesso modo, il 'barbarico Nord' era stato pienamente 'romanizzato' da un pezzo e disponeva di sofisticati centri manifatturieri[...]”. In Svezia, vicino Stoccolma, c'era un centro industriale che sfornava grandi quantità di attrezzi e armi di ferro, gioielli in bronzo, ornamenti in oro. In tutto il Nord Europa, patria dei cosiddetti “barbari”, c'erano numerosi centri industriali.
Rodney Stark, cita lo storico francese Jean Gimpel, per sostenere che fu proprio durante questi secoli che l'Europa compì il grande balzo tecnologico che la pose all'avanguardia rispetto al resto del mondo. Pertanto, non si comprende,“Come è possibile che gli storici abbiano travisato così le cose?”
Comunque per Stark, l'imbroglio che l'Europa sarebbe precipitata nei “secoli bui”, è una macchinazione fortemente voluta da intellettuali antireligiosi come Voltaire e Gibbon, determinati a sostenere la loro “Età dei Lumi”.
Tuttavia secondo Stark, questi storici sono stati incapaci a “valutare, o persino notare, gli elementi fondamentali della vita reale”. Pertanto, “le rivoluzioni in campo agricolo, armamenti e tecnica militare, utilizzo di energie non direttamente fornite dall'uomo, trasporti, manifattura e commercio non vennero presi in considerazione”.
La stessa cosa capitò per il notevole progresso morale, per esempio al tempo del Rinascimento, da molto tempo era sparita la schiavitù, per non parlare della cultura  di alto livello. Hanno snobbato l'enorme progresso che avvenne nel campo della musica, dell'arte, della letteratura, dell'istruzione e della scienza. E poi Stark, non si stanca di elencare i progressi della tecnologia, la rivoluzione dei mulini a vento, con la forza dell'acqua, le dighe. Altra innovazione rivoluzionaria furono gli occhiali, inventati intorno al 1280 e poi prodotti in massa. Nel medioevo fu inventata la cavalleria pesante, i romani non la conoscevano, furono i “barbari” franchi che misero i primi cavalieri con armature pesanti in groppa a cavalli massicci e massacrarono le truppe degli invasori musulmani sul campo della battaglia di Tours, quando li caricarono imbracciando lunghe lance, saldi sulle selle normanne dall'alto schienale e sulle loro rivoluzionarie staffe.
Tutte le società del mondo erano schiaviste. “In questa situazione di schiavismo universale, una sola civiltà respinse la schiavitù di esseri umani: il cristianesimo”.
Per non parlare della cultura come si fa a chiamare secoli bui, una civiltà che ha prodotto le grandi cattedrali gotiche, le prime università, gli ospedali.
Il quinto capitolo, dedicato alle Crociate. Scatenati da “papi assetati di potere”, desiderosi di espandere la cristianità mediante la conversione di masse islamiche. Inoltre secondo questi storici illuminati, “i cavalieri europei erano dei barbari che massacravano chiunque si trovasse sul loro cammino, lasciando 'l'elevata cultura islamica[...] in rovina'”.
Nel 2015 il presidente Obama non volendo identificare come musulmani i terroristi che trasmettevano video delle numerose decapitazioni di nemici, ricordava che “le crociate e l'inquisizione avevano commesso azioni terribili in nome di Cristo”. Non si tratta di accuse nuove, a condannare le crociate ci ha pensato il solito Voltaire che definì le crociate “un'epidemia di furia che durò per duecento anni[...]”. Poi ci ha pensato David Hume, quindi Denis Diderot. Le crociate erano viste come fanatismo e crudeltà dei cattolici. In pratica i crociati sono stati visti come imperialisti occidentali ante litteram, che usarono una motivazione religiosa per andare alla ricerca di terre e bottino. Per questi signori, durante le crociate,“una cristianità espansionista, imperialista, dominata dal papa, brutalizzò, saccheggiò e colonizzò un tollerante e pacifico islam”. Naturalmente Stark smonta tutte queste fandonie.
Le crociate essenzialmente furono un evento difensivo e Stark lo dimostra, non con gli slogan, ma con i documenti. Sull'argomento non possiamo ulteriormente approfondire, vi lascio alla lettura del libro.
Il sesto capitolo si occupa dei “Mostri dell'inquisizione”, anche qui soprattutto per l'inquisizione spagnola si sono scritte un cumulo di menzogne, inventate e diffuse dai propagandisti inglesi e olandesi nel XVI secolo. Tuttavia “l'inquisizione spagnola fu un notevole strumento di giustizia, moderazione, giusto processo e saggezza”. Prendendo in considerazione il periodo pienamente documentato, dei 44.674 casi le persone giustiziate furono soltanto 826 (1,8%, di quelli processati). Nel periodo compreso tra il 1480 e il 1700, “in tutta la Spagna le sentenze di morte inflitte dall'inquisizione furono circa dieci all'anno, una percentuale minima delle molte migliaia di luterani, lollardi e cattolici (oltre a due delle sue mogli) che Enrico VIII avrebbe fatto bollire, bruciare, decapitare o impiccare”. Peraltro i pochi condannati spagnoli erano dei veri delinquenti abituali, che non si sarebbero pentiti.
E comunque l'Inquisizione spagnola fu istituita per affrontare una crisi sociale riguardante i conversos, i convertiti ex-ebrei ed ex-musulmani diventati cattolici. La storiografia ufficiale, ripete che l'inquisizione è nata per smascherare i finti cristiani. “La verità è che quasi tutti gli ebrei e la maggior parte dei musulmani convertiti erano sinceri, e l'Inquisizione fu istituita per eliminare le croniche esplosioni di violenza da parte di folle inferocite e sostituirle con regolari processi, così come per smascherare coloro la cui conversione non era sincera”.
Del settimo capitolo ce ne siamo occupati presentando il libretto di Agnoli su il misticismo dei matematici. Stark qui descrive tutti i protagonisti della cosiddetta “rivoluzione scientifica”, scienziati, tutti cristiani e per giunta anche religiosi, quindi molto vicini a Dio, altro che agnostici o atei.
Nell'ottavo capitolo si smonta il mito della Chiesa che benedici la schiavitù. Nel nono capitolo a proposito dell'autoritarismo, si smantella un altro mito, quello che la Chiesa favorisce i regimi tirannici. Qui Stark fa un breve riferimento alla rivoluzione francese, a quella bolscevica, ma sopratutto a quella spagnola del 1936-39, quando la Chiesa fu costretta a scegliere il governo nazionalista del dittatore Francisco Franco, che ha “salvato” tantissimi religiosi e credenti dalla furia iconoclasta anarco-comunista.

Infine nel decimo capitolo, sulla Modernità Protestante. Tra i sociologi, per troppo tempo, si è falsamente creduto che fu la Riforma a determinare l'ascesa del capitalismo in Europa e, con il capitalismo, l'età moderna.

venerdì 16 febbraio 2018

L'epopea dei Cristeros in Messico.

di Domenico Bonvegna


Dopo la Rivoluzione Francese, quando la fede e la cultura cattolica di un popolo viene minacciata, schiacciata e perseguitata, quasi sempre capita che quel popolo reagisca e prenda le armi. Si è verificato con il popolo Vandeano; poi con tutte le insorgenze popolari cristiane e controrivoluzionarie che hanno preso le armi per combattere le armate francesi napoleoniche, fino alle rivolte dei Cristeros in Messico.
Tra il 1925 e il 1929, nell'indifferenza del mondo occidentale, il Messico visse una tragedia senza precedenti. Il Governo messicano in mano a un piccolo gruppo di potere, illuminato dalla massoneria, guidato dal semi-dittatore Plutarco Elias Calles, inasprirono a tal punto la legislazione antireligiosa che già aveva colpito la comunità cattolica, da rendere impossibile qualsiasi manifestazione della fede. Il risultato fu che tutti i luoghi di culto (chiese, conventi, seminari, scuole, istituti di carità) furono chiusi o confiscati. “Di fatto, dopo il 31 luglio 1925 la Chiesa  sparì dalla vita del popolo messicano”. A questo punto accade qualcosa che forse nessuno aveva previsto: centinaia, migliaia di messicani, appartenenti a tutti gli strati della popolazione, insorsero, imbracciarono le armi, dando vita a straordinaria epopea: la Cristiada.
Calles e i sui generali federali pensarono di controllare e di reprimere la rivolta in breve tempo, ma non è stato così. L'insurrezione dei cattolici messicani, spregiativamente chiamata dei Cristeros,“coinvolse presto milioni di cittadini e interi Stati della federazione caddero sotto il controllo di un esercito 'cristero' sempre più potente e benvoluto”.
La reazione del governo massonico fu dura e spietata, ben presto si assiste a massacri indiscriminati, campi di concentramento, impiccagioni di massa. I Cristeros, senza  addestramento militare, guidati non sempre da capi esperti, si mostrarono eroici e soprattutto pronti al martirio. Alla fine nel 1929, non furono piegati dalle armi, ma dalla diplomazia internazionale, soprattutto quella americana, dagli accordi, chiamati gli arreglos.
Tutto questo viene raccontato in un documentatissimo volume dal giornalista e storico Mario Arturo Iannaccone, “Cristiada. L'epopea dei Cristeros”, Lindau.
Nei primi capitoli il testo di Iannaccone, da vero esperto del Paese latino americano, racconta le varie fasi politiche che hanno portato all'emissione delle Ley Calles, che hanno provocato l'insurrezione popolare.“Per comprendere la paradossale storia del Messico e la stessa Cristiada, occorre partire dagli inizi del XIX secolo[...]”. Bisogna indagare sulla storia del Messico, a partire da quando era colonia dell'impero spagnolo. Qui Iannaccone ricorda come lo sviluppo della Chiesa nel territorio messicano, come tutte le chiese dei vicereami spagnoli, riceve aiuti economici per l'evangelizzazione. Naturalmente evidenziando anche i conflitti all'interno della Chiesa stessa. Iannaccone rileva il miracolo del “meticciato”, cioè i matrimoni tra i nativi e gli spagnoli, a differenza dei territori dominati dai protestanti.
Peraltro nel Nuovo Mondo secondo lo storico, si “tentò di costruire la Città di Dio sulla terra, mentre l'Europa già cominciava a seguire altre utopie come la scienza e la secolarizzazione”. Tuttavia con il Real Patronato, in teoria, non vi era spazio per conflitti tra i due poteri, anche se quello spirituale era in mano al monarca, che interveniva su tutti gli aspetti della vita della Chiesa.
Le pagine del libro prima di occuparsi della guerra cristera, si occupa dei vari passaggi politici che portano a continue elezioni di presidenti della novella Repubblica messicana. Intanto quasi tutti i politici messicani erano influenzati dal “moderno anticlericalismo”, che vedeva nel clero, nella Chiesa,“un nemico non più da migliorare ma da abbattere”. Si trattava di un'ideologia europea portata “alle masse con il giacobinismo, le idee libertarie e socialiste, ed era giunta in Messico attraverso la circolazione di libri e l'arrivo di intellettuali dall'Europa”. Cominciava a imporsi l'idea che lo Stato dovesse predominare sulla Chiesa.
Il libro segue meticolosamente il susseguirsi delle elezioni di presidenti, di politici messicani più o meno liberali. Il testo è pieno di nomi, di personaggi che hanno dominato l'Ottocento e l'inizio del Novecento in Messico. Ma soprattutto si seguono i conflitti tra lo Stato e la Chiesa. I fatti che si registrano sono molto simili a quelli che si possono seguire in Europa, in Italia, in Francia e in Germania. Si intende riformare la Chiesa per il bene comune, ma poi il vero scopo è quello di aggredire e incamerare i beni ecclesiastici per usarli oppure venderli ai borghesi.“La Chiesa fu aggredita simbolicamente ma anche materialmente quando i governatori spostarono le loro sedi nei palazzi dei vescovi e nei seminari”.
Nel 2° capitolo si dà conto delle politiche di scristianizzazione da Lerdo de Tejada a Benito Juarez. Queste misure repressive, causarono ribellioni spontanee del popolo cattolico, la più importante fu l'insurrezione dei Religioneres, “un movimento popolare simile alle insurrezioni antirivoluzionarie della Vandea, del Carlismo spagnolo e degli Insorgenti dell'Italia Meridionale”.
La guerra dei Religioneros fu “una guerra di popolo, spontanea e diffusa, senza capi né eserciti, formata da bande che si riunivano e scioglievano a seconda del bisogno: caratteristiche che si ritroveranno nell'insurrezione della Cristiada cinquant'anni più tardi”. Ma anche questa rivolta fu sconfitta dalla diplomazia e non dalle armi. Durante il governo del generale Porfirio Diaz ci fu una certa calma e la Chiesa, che gode di libertà, torna a  fiorire e a farsi influente. Diaz, nonostante la sua adesione alla massoneria, mantenne relazioni cordiali con i vescovi messicani.
Successivamente con la dittatura militare di Venustiano Carranza, ci fu lo scioglimento del Congresso dei deputati e subito inizia la repressione religiosa con la confisca degli edifici religiosi, imprigionamenti ed espulsioni dei vescovi. Ma il peggio arrivò con la presidenza di Elias Calles a dicembre del 1924. Già nel febbraio del 1925, Calles inviò una circolare dove ordinava che le celebrazioni della Settimana Santa, erano consentite soltanto all'interno delle chiese, proibiva le processioni e altre cerimonie pubbliche.
La tensione torna a risalire,“i liberali dovevano confrontarsi con una Chiesa moderna e con movimenti cattolici organizzati, di stampo politico-sociale, che potevano ottenere la maggioranza nelle consultazioni elettorali”. Allora il governo Calles tentò di creare un'associazione cattolica per contrastare la Chiesa. L'idea era di creare una specie di scisma all'interno della Chiesa e soprattutto fondare una Chiesa nazionale, sotto la direzione del governo. Più avanti Calles stesso confidò all'ambasciatore francese Lagarde, che la Ley Calles era una trappola per rendere schiava la Chiesa, “era il preludio alla fondazione di una chiesa costituzionale e collaborazionista, staccata da Roma”.
Inizia l'assalto alle chiese da parte degli uomini del governo; i fedeli sono costretti a montare la guardia alle chiese. I laici cattolici allora fondano la Liga Nacional de defensa Religiosa (LNDR), successivamente cambiò nome in Liga Nacional Defensora de la Libertad Religiosa (LNDLR). Intanto il Messico per i provvedimenti repressivi contro la Chiesa, assomigliava sempre più alla Russia Sovietica.
Il 5° capitolo Iannaccone esamina il gruppo rivoluzionario attorno al dittatore Calles, “erano diventati il gruppo sociale dominante grazie all'uso della violenza”, Tejeda, Obregon, Morones, Saenz, provenivano tutti dal Nord del Messico, vicino alla frontiera con gli Usa.“Secondo loro, il Messico era arretrato e debole perché superstizioso e troppo religioso; questo retaggio proveniva dal passato coloniale, ispanico, cattolico. Condividevano una rozza ideologia derivata dalla tradizione liberal-radicale messicana e dagli Stati Uniti protestanti che avevano una storia di 'crociate', cioè di missioni protestanti inviate nel Messico per convertire ed educare”.
Questi uomini si consideravano come dei civilizzatori, chiamati a rigenerare il vecchio paese coloniale. I loro programmi sono molto simili a quelli dei governi liberali europei, in particolare a quelli italiani. 
I luoghi di ritrovo di questa elite erano soprattutto le logge massoniche, i club e le mense militari. E poi si identificavano nel Partido Nacional Revolucionario, creatura di Calles. Per lo più erano anticlericali, spesso protestanti, benestanti, quasi tutti massoni e sentivano come loro missione la 'defanatizzazione' del Messico. Pertanto, “consideravano un dovere distruggere la cultura ispanica e rimpiazzarla con quella nordamericana. Odiavano indiani, contadini, preti e ogni espressione di quel vecchio Messico che non comprendevano perché non era il loro”. Erano quasi degli “stranieri” all'interno del Paese. Ossessionati dal pericolo cattolico e dall'influsso del Papa e dei suoi uomini, in particolare dai Gesuiti. Infatti sia Obregon che Calles favorirono il proselitismo protestante. Addirittura i protestanti controllavano il Ministero dell'Educazione.
L'altra grande forza, spesso alleata con il protestantesimo fu la massoneria, che giocò un ruolo cruciale nel Messico. “La maggior parte degli ufficiali dell'esercito erano massoni e quando scoppiò la guerra di religione si vendicarono della condanna decretata dalla Chiesa cattolica nel 1738 contro la massoneria. Erano massoni anche gli insegnanti, i sindaci, i commissari agrari, i leader dei sindacati, tutti coloro, insomma, che erano legati al governo per mestiere”. Per la massoneria latina, il clero cattolico incarnava il male e quindi andava distrutto. C'era una rivista distribuita alle truppe, “El Soldado”, un mensile illustrato che dipingeva il Papa e il clero come maniaci sessuali.
Sull'altro fronte i cattolici continuavano a rafforzare la loro organizzazione. In vista la Union Popular (UP) di Anacleto Gonzales Flores. Si basava sul contatto diretto e la clandestinità. Tra i loro capi c'erano anche delle donne. Poi c'era la Liga che cresceva, nel 1926 dovette affrontare il dilemma se usare la forza armata per prendere il potere. E questo dilemma perdurò per sempre, anzi talvolta i loro membri, i dirigenti non furono ben visti dai Cristeros.
Tra il 2 e il 19 luglio del 1926 viene emanata la Ley Calles, imponeva ai preti di registrarsi presso gli uffici governativi. Si arrivò ben presto allo scontro,“la lotta era ormai aperta”, adesso si trattava “di vedere se avrebbe vinto la luce o la tenebra. Bisognava dare il sangue per salvare la rivoluzione, asserì”, Calles. Quindi “il 1 agosto del 1926, per la prima volta dopo oltre 500 anni, in nessuna chiesa del Messico fu celebrata una messa”.
Iannaccone rileva che in quel momento storico del Messico, quasi tutti gli esperti, i diplomatici, i politici, gli intellettuali e anche i vescovi “ignorarono o sottostimarono un fattore che sarebbe risultato determinante negli eventi futuri: l'atteggiamento del popolo”. Mentre governo e vescovi negoziavano, diventa protagonista il popolo messicano, si comincia a fare penitenze, a confessarsi, a pregare in pubblico, a fare pellegrinaggi spontanei. Per questa gente è “come se il mondo a cui erano abituati stesse per finire – e in un certo senso era così”. I funzionari pubblici, spesso massoni, “lontani dalla mentalità del popolo, non comprendevano né accettavano quella mentalità sacralizzata che si esprimeva attraverso atti di devozione, penitenze e pellegrinaggi ai santuari”.
Alle prime luci del 1 agosto, Aurelio Acevedo - futuro leader cristero - preparò il suo cavallo per il “duro lavoro”, che sapeva avvicinarsi. “La guerra arrivò da sé - scrive Iannaccone - senza essere stata preparata, come ribellione a un'ingiustizia che calpestava le dignità fondamentali”. Soprattutto, “arrivò come una sorpresa per lo Stato e la Chiesa, che non avevano scommesso su questa eventualità”.
Comunque sia,“ce n'era abbastanza per prendere le armi”. “Gente pacifica benedì i propri figli che chiedevano di combattere e li inviò in battaglia”. Lo storico francese Jean A. Meyer che negli anni sessanta è riuscito a intervistare molti ex cristero, scrivendo una monumentale opera sulla rivolta, riporta il racconto di un testimone, che ha vissuto quei momenti:“Il Governo ci sta prendendo tutto: il mais, i pascoli, gli animali da cortile e, come se non fosse abbastanza, vogliono che viviamo come animali, senza religione e senza Dio. Però non vivranno abbastanza per vederlo perché per il tempo che ci è dato noi grideremo Lunga vita al Re! Lunga vita alla vergine di Guadalupe! Lunga vita all'Unione Popolare! Abbasso il Governo!.
Stava per iniziare la Cristiada e ancora nessuno lo sapeva. Certo il Messico aveva visto diverse sollevazioni popolari, ma questa volta era diverso, a poco a poco si manifestarono focolai a decine, a centinaia, i federali ben presto, compresero che non era facile sconfiggere gli insorti. Subito alcuni reggimenti dell'esercito, furono annientati. Lo stesso Anacleto Flores dell'UP, non poté fare nulla per fermare i suoi militanti.“Li lasciò andare senza opporsi, sia perché nulla avrebbe potuto contro quella marea tragica che usciva dalla città all'alba, ognuno con un fucile a tracolla [...]”. La gente gli diceva “che era meglio morire che negare Cristo re e che non bisognava temere il martirio. Dava prova di aver letto i testi sacri e la storia della Chiesa”. Continua Iannaccone nel racconto:“Erano uomini esasperati, mossi da un imprevisto spirito di eroismo, che lasciavano i loro affari, stringevano le spose e i figli e correvano alla battaglia con alpargatas e vesti di cotone”.
In pratica questo popolo aveva “capito che bisognava mettere in gioco il proprio benessere, il proprio corpo, oppure la Chiesa in Messico sarebbe stata cancellata”.
In breve i capi dell'LNDLR decisero di guidare e controllare la ribellione sempre più diffusa ma scoordinata. Fu stabilito un comitato di guerra, e poi si trovò un capo: Capistran Garza. A novembre la Liga assume la guida del movimento popolare e chiede l'approvazione ai vescovi. L'episcopato approva il manifesto della Liga, affermando che era lecito combattere quando ogni altro mezzo si era rivelato inutile. “Alle condizioni che si stava verificando in Messico, tale combattimento andava considerato una 'resistenza' armata, ovvero una difesa legittima”.
A fine dicembre tutti i movimenti, associazioni cattoliche si unificano concordi e decidono di combattere. Intanto i vescovi rendevano chiaro che non desideravano alcuna forma di resistenza che non fosse passiva e pacifica. La Chiesa reagì con la massima prudenza. Gli insorti si consultavano con i parroci che approvavano la rivolta. Nello stesso tempo, i parroci si rivolgono ai vescovi e questi ai teologi. “Quando i dirigenti della Liga chiesero se l'insurrezione fosse moralmente e teologicamente lecita, il Comitato Episcopale rispose che era una 'lodevole azione' di 'legittima difesa armata'. Qualche vescovo si espresse a favore dell'insorgenza armata, gli altri rimasero silenziosi e Roma negò che ogni benedizione fosse stata data ai combattenti. Tuttavia “il Vaticano si opponeva alla rivolta armata in quanto avrebbe ostacolato i negoziati, e il nunzio Fumasoni Biondi chiese una pubblica condanna della Liga e Cristeros da parte dell'episcopato messicano”.
La maggioranza dei vescovi restò indecisa lasciando ai fedeli la libertà di azione. Solo tre, Manriquez, Orozco e Velasco si congratularono apertamente con gli insorti. Sostanzialmente saranno sino alla fine i veri vescovi dei Cristeros.
L'8° capitolo evidenzia da un lato la guerra Cristera e dall'altro la guerra diplomatica. A gennaio del 1927 l'insurrezione diventa massiccia e unanime soprattutto nella zona centro-occidentale del Messico. Scrive Iannaccone: “qui la rivolta prese la forma di una sommossa di popolo perchè l'intera popolazione, donne e bambini compresi, si muoveva in massa per occupare paesi o piccole città”. La risposta del governo fu rabbiosa e brutale. “Cosa poteva fare una folla armata di bastoni e pietre contro un battaglione di federali?”. I generali federali si accorsero subito che rivolta era totale, che chiamava in causa l'intera popolazione. Pio XI ricevendo in udienza un gruppo di giovani messicani, gli aveva fatto capire di sapere cosa stava succedendo nel loro paese: “Sappiamo che combattono e come combattono in quella grande guerra che può essere chiamata la battaglia di Cristo”. Sembrava una benedizione della rivolta?
Ritorniamo alla guerra. Le zone strategiche della guerra dei Cristeros erano Jalisco, Michoacan, Queretaro, Guanajuato e Colima. Questi territori furono prese dai ribelli nel 1927 e rimasero sotto il loro controllo fino al 1929.
A pagina 162, il libro pubblica la cartina con le zone interessate alla Cristiada. Per la verità il testo è corredato di tante fotografie, che rendono lo studio di Iannaccone tra i più documentati sull'argomento.
Tra i capi dell'Armata cristero emersero il diciannovenne Lauro Rocha, il fuorilegge, l'unico, Victoriano Ramirez, soprannominato El Catorce. Ci furono anche un paio di preti come padre Josè Reyes Vega e Aristeo Pedroza, che si rivelarono eccellenti capi militari. Il secondo era molto devoto, impose alle sue truppe e più tardi alle brigate di Los Altos una disciplina di acciaio. Mancava un capo generale di tutte le armate cristero, lo trovarono nella persona del generale Enrique Gorostieta y Velarde, un quarantenne ufficiale di carriera, artigliere di talento, che aveva lasciato l'esercito. Non aveva niente in comune con quei ribelli, essendo uomo del Nord e liberale. “Carattere indecifrabile, capace di grande entusiasmo, Gorostieta abbracciò la causa dei cristeros, si dice, senza avere la loro fede”. Si comportò come un vero stratega, convinto che bisognava prima controllare il territorio; trasformò il movimento insurrezionale in un esercito simile a quello federale.
Nel 9° capitolo Iannaccone ritorna sul comportamento dei preti, della Chiesa messicana nella guerra del suo popolo. Lo storico Meyer pubblica l'intervista all'anziano capo Cristero Aurelio Acevedo:“A un certo punto ci imbattemmo in un ostacolo che non avremmo mai immaginato: i preti stessi ci proibirono di combattere per Cristo, per la religione che i nostri padri ci avevano insegnato e riaffermato mediante battesimo, confermazione e prima comunione[...]”. I preti spesso abbandonano la propria parrocchia e si trasferiscono in città, per non essere coinvolti nella rivolta dei propri fedeli. “Non tutti, naturalmente, altri continuavano di nascosto nella loro missione anche nelle grandi città come fece Miguel Pro. Alla fine si produssero situazioni ambigue: i preti erano considerati dei traditori dai Cristeros, perchè accettavano le benevolenze dei federali.
Addirittura Meyer sostiene, che grazie a quella minoranza di preti rimasti nei luoghi dell'insurrezione, che i Cristeros non sono diventati“nuovi donatisti staccandosi dalla Chiesa”. Furono circa 150 preti che si rifiutarono di lasciare le loro parrocchie e proprio grazie a questi che si evitò un possibile scisma. Iannaccone fa l'elenco di questi preti, il libro è profluvio di nomi. Alcuni di questi preti hanno seguito i combattenti, “esistono immagini che mostrano centinaia di combattenti assistere alla messa e comunicarsi prima di una battaglia[...]”. Pare che i cappellani caduti in battaglia furono circa 20. Altrettanti erano stati uccisi per la loro missione. A questi si aggiungono gli altri come Pro che magari non avevano collegamenti diretti con i Cristeros, fino a un totale di 90 sacerdoti uccisi. Molti di questi sono stati beatificati e santificati.
Il libro dà conto delle campagne militari, dei due contendenti, naturalmente qui non possiamo approfondire, vi lascio alla lettura del libro.
Il 9° capitolo termina con la morte di Anacleto Gonzales Flores, catturato dai federali insieme ad altri quattro compagni. Le ultime parole di Flores prima di essere fucilato, furono: “Muoio ma Dio non muore, viva Cristo Rey!”, qualcosa di simile l'aveva detto, prima di essere ucciso da sicari della massoneria, il presidente dell'Ecuador Garcia Moreno.
 La «Cristiada», l’insurrezione di Cristo Re che coinvolse milioni di persone, costrinse i papi ad intervenire con tre encicliche, preoccupò le cancellerie di mezzo mondo. I Cristeros erano in gran parte contadini ma vi erano anche cittadini: impiegati, funzionari, avvocati, studenti. La loro rete era sostenuta, talvolta affiancata, anche da una resistenza pacifica cittadina (il cui martire fu san Miguel Pro) che ricorreva ai boicottaggi, all’informazione, e cercava di far continuare la vita sacramentale nel nascondimento, come nell’Inghilterra anglicana o nella Russia sovietica.
Iannaccone dedica alcune pagine del suo libro alle migliaia di donne inquadrate nelle “Brigate di Santa Giovanna d’Arco”, sfidando ogni pericolo, procuravano le munizioni ai Cristeros, i quali arrivarono ad essere, agli inizi del 1929, quasi 50.000, in gran parte sottoposti alla disciplina di un esercito regolare.
Oltre al generale Gorostieta, un altro si è distinto, Degollado Guizar, Jesus. I soldati erano eroici, pronti al martirio per «conquistarsi il Paradiso» – come dicevano – se il prezzo della sconfitta era l’estirpazione del cristianesimo dal Messico. Nonostante l’appoggio logistico degli Usa che consentiva ai federali di non cedere, i Cristeros restarono saldi, e ad ogni sconfitta si moltiplicavano tenendo in scacco il nemico.
Per anni il Messico restò diviso fra zone Cristero e zone controllate dai Federali; l’economia collassò, i morti furono decine di migliaia: 300.000 contando le vittime di malattie, fame, campi di concentramento. Non furono le armi a sconfiggere i Cristeros ma la diplomazia internazionale con gli Arreglos del 1929.
La «Cristiada» stava procurando troppi lutti, la guerra rischiava di durare, occorreva un cessate il fuoco. Il vescovo Pascual Díaz, che avrebbe pagato con l’incomprensione la sua posizione moderata, riuscì a far firmare gli accordi senza immaginare che per 10 anni il governo li avrebbe traditi. Quando deposero le armi, i Cristeros furono uccisi a migliaia dai nemici, per vendetta.
L’epopea della «Cristiada», così poco conosciuta, con le sue decine di martiri canonizzati, tra questi mi piace ricordare il giovane San Josè Sanchez del Rio, innumerevoli eroi sconosciuti, e un esercito vincente che depose le armi su richiesta dei propri vescovi, è rubricata nei libri, incredibilmente, come un "episodio minore" della storia.

giovedì 15 febbraio 2018

“Fabiola”: un piccolo gioiello della narrativa cattolica

di Luca Fumagalli

Il 1850 è una data fondamentale per la storia del cattolicesimo britannico. In quell’anno, infatti, Papa Pio IX, con bolla Universalis Ecclesiae, ristabilì la gerarchia ecclesiastica in Inghilterra, erigendo una sede metropolita e dodici vescovati. Al sistema dei vicari apostolici che governavano direttamente la Chiesa in nome del Pontefice vennero sostituite le diocesi: dopo più di tre secoli, il Regno Unito cessava di essere una terra di missione per ridiventare, a pieno titolo, uno dei paesi della cattolicità.
Nicholas Patrick Wiseman (1802-1865) fu scelto come primate con il titolo di Arcivescovo di Westminster, incarico che precedette di poche settimane la porpora cardinalizia.
Nato in Spagna, figlio di un commerciante irlandese, Wiseman era uno spirito gioioso, dotato di erudizione, entusiasmo, potenza emotiva e ricchezza di immaginazione, doti che nel 1828 gli erano valse la nomina a rettore del Collegio Inglese di Roma. Nella Città Eterna si sentiva a casa e godeva della protezione del cardinale Angelo Mai e di Gregorio XVI.
La sua vita pastorale in Inghilterra, dove era tornato poco prima degli inizi dell’età vittoriana, si divise in due parti distinte: lo straordinario, rapido successo dei primi anni e l’azione costruttiva, frammista anche a delusioni, della tarda maturità.
Divenne il capo dell’ancor piccolo gruppo che credeva fermamente nel rapido ritorno del paese al cattolicesimo; si dette quindi molto da fare in conferenze e prediche, contribuendo tra l’altro a fondare con Daniel O’Connel il celebre periodico «Dublin Review».
Dal 1850, sotto la sua guida, la gerarchia inglese si mise all’opera. Dopo il successo raggiunto con la conversione del noto teologo anglicano John Henry Newman, animatore del “Movimento di Oxford” e futuro cardinale, cominciò la fase calante della carriera di Wiseman che prese a scontrarsi con il clero diocesano e i nuovi vescovi, i quali, memori della mutua indipendenza dei vicari apostolici, rivendicavano una maggior autonomia.
Sul finire della vita trovò conforto nella profonda amicizia con Henry Edward Manning, suo successore nella sede di Westiminster e difensore dell’infallibilità pontificia durante il Concilio Vaticano I.
Con la morte di Wiseman si concluse la prima fase della rinascita cattolica inglese nel XIX secolo. C’era qualcosa di ingenuo nella sua utopica aspettativa di una conversione in massa degli inglesi, ma resta indiscutibile che compì un grandissimo lavoro che non sarebbe stato possibile senza il suo proverbiale ottimismo.
Wiseman, però, è ricordato, almeno all’estero, soprattutto per essere stato autore del romanzo storico-apologetico Fabiola o la Chiesa delle catacombe (Fabiola: A Tale of the Catacombs), pubblicato per la prima volta nel 1854. Sulla scorta di quanto stava accadendo in Francia, il prelato fu tra i primi autori in Inghilterra, insieme a Newman, a impiegare il moderno strumento letterario come mezzo per difendere le istanze del cattolicesimo. Nacque così il genere del “Catholic Novel”, destinato ad avere grande fortuna per tutto il XIX e il XX secolo.
Perdita e guadagno (Loss and Gain) di Newman, romanzo del 1848, fu il primo esempio in ordine di tempo della nuova direzione intrapresa dagli intellettuali fedeli a Roma, ormai consapevoli che la narrativa poteva vantare una grado di penetrazione nelle masse di gran lunga superiore rispetto al trattato teologico o allo studio accademico. Il libro narra della conversione di Charles Reding, un giovane anglicano, e mostra diverse analogie con la biografia dell’autore. Il 1856 fu invece l’anno del meno fortunato Callista o la Chiesa d’Africa (Callista: A sketch of the Third Century), opera ambientata, come quella di Wiseman, durante l’impero romano, all’epoca delle più violente persecuzioni contro i cristiani
Libri come questi indicarono la via a successivi polemisti del calibro di G. K. Chesterton, R. H. Benson, Bruce Marshall ed Evelyn Waugh, e contribuirono a creare una piccola nicchia culturale per la minoranza cattolica che, da quel momento, iniziò a imporsi sempre più come una variabile imprescindibile nel panorama letterario britannico.Il cardinale N. P. Wiseman
Fabiola – riproposto dalle Edizioni Radio Spada nell’elegante prima traduzione italiana del 1856 – riscosse uno strabiliante successo di pubblico che durò ben oltre la scomparsa dell’autore. Spesso utilizzato per la catechesi dei più piccoli, il romanzo fu tradotto in diverse lingue e ristampato a intervalli regolari. Dal libro vennero tratti due film omonimi, uno del 1918 per la regia di Enrico Guazzoni, e uno del 1949, diretto da Alessandro Blasetti. Nel 1960 Nunzio Malasomma ne girò una versione intitolata La rivolta degli schiavi con Rhonda Fleming.
La storia, che ha luogo nella Roma del 302, è piuttosto lineare ancorché ricca di digressioni e personaggi secondari. Sulla piccola comunità cristiana che vive tra le catacombe e i vicoli bui della capitale imperiale sta per abbattersi una feroce persecuzione. Tra sangue e violenza, in un impero logoro e corrotto, Fabiola, una giovane patrizia pagana amante della filosofia, decide di convertirsi, spronata dall’esempio virtuoso dei martiri, disposti a morire pur di non tradire la loro fede. Ma, come la protagonista scoprirà a sue spese, la via di Cristo è tutt’altro che semplice ed è costellata da continue difficoltà che metteranno a dura prova i suoi propositi.
Al di là delle imprecisioni storiche, della patinatura didascalica e della qualità globale tutt’altro che eccellente, Fabiola riuscì a imporsi come classico della letteratura cattolica per le brillanti intuizioni in esso contenute.
Presentando una fede lontana dall’astratta filosofia, ma fatta d’esempio e testimonianza, Wiseman coglie con rara efficacia il cuore del messaggio cristiano e lui stesso impiega una formula analoga per sensibilizzare il lettore al cattolicesimo. Le lunghe e noiose trattazioni teologiche cedono il passo ai racconti dei martiri che, come un mosaico, completano il quadro della trama principale. Le vicende di San Sebastiano, Sant’Agnese, Santa Cecilia e San Tarcisio si snodano secondo gli stilemi della parabola, offrendo un ritratto immediato di uomini trasfigurati dalla fede, capaci di accogliere la morte col sorriso perché certi dell’amore di Cristo. L’alto valore del loro gesto non ha bisogno di ulteriori quanto inutili orpelli.
Tale soluzione narrativa si rivelò sorprendentemente efficace: basti pensare che la figura di San Tarcisio – il giovinetto che morì per mano pagana nel tentativo di portare l’Eucarestia ai cristiani carcerati – piacque così tanto da farne ritornare in auge il culto in Inghilterra.
L’incontro di Fabiola con il cristianesimo, poi, è descritto con semplicità e freschezza. Quando la ragazza scorge nelle compagne una felicità, un senso di pienezza che le è estraneo, non può fare a meno di chiedersi: «Perché non posso anch’io essere così lieta e contenta come loro?». Aggrappandosi a questa prima intuizione, la cugina Agnese e la schiava Sira la accompagneranno passo dopo passo verso la Chiesa, sfatando i vergognosi luoghi comuni di cui sono vittima i cristiani. Nel momento in cui Fabiola osserverà per la prima volta il mondo intorno a lei con gli occhi della fede, scoprirà un paganesimo disumano, destinato a soccombere e a trascinare con sé nell’oblio tutto l’impero.
In Fabiola il cristianesimo è presentato innanzitutto come rivoluzione dei cuori, in un continuo confronto/scontro con la decadente società romana all’alba del IV secolo. L’impero, infatti, è governato da sovrani volgari, saliti al potere per congiure e tradimenti, circondati da uomini senza scrupoli che desiderano solo accumulare ricchezze in gran quantità.
Nel marasma generale, la piccola comunità cristiana si erge a testimoniare un’umanità diversa, generosa e leale. Non senza una punta di polemica nei confronti di teorie storiografiche allora di moda, Wiseman presenta la «nuova religione venuta dall’Oriente» come l’unica in grado di preservare i valori tradizionali di lealtà e onore che resero grande la latinità. La dignità dei cristiani si esplica tanto nell’assoluta fedeltà di cui sono capaci – siano essi soldati o schiavi – quanto nella straordinaria cura che mettono in ogni loro azione, investendo il quotidiano di una sacralità del tutto inedita. Per esempio, quando il giovane Pancrazio si reca a casa di Diogene, responsabile della gestione dei cimiteri, non può fare a meno di notare la pulizia dell’edificio che contrasta con lo squallore dell’intero quartiere.
L’antica Roma che, come ricordato, fa da sfondo anche a Callista di Newman, offre a un dotto apologeta come Wiseman lo scenario ideale per proporre al lettore un implicito confronto con le tribolazioni subite dalla Chiesa cattolica inglese sin dai tempi della Riforma, costretta anch’essa a condurre per molto tempo un’esistenza catacombale, pagata al prezzo di numerosi martiri.
Nel romanzo, lo scontro tra l’imperatore e il Pontefice propone per la prima volta uno dei temi che diventeranno tipici del “Catholic Novel” a sfondo storico. In queste figure si scorge ancora una volta un parallelo con Enrico VIII e i suoi successori, avversari del Papa e desiderosi, al pari dei sovrani romani, di essere venerati come divinità. La dimensione mondana e quella spirituale della vita trovano in essi una sorta di correlativo oggettivo ed esplicano il conflitto in atto nel cuore di tanti cristiani che vedono la loro fede vacillare innanzi ai primi spargimenti di sangue e alla sfavillante tentazione del denaro.
Wiseman, attraverso un narratore onnisciente che lega i singoli episodi con piglio quasi cinematografico, conduce il lettore al lieto fine. Così come le persecuzioni di Diocleziano anticiparono di pochi anni il regno di Costantino e l’elezione del cristianesimo a religione ufficiale dello stato, allo stesso modo anche il mondo moderno non si deve arrendere a quella disperazione a cui le circostanze sembrano inevitabilmente condurre. Nonostante le tenebre, la luce della Chiesa non smetterà mai di brillare: «Gloriosa Chiesa di Dio! grande nella armonica combinazione di tua unità, tu ti stendi dalle regioni elevate del cielo fin sotto la terra, ovunque geme un giusto nella sua prigione!».
da: www.radiospada.org

venerdì 26 gennaio 2018

Prefazione al volume di Tommaso Romano, "Profili da Medaglia" (Ed. Thule)

NELLE ACQUE DELLA MEMORIA

di Gennaro Malgieri

Nuotando nelle rigeneranti acque della Memoria, Tommaso Romano ha incontrato se stesso sfiorando o conversando con le nobili anime a cui si è accostato nel corso della sua vita intensa e feconda. E tra i flutti non ha mancato di decifrare, a posteriori, il senso di quegli incontri che hanno segnato il suo percorso esistenziale e spirituale. Ne è venuto fuori non un volume di ricordi punteggiati da aneddoti più o meno interessanti – e sarebbe forse bastato – bensì la sintesi di un’iniziazione ragionata, meditata, interiorizzata che ha avuto a protagonisti i personaggi biografati, le loro opere e molte letture che di lato hanno “invaso” la formazione intellettuale dell’autore.
Sicché noi oggi leggiamo in questi ritratti (che sono qualcosa di più, a mio avviso, forse brevi saggi o brandelli di riflessioni veicolati da spiriti non comuni quando non eccezionali) la visione di un’epoca tramandataci da uomini che, trapassati da tempo, hanno indicato un cammino che non s’è interrotto con la loro dipartita. Al contrario, quel cammino che non sempre, quando erano in vita, siamo stati in grado di decifrare adeguatamente, adesso, al culmine di una disperante crisi spirituale, morale, religiosa e civile che avvolge come non mai l’Occidente, ci appare lineare e luminoso per chi voglia davvero, al di là di ogni abusata retorica, non soltanto tenersi in piedi tra cumuli di macerie, ma mostri anche l’intenzione di rimuoverle.
Romano, con squisita sensibilità e rara capacità di sintesi, mette insieme in queste pagine ispirate e corroboranti per chi le legge, personaggi – o sarebbe meglio definirli più propriamente “anime” – con cui ha intessuto colloqui più o meno intensi a margine di un’attività editoriale improntata alla riscoperta della vitalità della Tradizione come fondamento di una Weltanschauung propria anche dell’inconsapevole “anarca” (nel senso jüngeriano) che voglia “attraversare il bosco” per sottrarsi all’inquinamento della modernità.
Ma sarebbe banale definire semplicemente “editoriale” (per quanto nobile) il prevalente intento di Romano perseguito fin da giovanissimo e protrattosi, senza soluzione di continuità, fino a lambire l’età matura, quella nella quale i consuntivi prevalgono sui progetti che, a dire la verità, ancora animano i pensieri e riempiono le giornate dell’“inventore” di Thule, riferimento per la mia generazione (e non soltanto) dalla quale si sono dipanati nell’arco di quasi mezzo secolo indirizzi culturali sostanziati da iniziative che hanno del miracoloso, considerando la scarsità dei mezzi che tuttavia non ha mai impedito al promotore di esercitare un’influenza decisiva sullo schieramento oppostosi al pensiero unico, al relativismo culturale, al determinismo materialistico.
E sono questi i temi, declinati ovviamente, com’è naturale che sia, in maniera diversa, che hanno legato Romano ai personaggi ricordati e messi in fila in questo libro.
Ogni capitolo un ritratto; ogni ritratto una fonte di ispirazione e di interpretazione della critica della modernità; ogni suggestione appesa al ricordo, un po’ di rinfrescante vento che ritorna rendendo il deserto che abitiamo meno arido, o almeno così ci appare.
La denuncia della “desertificazione” delle idee e della lotta che per esse nel passato neppure tanto lontano è stata combattuta, infatti, sembra emergere come l’intento precipuo che questa silloge intende evidenziare, al di là del pur lodevole omaggio ai personaggi ritratti.
Se si pone mente, infatti, al ruolo svolto da pensatori, ideologi, scrittori, poeti, politici che non hanno esitato a vivere il Novecento controcorrente, mettendosi consapevolmente contro il sentire comune ed incuranti dell’impopolarità decretata dalle polizie del pensiero universale, si resta allibiti nel constatare come il “fronte” controrivoluzionario (così l’avremmo definito tempo fa) si sia dissolto in Italia non meno che in tutto l’Occidente, salvo la presenza di oasi minoritarie tuttavia slegate e distanti, incapaci di nutrire un progetto unitario di rinascita spirituale. Il nichilismo ha colpito anche laddove non immaginavamo: al tempo in cui i compagni di viaggio di Romano, temprati da cimenti intimi e collettivi, in un secolo nel quale gli incendi diventavano rivoluzioni e le rivoluzioni mutavano – nel bene e nel male – i destini dei popoli, la decadenza si faceva sentire più forte sino agli odierni esiti.
E da questo nichilismo si esce soltanto riprendendo i sentieri interrotti indicatici da uomini i cui scritti, unitamente alle loro storie, risultano indispensabili per scacciare il demone della solitudine che ci possiede, lenito dagli inutili gadget della modernità che hanno sostituito il pensiero con l’idiozia di massa, il comunitarismo con la virtualità dei sentimenti, le conquiste dell’anima con sesso e denaro.
Ci danniamo l’anima – ma non sempre siamo capaci di ammetterlo – impegnandoci nella costruzione di paradisi artificiali nei quali l’assenza del sacro, la chiusura alla metafisica ed alla contemplazione come azione alimentano il vuoto fino a dilatarlo a dismisura. E questa condizione rimanda alle premonitrici indicazioni di tanti dei personaggi tratteggiati da Romano: Eliade e Jünger, de Tejada e Panunzio, Evola e Del Noce, Gianfranceschi e Cattabiani, Allegra e Fergola che hanno esercitato un magistero che resterà indelebile per chi vorrà sottrarsi alla dissoluzione di ciò che è stato creato per restare, per non essere devastato dall’ingordigia umana, sfregiato dalle pulsioni elementari incontrollate che la “società affluente” nullifica proprio cancellando la memoria, riconnettendosi ad un’idea di storia che si è imposta più di due secoli fa con la più mostruosa delle rivoluzioni, la più sanguinaria, la madre di tutti i postriboli dell’ideologia materialistica che con scientifica criminalità ha relegato in un immenso “cattiverio” la dignità di larga parte del mondo.
E’ dal 1789 che l’umanità ha perduto la sua fisionomia. E da allora non mancano coloro che in ogni tempo, e con alterne fortune, si battono per la restaurazione dell’ordine e del diritto naturale. Gli epigoni sono qui.
Almeno quelli che Romano ha avuto la fortuna di incontrare condividendo con loro pensieri lunghi abbastanza da tramandarceli perché possano vivere e svilupparsi tra le nostre mani e tramandarli alle generazioni future. Il fine è quello di suscitare una reazione, simile a quella adombrata tanti anni fa nelle pagine di un libro di Jacques Ploncard d’Assac nel quale ne tesseva l’apologia. E’ di questa reazione che abbiamo bisogno. E non è un caso se anche vecchi manipolatori del pensiero e propagandisti del crimine comunista si stanno riconvertendo forse sulla base di spunti tratti dalle opere di molti degli uomini che appaiono in questi esercizi di ammirazione che Romano ci propone.
Ritrovo qui, oltre ai personaggi citati, tanti amici e maestri, da Almirante a Rauti, da Vettori a Oxilia, da Tangheroni a Staglieno, da Accame a D’Asaro, da Vitale a Boschiero che hanno accompagnato, insieme con molti altri, la mia vita. Perciò sento questo libro un po’ mio e credo che alla stessa maniera lo avverta la generazione alla quale appartengo. Sono grato anche per questo a Romano che in maniera sobria ed elegante, con lo stile che gli è proprio, insomma, ha fornito non un elenco agli immemori, ma ha regalato una carezza affettuosa ed intelligente a quanti molto hanno dato e poco vengono ricordati, mentre dai loro libri, discorsi, pensieri e frammenti di vita potrebbero attingere giovani disorientati che non sanno più da che parte volgere lo sguardo.
Se questo libro è l’ideario di una generazione, ancor di più è l’autobiografia intellettuale (ed intima) di un generoso interprete della Tradizione. Tommaso Romano non deve dimostrare più niente.

Basterebbe di lui dire che, da quando indossava i pantaloni corti, ha avuto la fortuna – per ragioni familiari, incontri giusti e proficui, sensibilità personale – di incamminarsi sulla lunga strada che lo ha portato a riconoscere la verità nella milizia scomoda volta ad affermare costantemente le ragioni della “buona battaglia”. E ad essa ha dedicato tutta la sua esistenza come scrittore, editore, animatore culturale, attivo protagonista della vita pubblica civile e politica. Non si è fatto mancare niente, insomma, Romano. Neppure questa refrigerante nuotata nella Memoria per trarre da essa nuove energie in vista di altre e più ardue, affascinanti avventure. Nel nome della Tradizione, naturalmente.